GIULIO REGENI – Tutto il male del mondo

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Dieci anni fa, il 25 gennaio 2016, il ricercatore friulano Giulio Regeni, ventotto anni appena compiuti, dottorando in economia all’Università di Cambridge, al dipartimento di politica e studi internazionali, scompare al Cairo mentre si sta recando all’appuntamento con un docente, Gennaro Gervasio, insegnante della British University in Egypt.

Sono circa le 20, sta andando dalla stazione Behoos della metropolitana a Midan Bab El Louk. Giulio sta svolgendo da mesi una ricerca sul ruolo dei sindacati autonomi in Egitto, in particolare quelli dei venditori ambulanti, riguardo alla tutela dei diritti dei lavoratori, in collaborazione con l’Università Americana del Cairo.

Opposition supporters gesture as they wave the national flags in Tahrir Square in Cairo February 4, 2011. Tens of thousands of Egyptians prayed in Cairo’s Tahrir (Liberation) Square on Friday for an immediate end to Mubarak’s 30-year rule, hoping a million more would join them in what they called the “Day of Departure”. REUTERS/Suhaib Salem (EGYPT – Tags: POLITICS CIVIL UNREST IMAGES OF THE DAY RELIGION)

Quel giorno era il quinto anniversario delle dimostrazioni di Midan al Tahrir, la piazza della Liberazione al centro del Cairo, contro Mubarak: la cosiddetta “giornata della rabbia”, che coincideva con la giornata della festa della polizia e s’inseriva nella “Primavera Araba” che già aveva infiammato la Tunisia. Centinaia di arresti, decine di morti tra manifestanti e agenti erano seguite ai violentissimi scontri e ai tentativi di assalto al Parlamento e ai palazzi del potere, non solo al Cairo ma in tutto l’Egitto. L’11 febbraio 2011 Hosni Mubarak si dimise, dopo quasi trent’anni di presidenza (dall’assassinio di Sadat, nel 1981).

A Handout picture released by the Egyptian Presidency shows Egyptian President Mohamed Morsi meeting with Defence Minister General Abdel Fattah al-Sissi at the Presidential Palace in Cairo on September 1, 2012. AFP PHOTO/HO/Egyptian Presidency / AFP PHOTO / EGYPTIAN PRESIDENCY / –

Fu il Consiglio Supremo delle Forze Armate a prendere le redini del governo egiziano. Le prime elezioni, nel 2012, designarono come presidente Mohamed Morsi, dei Fratelli Musulmani, integralisti islamici; un anno dopo, vaste manifestazioni popolari di protesta portarono alla sua destituzione da parte dell’esercito, guidato dal generale Abdel Fattah al-Sisi, un vero colpo di stato militare che rese molto difficile una successiva transizione democratica nel Paese. Nel 2014 fu eletto presidente lo stesso al-Sisi, che impose un regime autoritario.

In Egitto, dunque, il 25 gennaio è “una giornata particolare”, monitorata da polizia, militari, servizi per evitare focolai di dissenso. È in questo quadro che occorre inserire l’assurdo sequestro di Giulio, ricercatore universitario dall’eccellente curriculum accademico, sospettato da qualche tempo di essere una “spia”, un agente della CIA o dei servizi inglesi, insomma qualcuno che poteva finanziare di nascosto gruppi in grado di organizzare proteste e manifestazioni contro il governo di al-Sisi, quindi un elemento pericoloso.

Giulio non sapeva che il capo del sindacato indipendente degli ambulanti, Mohamed Abdallah, che aveva incontrato almeno tre volte, e che gli era stato presentato nell’ottobre 2015 dalla ricercatrice egiziana Hoda Kamel dell’Egyptian Center for economic and social rights, era in realtà un informatore della National Security egiziana. Filmava di nascosto Giulio, con una mini telecamera fornita dai servizi, registrando le loro conversazioni e cercando -ovviamente senza riuscirci – di ottenere prove a supporto di una denuncia. Fu lui quindi ad avere un ruolo centrale nelle terribili vicende che seguirono.

La notizia della scomparsa di Giulio viene tenuta riservata fino al 1 febbraio 2016, quando la stampa italiana pubblica articoli dal titolo “Studente italiano sparito al Cairo nell’anniversario di piazza Tahrir” (Corriere della Sera, Esteri, pag.14). I genitori, Paola e Claudio, già da alcuni giorni erano al Cairo, a seguire le indagini, insieme all’ambasciatore italiano Maurizio Massari, con la collaborazione della Farnesina.

Le autorità locali negano subito che Giulio sia stato arrestato, anche per errore, e tenuto in qualche prigione. Emergono però fatti inquietanti: nella casa di Giulio erano entrati precedentemente agenti dei servizi per ispezionarla e vedere i suoi documenti, a sua insaputa; Giulio stesso era stato fotografato e pedinato.

Il 3 febbraio, la tragica scoperta: Giulio, seminudo, giace morto sul ciglio di una strada, in un fosso, in una zona periferica del Cairo, sulla via che porta ad Alessandria. Presenta segni evidenti di tortura, anche se la polizia inizialmente parla di un “incidente stradale”: saranno tanti gli ignobili tentativi di depistaggio – compreso l’assassinio premeditato di cinque uomini, poi accusati di essere una banda di criminali colpevoli del rapimento – accompagnati anche da quelli, altrettanto disgustosi, mirati a screditare Giulio. A Giulio hanno rotto le ossa dei piedi, delle mani, del torace, degli arti a colpi di spranga o bastone, hanno provocato ematomi e ferite ovunque con pugni, corpi contundenti e armi affilate, hanno spaccato i denti, passato un pettine chiodato sulla testa e sul viso, causato bruciature con sigarette accese e scariche elettriche: tutto il male del mondo, come dirà la madre Paola, aggiungendo “Era Giulio e non era Giulio”, massacrato orribilmente, con ferocia inimmaginabile, reso quasi irriconoscibile ai suoi stessi genitori.

E alla fine, come ha sottolineato l’avv. Alessandra Ballerini, ucciso con una violenta torsione del collo che gli ha spezzato una vertebra cervicale. Un detenuto in una cella vicina testimonierà la presenza di Giulio in prigione, legato e bendato, torturato per giorni. Sentiva i sadici individui che infierivano sul suo corpo inerme chiedergli “Chi ti ha insegnato a resistere alla tortura?”.

Giulio era un giovane brillante che aveva studiato negli Stati Uniti, nel Regno Unito, a Vienna, aveva vinto due volte il Premio “Europa e giovani”, nel 2012 e 2013, per le sue ricerche sul Medio Oriente. Parlava correntemente l’arabo, era una risorsa preziosa per l’università e la politica internazionale. E non era solo dotato d’intelligenza non comune, era una persona solare, positiva, impegnata, generosa.

I suoi assassini hanno ora nome e cognome, sono sotto processo in contumacia a Roma: si tratta di quattro ufficiali dei servizi segreti egiziani, protetti dal regime, ma per i quali i magistrati italiani hanno prove considerate inequivocabili, nel 2020, anche dal Parlamento europeo. Gli imputati sono i colonnelli Husan Helmi (1968) e Athar Kamel Mohamed Ibrahim (1968), il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif (1984), il generale Tariq Sabir.

Verità e giustizia per Giulio Regeni”, le parole scritte in questi dieci anni su striscioni e manifesti gialli, forse diventeranno possibili.

Il commovente docu-film del regista Simone Manetti racconta tutto questo, con grande rigore e serietà. Da vedere assolutamente, in memoria di Giulio.

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