Il silenzio calato sulla scena musicale novarese nelle ultime settimane , con la chiusura pressoché simultanea dei Sabati del Conservatorio e del Festival Cantelli, è stato finalmente interrotto, oggi 7/05, all’Auditorium del Conservatorio novarese G. Cantelli, dagli archi prodigiosi del Quartetto Indaco, con un concerto offerto a coronamento di una Masterclass di musica da camera, Il Quartetto Indaco, fondato nel 2007 presso la Scuola di Musica di Fiesole, per impulso di P. Farulli, è oggi considerato una delle formazioni cameristiche italiane più apprezzate della sua generazione, e decisamente proiettato sulla scena internazionale dal primo premio ottenuto nel 2023 al prestigioso Concorso Internazionale di Musica da Camera di Osaka, diventando il primo quartetto Italiano a vincere uno dei grandi concorsi per quartetto d’archi. Attualmente formato da Eleonora Matsuno e Ida Di Vita ai violini, Jamiang Santi alla viola e Cosimo Carovani al violoncello, il gruppo si è distinto per un’intensa attività concertistica e ha collaborato con maestri come Hatto Beyerle e Krzysztof Penderecki. Il programma con cui l’Indaco si è presentato per la prima volta al pubblico di Novara spiccava per la qualità e l’interesse dei brani: a due delle pagine più celebri per quartetto d’archi, il Quartetto in sol minore op.10 di C. Debussy e i Three Divertimenti di B. Britten, si affiancavano cinque dei Quattordici pezzisu temi delle canzoni popolari armene di Padre Komitas (1869-1935), mitico fondatore della musica classica armena del ‘900. Composto nel 1893, il quartetto di Debussy è anche un banco di prova per ogni ensemble: la trasparenza delle tessiture, la libertà ritmica e le sfumature impressionistiche del suono esigono una comprensione profonda dell’architettura formale e una sensibilità timbrica estrema.
Non basta suonare “intonato” o “insieme”: occorre ‘respirare’ nello stesso modo, per esprimere al meglio il colore timbrico, come principio costruttivo dell’intero pezzo, classicamente diviso in quattro movimenti, e il senso di fluidità armonica che anticipa l’impressionismo orchestrale del Debussy maturo. L’approccio del Quartetto Indaco si è distinto anzitutto per una chiarezza strutturale, capace peraltro di non sacrificare la sensualità del suono: fin dalle prime battute dell’iniziale Animé et tres décidé, l’attacco deciso e compatto rivela una concezione architettonica dell’opera: le voci si incastrano con precisione, ma in una tavolozza cromatica morbida, quasi vocale. Il primo violino di Matsuno enuncia con una delicatezza carica di suggestione e un timbro terso e luminoso la melodia pentatonica del tema principale, mentre la viola di Santi conferisce una morbidezza vellutata ai passaggi intermedi e al richiamo del primo tema, prima della ripresa. Il violoncello di Carovani— dal suono caldo e profondo — agiva come ancoraggio armonico e respiro drammatico dell’ensemble. Un’altra peculiarità dell’Indaco è una capacità quasi cameristica nel senso teatrale del termine, dove ogni gesto sonoro è anche gesto dialogico, sostenuto, nell’Assez vif et bien rythmé del secondo tempo, dalla scelta di tempi leggermente flessibili, che evita ogni meccanicità e permette una danza scintillante, dove il pizzicato e le articolazioni leggere emergono come giochi di luce. Le capacità espressive dell’Indaco raggiungono il loro apice nel terzo movimento Andantino, doucement expressif in cui il quartetto ha adottato un fraseggio in grado di sfruttare con somma sapienza e finezza le ombreggiature dei diffusi cromatismi e la sordina prescritta dall’autore, per creare un’atmosfera notturna e sognante, già annunciata dall’ottimo secondo violino di Ida Di Vita , lontano però da ogni banale effusione sentimentale, con un uso sapiente del vibrato che scolpisce chiaramente le armonie debussiane senza sfocarle: si realizzava così un canto interiore d’intensità lirica controllata. Questa interpretazione, così ben cesellata e curatissima nei dettagli timbrici e dinamici, è stata degnamente coronata da un Finale Très modéré, ove la complessità polifonica è stata resa con trasparenza, in particolare nelle trasformazioni del tema ciclico ‘alla Franck’ iniziale e con una perfetta intesa di gruppo nel fondere forza e leggerezza nei momenti agogicamente più animati. Ne è risultato insomma un Debussy vivo, intensamente espressivo in un arco molto vario di sfumature, costruito sulla materia del suono più che sulla forma — coerente con lo spirito più profondo dell’opera. Passare dal Debussy del Quartetto op.10 al Britten dei Divertimenti è passare da un mondo musicale ad un altro, in cui la musica, com’è tipico del giovane Britten, si fa gioco raffinato ed ironico. Per un ensemble della caratura del Quartetto Indaco, i Divertimenti di Britten non sono “pezzi di carattere” leggeri, ma banchi di prova tecnici ed espressivi, in cui i quattro giovani strumentisti hanno avuto modo di sfoggiare la loro matura duttilità interpretativa, dando, anche di questo pezzo, una eccellente esecuzione. Nella March iniziale, che è una parodia della pomposità militare, l’Indaco ha creato una suggestiva atmosfera espressionista, grazie a ritmi puntati aggressivi e glissati quasi violenti, facendone un pezzo di teatro musicale, dove il violino di Eleonora Matsuno ha guidato il quartetto con una sorta di aristocratica impertinenza. Seguiva il Waltz, dove la grazia della melodia è stata resa con la giusta instabilità, dando prova di perfetta intesa nell’unire fluidità viennese e una vena d’inquietudine, con momenti di lirismo e improvvise dissonanze che ‘sporcano’ l’eleganza della danza. Ottima la gestione del vibrato, che ha contribuito ad una trasparenza di suono dando elegante leggerezza alla danza. Infine, il Burlesque è un tour de force ritmico: un moto perpetuo frenetico, che i quattro archi dell’Indaco orchestrano virtuosisticamente, con la piena coesione tra la viola di Jamiang Santi e il violoncello di Cosimo Carovani, creando un tappeto ritmico granitico, su cui i due violini han potuto inseguirsi inseguirsi in un contrappunto vertiginoso, senza che mai la velocità andasse a discapito della chiarezza ritmica. In sostanza, un Britten da antologia. Soghomon Soghomonian, universalmente noto come Padre Komitas, fu musicologo, compositore e sacerdote, cui si deve un’operazione titanica: salvò dall’oblio migliaia di canti popolari e liturgici armeni, distillandone l’essenza grezza in forme colte. La sua figura è tragica e simbolica: vittima del genocidio ad opera dei Turchi del 1915, trascorse gli ultimi vent’anni della sua vita in un silenzio traumatico, ma la sua eredità è diventata il pilastro dell’identità culturale di un intero popolo. I Quattordici pezzi (spesso basati sulle trascrizioni di Sergei Aslamazian) sono piccoli capolavori di sintesi e ci svelano un aspetto della complessa personalità musicale di Padre Komitas, quello di una prorompente vitalità che dà voce a quella del popolo armeno, eco degli antichi canti di un popolo che fu protagonista di una delle atroci tragedie della Storia. Il suono compatto, ma cristallino dei quattro archi dell’Indaco permette di far emergere le sottili linee contrappuntistiche della scrittura di Komitas, rendendo omaggio alla vocalità che sta alla base di queste composizioni. L’esecuzione del Quartetto Indaco non è una semplice lettura di spartiti, ma un atto di ‘restituzione culturale’. Attraverso un approccio controllato quanto vibrante, riesce a trasmettere sia la malinconia luminosa di Panno rosso (n.1) o di Canto festivo (n.11), sia la gaia voglia di vivere del trascinante Canto popolare (n.7), trasportando l’ascoltatore in un paesaggio musicale antico e modernissimo allo stesso tempo. Il concerto del Quartetto Indaco ha riscosso un gran successo, da parte di un pubblico non numeroso, purtroppo, come una serata come questa avrebbe meritato. Agli applausi l’ensemble ha risposto con un fuori programma, una struggente Canzone sarda, composta da Leo Morello, violoncellista della formazione prima di Carovani e da questi riarrangiata. Per l’occasione i quattro hanno anche dimostrato la propria bravura come cantanti. Li ringraziamo per aver regalato a chi ha voluto ascoltarli un’esperienza musicale interessante e coinvolgente.