In un periodo particolare, quello collocato all’inizio del Novecento e seguito poi dall’intermezzo tra le due guerre mondiali – caratterizzato in Italia dal dominio fascista – la funzione sociale dell’opera d’arte è messa come non mai in discussione e porta gli artisti, pur in modi e tempi diversi, a enfatizzare l’aspetto creativo del loro lavoro, in contrasto con quello sempre più alienante dell’industria in crescente sviluppo.

Tra i movimenti che nascono in Italia nel primo ventennio del XX secolo, è assolutamente rilevante quello che considera l’arte pura metafisica (dal greco metà tà fusikà, “oltre le cose fisiche”): non le si assegna una funzione o uno scopo conoscitivo o pratico; non ha più un suo ruolo nella realtà, se non quello di essere un “elemento di disturbo”. Lo spazio pittorico dove si collocano oggetti come manichini simili a robot umanoidi o comunque forme prive di vita, è una sorta di deserto geometrico, dove il tempo è immobile, cristallizzato: uno spazio altro.

L’arte si colloca dunque in un diverso piano, metafisico e metastorico, diventa aliena essa stessa. Ambiguità e senso di inquietudine emergono da situazioni enigmatiche – una sorta di arte-sfinge – che vengono rappresentate in scene gelidamente silenziose, anti-rivoluzionarie, ma non per questo meno efficaci nell’esprimere con forza un distacco dagli eventi. È certo netto il contrasto con il dinamismo e l’energia veemente e rivoluzionaria del Futurismo, che aveva scelto soggetti in movimento, macchine, persone, animali, immersi in una realtà in trasformazione in cui l’arte partecipa ai processi in atto. L’opera metafisica invece annuncia un totale estraniamento: l’arte non può né rappresentare né influenzare la realtà.

Nella splendida mostra a Palazzo Reale, il prologo e l’epilogo sono dedicati a Giorgio De Chirico (Volos, 1888 – Roma, 1978), che si può considerare il “padre fondatore” della Metafisica. Sono presenti molti suoi capolavori: tra questi Le muse inquietanti (1917-18), Interno metafisico (con alberi e cascata) (1918), Il figliol prodigo (1922), Gli archeologi (1927), Piazza d’Italia (Souvenir d’Italie) (1924 -1925), La torre e il treno (1934), La torre del silenzio (1937).


Emergono atmosfere sognanti e misteriose, richiami al mito, architetture a linee pure, ad arcate prospettiche e candide che si affacciano, insieme a ombre nere allungate, su grandi spazi, che certo furono d’ispirazione per scelte urbanistiche legate al razionalismo e riguardanti la costruzione, negli anni ‘30, di città come Carbonia, Littoria (l’odierna Latina), Sabaudia, Pomezia e diverse altre. Interessante il giudizio espresso nel 1928 dal poeta e saggista (e molto di più) Jean Cocteau, che sostiene che De Chirico è un pittore religioso privo di fede, un pittore del mistero laico, che ci mostra la realtà spaesandola, quindi è uno spaesaggista…

Splendide anche le opere esposte prodotte dal fratello minore di Giorgio, Alberto Savinio, pseudonimo di Andrea Francesco Alberto De Chirico (Atene, 1891 – Roma, 1952), figura eclettica e geniale: giovanissimo compositore, diplomato a 12 anni in pianoforte, scrittore, drammaturgo, pittore.

Molti soggetti di entrambi si riferiscono alla grecità classica, anche in omaggio alla loro terra natale, lasciata nel 1905 alla morte del padre Evaristo, ingegnere ferroviario, costruttore di linee ferrate in Bulgaria e in Grecia e Direttore delle Ferrovie della Tessaglia.

Periodi trascorsi successivamente a Monaco di Baviera, a Parigi, a Ferrara – città dove De Chirico trova nuovi stimoli per la sua ricerca, sia dalle forme del castello estense che da quelle dei suoi dolci tipici! – furono fondamentali per i due fratelli, che entrarono in contatto con i più importanti artisti europei, esposero con successo i propri lavori in gallerie e mostre, allargarono fama e conoscenze.

Tra le opere di Savinio, vicino sia al movimento surrealista che alla Metafisica, di cui cerca una sintesi, si possono ammirare L’isola incantata (1928), Monumento ai giocattoli (1930), Nettuno (1939), La notte di Re Salomone (1930), Nascita di Venere (1950). Spazi di dimensioni teatrali e la cosiddetta “stanza pacchebotto” (da packet boat, “nave pacchetto”), invenzione metafisica raffigurante una camera-nave in cui viaggiare tra sogno e realtà, connotano alcuni suoi soggetti.


Una parte del percorso espositivo riguarda artisti come Carlo Carrà (1881 – 1966), che conobbe i De Chirico a Ferrara nel 1917; proveniva dal Futurismo e aderì in modo personale alle idee metafisiche, abbandonando via via l’enigma filosofico per andare verso uno spazio più storico e concreto. Madre e figlio (o Natura morta con manichini) (1917), L’ovale delle apparizioni (1918), L’amante dell’ingegnere (1921), sono alcune delle opere che si possono ammirare.


Il cosiddetto “gruppo dei metafisici” ferrarese influenzò la pittura del bolognese Giorgio Morandi, con le sue Nature morte, di Filippo De Pisis, di Felice Casorati (splendido il Ritratto di Maria Anna de Lisi,1919), di Mario Sironi, e di numerosi altri artisti, tra cui due esponenti di Les Italiens de Paris (Mario Tozzi e Renato Paresce).


In mostra anche bozzetti per scenografie, disegni per tessuti, abiti e riviste di moda, filmati documentaristici, oggetti di design, sculture, fumetti, opere di Pop Art, fotografie,che hanno come filo conduttore autori e temi riferiti alla poetica Metafisica. De Chirico preparò disegni per le scenografie del film Sul ponte dei sospiri (1953), con la regia di Antonio Leonviola, e successivamente per quelle della trasmissione Rai Habitat (1978-1980).


Mostra imperdibile, ricca di suggestioni, interessantissima, che si collega con Milano Metafisica all’adiacente Museo del Novecento e con esposizioni come omaggio a Giorgio Morandi sia a Palazzo Citterio che alle Gallerie d’Italia. Fino al 21 giugno 2026.




