Ieri sera al Teatro alla Scala, nel recital pianistico che chiudeva la stagione prima dell’estate, Arcadi Volodos ha dato ancora una volta prova di uno straordinario controllo della tastiera e del suono, in tutte le sue possibili sfumature ed emissioni, ottenendo esattamente ciò che desidera.
Il classicissimo programma accostava la corposa Sonata in sol maggiore op. 78 D 894 di Franz Schubert a pagine di Frédéric Chopin: le Mazurche op. 33 n. 4, op. 41 n. 2 e op. 63 n. 2, il Preludio in do diesis minore op. 45 e, senza soluzione di continuità, la Sonata n. 2 in si bemolle minore op. 35. Volodos, certamente tra i massimi pianisti viventi, come spesso accade ai grandi interpreti tende a personalizzare profondamente i brani. I risultati non vanno dunque confrontati con prassi esecutive storicizzate, ma con la volontà di trovare una via interpretativa capace di mostrare gli infiniti potenziali della restituzione musicale.
La celebre Sonata di Schubert è stata cesellata in ogni dettaglio, con una sonorità ampia ma mai eccessiva, all’interno di un contesto agogico e dinamico estremamente differenziato. In Chopin, più ancora delle tre Mazurche, comunque ottimamente eseguite, ha colpito il Preludio op. 45, affrontato con andamento raccolto ma di grande profondità espressiva, quasi introduzione ideale alla più celebre delle Sonate chopiniane, l’op. 35. Volodos ha offerto una lettura articolata e delineata in ogni dettaglio nel Grave e nello Scherzo, ma è soprattutto nella Marcia funebre che il pianista russo ha reinventato Chopin, con una lettura straziante, diversa da qualsiasi altra ascoltata sino a oggi. Un’esecuzione lentissima, sospesa, che trovava il proprio sbocco naturale nel Finale: un Presto rapidissimo ma chiarissimo, quasi anticipazione del mondo sonoro contemporaneo.
Applausi calorosissimi e meritati, coronati da ben cinque bis, che soprattutto negli ultimi brani hanno avvicinato il recital al mondo d’oggi. Dopo un primo splendido Brahms, con un Intermezzo dall’op. 117, sono arrivati un Preludio op. 40 n. 3 di Anatoly Lyadov, una supervirtuosistica rielaborazione dalla Carmen, Caresse dansée op. 57 di Aleksandr Skrjabin e infine un eccellente brano di Federico Mompou tratto da Canción y danza. Applausi calorosissimi.