Un capolavoro brutalista a Milano

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Forse pochi conoscono una chiesa di Milano, appartata e quasi nascosta alla Barona, nel Quartiere Sant’Ambrogio, all’imbocco dell’Autostrada dei Fiori A7, la cui architettura è un significativo esempio di brutalismo. Si tratta di San Giovanni Bono, che fa parte di un complesso comprendente la canonica e gli uffici parrocchiali, nonché una sala-teatro sottostante.

Sorge nel cuore del quartiere dei cosiddetti “serpentoni” di via San Paolino, edifici di sette piani lunghissimi e sinuosi, rivestiti di piastrelle di grès rosso, tutti uguali, costruiti dall’istituto Autonomo delle Case Popolari (I.A.C.P.) negli anni ‘60, su progetto in stile razionalista dell’arch. Arrigo Arrighetti (1922 – 1989), allora responsabile dell’Ufficio Tecnico Comunale.

Si distinguono comunque un “Sant’Ambrogio 1” del Comune (1964-65) e un “Sant’Ambrogio 2” dell’ALER (1971-72). Ospitano più di 10.000 residenti. Sono presenti scuole, negozi, un centro civico, una centrale termica e molto verde, con parco giochi per i bambini.

Il termine brutalismo, usato per designare una corrente architettonica degli anni ‘50 che privilegiava funzionalità ed essenzialità, impiegando soprattutto il cemento a vista (béton brut in francese), nacque nel 1954 nel Regno Unito, soprattutto in riferimento alle famose costruzioni di Le Corbusier a Marsiglia, l’Unité d’Habitation (1950). Le forme diventano forti, con geometrie massicce dominanti che superano i canoni estetici classici: nel secondo dopoguerra non poteva non esserci una sorta di ribellione all’architettura precedente, nel momento in cui si dovevano ricostruire rapidamente case, industrie, uffici, scuole, ospedali che fossero utili e semplici, e anche poco costosi, più che belli.

San Giovanni Bono risale al 1966-68: Arrighetti concepì la chiesa – centro monumentale del quartiere – come un edificio cuspidato, in calcestruzzo, con una forma dinamica a tenda, dalla copertura a vela, che la fa apparire “in salita” verso il cielo.

La facciata triangolare è alta 37 m e larga 21, ed è costellata da finestrelle-feritoie, dai vetri colorati, che rilasciano all’interno fasci di luce suggestivi.

Anche i costoloni del tetto di alluminio porcellanato, costituiti da resina trasparente colorata, contribuiscono, insieme a cinque finestre, a creare un’atmosfera particolare nella navata, che appare asimmetrica, ristretta verso l’altare e in leggera pendenza. Occorre ricordare che il tetto originale era in materiale plastico e fu rifatto negli anni ‘80 a seguito di un incendio che nell’ottobre 1981 danneggiò gravemente anche altre parti dell’edificio.

A destra una piccola navata absidata ospita il battistero, a sinistra si trovano nicchie con un’opera del XV secolo, il bassorilievo di una Madonna con bambino che si trovava in un antico mulino, nel luogo della chiesa attuale.

Il fonte battesimale è illuminato dall’alto da una cuspide trasparente: è candido, realizzato con lastre di marmo Botticino, un calcare purissimo; presenta una forma irregolare, con la vasca circolare bassa, come una pozza d’acqua.

Anche le panche furono disegnate dall’Arrighetti.

Il nome del santo cui è consacrata la chiesa si riferisce al 36° vescovo di Milano (e 15° vescovo di Genova) originario di Recco o Camogli, San Giovanni il Buono, vissuto nel VII secolo. Durante la dominazione longobarda seppe riorganizzare la diocesi. Tappe della sua vita, narrate più in componimenti poetici che in documenti storici, sono riportate in alcune vetrate del Duomo. I suoi resti furono ritrovati quasi quattro secoli dopo dal vescovo Ariberto, che ne rinnovò il culto.

All’esterno, una bella fontana triangolare crea una sorta d’immagine riflessa dell’edificio stesso, amplificando geometrie e forme. Il tutto appare al visitatore come una piazza molto moderna e nordica, e la chiesa richiama alla memoria addirittura la Hallgrimskirkja di Reykjavik, alta però il doppio, esempio di stile nazionale basaltico islandese. L’architettura può paradossalmente ricordare anche le case Tongkonan dei Toraja indonesiani, le famose case-barca dell’isola di Sulawesi, dall’altra parte del mondo!

San Giovanni Bono, assolutamente meritevole di una visita, si raggiunge facilmente con una breve passeggiata dalla fermata Famagosta della M2, lungo via San Vigilio. Gli orari di apertura sono consultabili nel sito https://www.baronacom.it/san-giovanni-bono

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