BOWIE: THE FINAL ACT

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Dopo Moonage Daydream, film del 2022 dal titolo che riprendeva un bellissimo brano di David Bowie pubblicato come 45 giri nel 1971, ecco l’uscita di un lavoro, sempre biografico, sul mitico Duca Bianco: un docufilm che risulta quasi complementare al precedente. Non si è infatti dedicato il lavoro ai successi planetari di Bowie ma, al contrario, alle sue difficoltà, ai momenti di crisi, ai dubbi che gli sorgevano quando si trasformava in un nuovo personaggio, inatteso e sconcertante, o a volte poco lodato dalla critica, fino alla sofferenza per la malattia e la morte incombente. Molte le interviste, a collaboratori, amici e amiche, giornalisti, editori musicali, registrate nel film, utili per creare una sorta di fil rouge e per svelare aspetti inediti dell’artista.

Quando Bowie crea una band con i Tin Machine, nel 1988, facendone parte non come leader ma come semplice membro, subisce attacchi giornalistici anche pesanti – un articolo particolarmente sprezzante lo porta a piangere – e il consenso del pubblico s’indebolisce.

Bowie era un’icona glam, uno straordinario solista, e vederlo in un gruppo hard rock suscitava non poche perplessità. Pochi anni prima aveva avuto un clamoroso successo internazionale con Let’s dance (1983), ma poi l’album Never Let Me Down (1987) e la tournée Glass Spider Tour dello stesso anno non avevano replicato la medesima accoglienza, soprattutto negli Stati Uniti; Bowie aveva quindi bisogno di reinventarsi, passando appunto da solista a membro di un gruppo.

L’album Tin Machine (1989) disorientò i fan di Bowie, in quanto lo stile musicale era molto diverso. Il tour promozionale dell’album fu l’esatto contrario del Glass Spider: non più folle oceaniche negli stadi, ma pochi spettatori in piccoli locali. Il successo commerciale fu scarso e la band si sciolse nel 1992, anno in cui Bowie sposò Iman Abdulmajid a Firenze. È da rilevare che nel film non c’è praticamente traccia della sua vita famigliare e privata, se non un accenno a Bromley South, un sobborgo a sud di Londra, dove David Robert Jones – il suo vero nome – aveva trascorso dodici anni, dal 1955 al 1967, ossia dagli 8 ai 20 anni. La casa al numero 4 di Plaistow Grove, acquistata da Heritage of London Trust, ora è in restauro e sarà aperta al pubblico entro il 2027.

Nel 2014 fu diagnosticato a Bowie un tumore al fegato, ma la notizia non fu divulgata; da alcuni anni Bowie conduceva una vita riservata. Nel giugno del 2004 aveva tenuto l’ultimo concerto in pubblico, in Germania; il tour era stato interrotto per problemi di salute. La sua ultima esibizione risaliva al 2006, a New York, per un evento di beneficenza. Aveva cantato Fantastic Voyage (1966).

Consapevole della fine, Bowie sublima la sua sofferenza componendo un ultimo album, Blackstar, pubblicato l’8 gennaio 2016 dalla RCA Records: era il giorno del suo sessantanovesimo compleanno, due giorni prima della sua morte. Di fatto, una sorta di Requiem per se stesso. Un mese prima, il 7 dicembre 2015, a New York, era riuscito a presentare Lazarus, non solo un brano splendido – molto commovente il videoclip – un vero testamento spirituale, che richiama temi profondi, ma anche un’opera rock, un musical creato insieme al commediografo e sceneggiatore irlandese Enda Walsh.

The Final Act non indugia sulla malattia e sull’agonia di Bowie, ma fa risaltare invece la sua straordinaria umanità, unita a una sensibilità e a un intelletto di alta levatura, in grado di affrontare con spirito artistico e geniale anche la conclusione della sua vita incredibile, del suo viaggio fantastico.

Il film, diretto nel 2025 da Jonathan Stiasny, è stato proiettato in Italia in poche sale, in soli tre giorni, dal 25 al 27 maggio scorsi: chi l’avesse mancato, non perda l’occasione di vederlo quando ritornerà in visione.

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