Fazıl Say incanta il pubblico più giovane di Sala Verdi in Conservatorio per la Società dei Concerti

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Da molti anni il pianista e compositore turco Fazıl Say torna alle serate organizzate dalla Società dei Concerti.

La presenza di un pubblico sorprendentemente giovane ha dato ieri sera alla Sala Verdi del Conservatorio un’atmosfera diversa dal consueto per il concerto di Fazıl Say, dedicato a Musorgskij e alle composizioni dello stesso interprete: non soltanto curiosità attorno a un pianista-compositore dalla forte personalità mediatica, ma anche una partecipazione attenta, quasi fisica, al continuo alternarsi di virtuosismo, racconto e di una certa teatralità, giustificata da una gestualità funzionale alla produzione delle sue personali sonorità.
Il programma, significativamente intitolato “Quadri”, costruiva un percorso tra immagini interiori e paesaggi sonori molto differenti. Al centro, naturalmente, Quadri di un’esposizione di Musorgskij, affrontati con un gesto libero e fortemente narrativo, più interessato al colore e al carattere delle singole scene che a una rigorosa compattezza architettonica della partitura. Ne è emersa una lettura ricca di contrasti dinamici, che Say sembrava quasi ascoltare mentre la eseguiva, spesso con il volto rivolto verso il pubblico. La celebre “Promenade” diventava così una sorta di filo improvvisativo che attraversava l’intera partitura.
Accanto al capolavoro russo, reso con una personale e convincente qualità interpretativa, le pagine di Fazıl Say mostravano invece il lato più diretto e comunicativo della sua scrittura. La Yeni Hayat Sonata op. 99 alternava tensioni percussive e momenti lirici di evidente matrice mediorientale, con quelle sonorità che hanno reso celebre il compositore, tra profondità di pensiero e resa poetica in un mondo sonoro sospeso fra Oriente e Occidente.
Le Ballads op. 12Nazim, Ses, Kumru — sembravano trasformare il pianoforte in uno spazio narrativo intimo, sospeso tra memoria popolare e canto improvvisato. Sono lavori già eseguiti in altre occasioni, che rivelano il lato più dolce e positivo del compositore: un lirismo dai sapori delicati, quasi francesi nella cantabilità.
Black Earth op. 8, forse il brano più celebre di Say, è riuscito ancora una volta a fondere tradizione anatolica e tecnica pianistica contemporanea: il suono grave, quasi arcaico, costruito direttamente sulle corde dello strumento, ha creato uno dei momenti di maggiore concentrazione della serata. Sonorità ricche di suggestione, che confluiscono poi in una melodicità genuina, nata dalla straordinaria capacità del compositore-interprete di creare linee melodiche memorabili.
Più estroverse e virtuosistiche le Summertime Variations e il trascinante Paganini Jazz op. 5c, brani legati alle qualità improvvisative di Say, eccellente anche nel versante jazzistico grazie a un’autentica capacità di creare ritmi contrastanti e carichi di energia.
Un successo meritato, testimoniato dall’entusiasmo del pubblico — come detto, anche molto giovane — venuto ad ascoltare un pianista-compositore trasversale ai generi, dal classicismo più impegnato all’improvvisazione jazzistica, fino all’immediatezza delle melodie più leggere. Un ottimo concerto.