Chiuderà il 28 giugno 2026 la bellissima mostra alla GAM di via Palestro, dedicata a Paul Troubetzkoy e realizzata in collaborazione con il Musée d’Orsay di Parigi – che l’ha ospitata dallo scorso settembre fino a gennaio – e con il Museo del Paesaggio di Verbania.

La figura di Troubetzkoy, nato nel 1866 a Intra, sul lago Maggiore, dalla relazione tra il principe russo Piëtr Petrovič Troubetzkoy, diplomatico, e la cantante lirica statunitense Ada Winans, è complessa e di sicuro fascino. Il padre era già sposato, e potè riconoscere i figli solo dopo il divorzio in Russia dalla moglie Varvara, nel 1870, cui seguì il nuovo matrimonio con Ada.
Nel 1867, alla nascita del terzogenito, la famiglia si trasferì a Villa Ada, costruita nella vicina Ghiffa nello stile delle isbe russe; la casa divenne una sorta di centro culturale, frequentato da artisti come Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni – primo maestro di disegno di Paul e del fratello maggiore Pierre – e Giuseppe Grandi.

Poco incline agli studi ma talentuoso nella scultura, un vero enfant prodige, il diciottenne Paul, trasferitosi a Milano con madre e fratelli, frequentò atelier e circoli della Scapigliatura, iscrivendosi alla Famiglia Artistica Milanese. Da autodidatta, antiaccademico, antiretorico, partecipò in seguito con un certo successo alle Esposizioni annuali di Brera e fu assiduo protagonista della Biennale di Venezia, cui partecipò a partire dal 1895 con sculture in stile impressionista; ebbe numerosi committenti tra la nobiltà – come i Durini, i Visconti di Modrone – e l’alta borghesia industriale della città.

Oltre alla vasta ritrattistica (molti soggetti sono membri della famiglia e amici artisti, numerosi gli autoritratti) si dedicò all’animalistica, ad opere a carattere folkloristico, a temi legati alla poetica degli affetti, con apprezzato realismo unito alla capacità di creare superfici in grado di catturare la luce; ebbe incarichi anche per statue tombali al Cimitero Monumentale.

Originali i suoi bronzi ispirati al Far West (Buffalo Bill aveva presentato a Milano nel 1890 il suo Wild West Show, che lo aveva molto colpito).

Nel 1896 ritrasse Giovanni Segantini, e l’opera, un busto in bronzo, ebbe grande successo. Interessante anche il busto di Gabriele D’Annunzio, del 1892.

Ricevette tuttavia pure critiche negative e rifiuti per alcune sue opere, ritenute non consone: per esempio una statua di Garibaldi, ritratto immobile e tranquillo, avvolto dal poncho, sul suo cavallo, e non in posa eroica, fu scartata al concorso del 1888 cui l’aveva presentata.


Nel 1898 Troubetzkoy lasciò Milano per la cattedra di scultura alla Scuola di Belle Arti di Mosca, ottenuta grazie all’intercessione di un cugino filosofo, Rettore dell’Università Imperiale. In Russia incontrò Lev Tolstoj, da tempo amico di famiglia, e la frequentazione del grande scrittore fu molto importante per raffinare e maturare la sua formazione artistica; giunse anche a convertirsi ai princìpi dell’umanitarismo e del vegetarianismo, dai quali fin da bambino si era sentito attratto. Molti aristocratici e politici russi furono effigiati da Troubetzkoy in quegli anni; nel 1900 vinse il Grand Prix dell’Expo parigino con il bronzo Tolstoj a cavallo. Vinse anche, nello stesso anno, il concorso per la statua dello zar Alessandro III a San Pietroburgo, dove si trasferì nel 1901 insieme alla moglie, la svedese Elin Sundström, appena sposata.

L’opera, una grossa statua equestre, che conteneva in sé una velata critica all’Impero (un cavaliere obeso, ossia l’aristocrazia, schiaccia con il suo peso un cavallo affaticato, simbolo del popolo) fu inaugurata nel 1909 in assenza dell’autore, dopo che varie vicende, compresa la guerra Russia-Giappone, ne avevano rallentato i lavori.

Già dal 1906 Troubetzkoy si era spostato a Parigi, dove era molto noto da alcuni anni e si poteva confrontare con grandi scultori e pittori, come Auguste Rodin e Giovanni Boldini. Ritrasse intellettuali, ricchi banchieri, nobili, giovani donne dell’alta società. Molto delicate e dinamiche al tempo stesso le statuette delle ballerine. Eccentrico, perfetto bohémien, divenne amico del poeta-dandy Robert de Montesquiou (il cui ritratto, di Boldini, è esposto alla mostra). Bellissimi il gesso “Mia moglie” (1911) e il bronzo Agnello o Come puoi mangiarmi? (1912).

Molto interessante il successivo “periodo americano”, dal 1911 al 1921, che lo consacrò definitivamente come artista fondamentale della Belle époque: espose nelle principali città degli Stati Uniti, ritrasse artisti di Hollywood come Mary Pickford, Douglas Fairbanks, Charlie Chaplin; ebbe commissioni da miliardari come i Rockfeller.

Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale rientrò in Francia, dove continuò a lavorare in un atelier a Neuilly-sur-Seine, inaugurando mostre soprattutto in Italia e in Egitto. Morì nel 1938 a Verbania.

Mostra da non perdere.




