Il naufragio. In viaggio per la salvezza.

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Bellissimo e struggente lo spettacolo di “parole, musica e immagini” andato in scena al Parenti il 16 marzo: Il naufragio. In viaggio per la salvezza, a cura di Laura Vergallo Levi, che ha predisposto insieme ad Agostino Zappia anche l’interessante mostra introduttiva, ad approfondimento e corredo del lavoro, esposta nel foyer del teatro.

A gennaio era presente nel cartellone del Teatro Menotti, ma è stato cancellato qualche giorno prima con la motivazione di un numero troppo esiguo di prenotazioni, come ha ricordato con amarezza sul palco Andrée Ruth Shammah durante la presentazione, in Sala Blu, davanti, questa volta, a un folto pubblico, attento e partecipe.

La Vergallo Levi, pianista nonché docente liceale di letteratura inglese, ha intrecciato la narrazione della vicenda – svoltasi come lettura scenica di memorie, lettere, ricordi, pagine di diario di alcuni dei protagonisti – alla musica, insieme a Francesco Vittorio Grigolo, tenore, diplomato in tromba al Conservatorio di Milano, docente, direttore di coro e orchestra, e alla flautista Francesca Fantini, rendendo così il lavoro un toccante e avvincente racconto musicale.

I brani (da Enescu a Brahms, passando per Il Canto del Ghetto di Isko Thaler, per l’antichissimo epitaffio di Sicilo e arrivando al Ferramonti Walzer di Kurt Sonnenfeld) sono stati scelti appositamente per “accompagnare” il viaggio, o meglio l’odissea, che 407 ebrei iniziarono il 18 maggio 1940 partendo da Bratislava, in Slovacchia, sulla nave Pentcho. Cercavano di sfuggire all’imminente persecuzione nazista per raggiungere salvi la Palestina; si aggiunsero poi, in una tappa successiva, in Jugoslavia, altri 101 ebrei polacchi, tedeschi, austriaci, liberati da Dachau.

Il Pentcho era un vecchio rimorchiatore arrugginito, un battello fluviale con un’unica ruota, dunque asimmetrico e sbilanciato, dal fondo piatto, riparato e messo in grado di navigare, dal nome originario “Stefano” perché batteva bandiera italiana. Fu acquistato grazie all’iniziativa dello studente ventitreenne Alexander Citron (o Czitrom), ebreo, e all’intermediazione di un amico fidato, Zoltan Schalk. Citron aveva ideato nel 1939 il progetto, piuttosto folle ma non irrealizzabile, sostenuto dalla sezione del Betar – il movimento giovanile del Partito revisionista sionista – di fuggire da Bratislava scendendo lungo il Danubio e attraversando Ungheria, Serbia, Romania, fino al delta del fiume e al Mar Nero; da qui, attraversando il Bosforo, il Mar di Marmara e i Dardanelli, sarebbero dovuti giungere nel mar Egeo, poi nel Mediterraneo, e infine alla meta.

Dovevano partire nell’agosto 1939 ma le difficoltà furono tante. Fu un agente bulgaro della N.Z.O. (la New Zionist Organization fondata a Vienna nel 1935 e poi sciolta nel 1946), tale Reuben Franco, che aveva come nome di battaglia “Pentcho” – diminutivo di Pietro – a concludere l’acquisto del piroscafo in Romania.

Il viaggio dunque iniziò, tra mille difficoltà e peripezie; i profughi viaggiavano ammassati nella stiva, in condizioni igieniche pietose; erano infestati da pidocchi e cimici, soffrivano il caldo, la sete, la fame. Eppure si organizzavano, restavano coesi e solidali. Nacque perfino una bimba, il 13 agosto 1940, a Dobra (Slovacchia), dove l’imbarcazione era ormeggiata: Chaviva Blumenfeld.

Il comandante era il russo Ivan Markevic, cocainomane, senza una gamba, l’unico che aveva accettato l’incarico, considerato rischiosissimo in quanto il Pentcho non era adatto per la navigazione in mare: riuscì comunque a tenerlo a galla fino al naufragio, nei pressi dell’isolotto greco di Kamilanissi, il 9 ottobre. Qui tutti riuscirono a sbarcare prima dell’affondamento; furono salvati il 18 ottobre da una motonave della Marina italiana e portati a Rodi, in un campo d’internamento, dove restarono fino al febbraio 1942.

Da Rodi furono dunque trasferiti al campo di Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza, in Calabria. Qui ebbero un trattamento dignitoso grazie alle valide scelte umanitarie del direttore del campo, l’avellinese Paolo Salvatore, annoverato tra i Giusti fra le Nazioni; e furono tra i primi ad essere liberati dagli alleati nel settembre 1943. Si salvarono quindi tutti, tranne una famiglia che era rimasta a Rodi, occupata poi dai nazisti, che rastrellarono gli ebrei presenti e li deportarono ad Auschwitz.

Molti gli applausi del pubblico per uno spettacolo intensamente evocativo e profondo, che sottolinea l’importanza del coraggio e del valore assoluto della coscienza individuale al di là di tutto.

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