UN VIAGGIO OSCURO TRA POTERE E VISIONE IL MACBETH VERDIANO INAUGURA LA NUOVA STAGIONE D’OPERA  AL COCCIA DI NOVARA

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Il Macbeth di Verdi mancava a Novara, se non andiamo errati, dal lontano 2013, quando ebbe qualche risonanza a livello nazionale per la prima (e ultima) regia d’opera di Dario Argento.

A differenza di quella lontana rappresentazione, che ricorreva a elementi tratti dalla versione ‘fiorentina’ del 1847, tra cui, in particolare, la morte in scena di Macbeth nel finale, questa rappresentazione, prodotta dalla Fondazione Teatro Coccia, adotta pienamente la versione ‘parigina’ del 1865. Questo Macbeth, che inaugura la stagione 2026 del Coccia, è andato in scena il 23, 24 (cast secondario) e 25 gennaio: qui si presenta quest’ultima rappresentazione, col cast principale, salvo, come subito vedremo, il primo soprano, la Lady. Questo, che nel catalogo delle ventisei opere del bussetano occupa di diritto un posto tra i capolavori, si è imposto nella rappresentazione novarese come uno spettacolo di forte impatto teatrale e visivo. Regia, scenografia e costumi sono stati affidati a Daniele Piscopo, apprezzabile per una lettura essenziale e fedele al testo, che mette al centro la progressiva disgregazione morale dei protagonisti.
Nelle sue dichiarazioni di regia, Piscopo ha indicato come suo principio ispiratore una forte interiorizzazione della vicenda come, citiamo, “immersione nelle zone più oscure dell’animo umano”, in particolare, ovviamente, quello del protagonista, segnato da un vuoto spirituale, “fragile e insicuro”. Il male è dentro di lui, e le streghe ne sono il simbolo, costantemente presente sulla scena.  Il rapporto tra Macbeth e Lady Macbeth è costruito con coerenza, come progressiva, inesorabile trasformazione dell’ambizione in ossessione e follia.  La scenografia si distingue per la sua forza evocativa. Si alternano fondali materici, di rocciosità opprimente e scabra, su cui si proiettano con frequenza figurazioni luminose evanescenti, immagini d’incubo, di violenza e di guerra, sangue, fuoco, simbolo di un mondo trasformato in inferno dalla violenza.
Qui più di un complimento dobbiamo fare al sempre eccellente light designer del CocciaIvan Pastrovicchio. Gli interni, di contro, evocano un castello medievale, spesso con sontuosa spettacolarità (la grande scena del banchetto con l’apparizione del fantasma di Banco nell’atto II), sulla cui parete di fondo si apre talora una vetrata da cui si scorge un bosco invernale, anch’esso immagine di morte con le sue piante stecchite e la totale assenza di vita. Ovvio che, nei bei costumi, la dominante cromatica sia il nero, con la variante di un grigio spento che talvolta gli si avvicenda: unica eccezione la Lady, che entra in scena in abito bianco prima dell’assassinio di Duncan, per poi diventare, ovviamente, rosso sangue. Ma il merito maggiore di questa regia di Piscopo, accanto alla spettacolarità e bellezza della scenografia è stata la sapienza con cui sono stati gestiti i movimenti dei cantanti-attori e delle masse corali, davvero coinvolgente nell’evocare come una ventata di crudeltà e follia che si abbatte sui personaggi della cupa vicenda. Sul podio era Jordi Bernàcer, alla guida dell’Orchestra Filarmonica Italiana.  Il direttore spagnolo, già apprezzato al Coccia due stagioni fa con una bella Rondine pucciniana, dimostra con nettezza il suo profilo di direttore d’orchestra internazionale di grande mestiere e raffinatezza. È stato puntuale ed efficace nella gestione delle masse sonore, facendo dell’orchestra non solo uno sfondo per l’accompagnamento dei cantanti, ma anche la creatrice di atmosfere, sottolineando bene i momenti d’intensità drammatica, come i momenti di più cupa introspezione. Diremmo che nel complesso Bernàcer abbia seguito bene lo sviluppo psicologico dei personaggi, anche grazie a un buon dialogo con il palcoscenico, in cui rari sono stati i casi di ‘copertura delle voci’ ad opera della buca. Dalla Filarmonica italiana Bernàcer ha saputo ottenere una buona trasparenza di suono, accompagnata da una cura attenta dei valori timbrici; i passaggi in cui gli archi gravi tratteggiano le tensioni interiori di Macbeth sono stati eseguiti con accurata gestione dei colori e convincente intensità espressiva. Calibrate con efficaci variazioni chiaroscurali le dinamiche, per le quali il Macbeth richiede particolare attenzione in funzione drammatica. L’Orchestra Filarmonica Italiana ha risposto con grande precisione alle indicazioni del podio: dal cupo preludio iniziale — dove i legni scandiscono con sospesa inquietudine i primi attacchi — alla tessitura più ricca dell’atto terzo, caratterizzata da un uso dei fiati molto calibrato, per sostenere l’introspezione psicologica dei protagonisti.  Il coro della Schola Cantorum S. Gregorio Magno di Trecate, preparato dal MaestroMauro Trombetta. ha dato prova di buonaconcentrazione e partecipazione, sia sotto il profilo scenografico-drammaturgico, sia sotto quello vocale: i passaggi corali — da quelli delle streghe a quelli della corte — sono stati realizzati con un buon equilibrio tra vigore e precisione e chiarezza del suono, cui si aggiunge la finezza espressiva delle mezze voci, molto suggestive ad esempio nel grande coro, uno dei più belli tra i cori verdiani, Patria offesa, che apre l’Atto IV. Possiamo ben dire che, con gli anni, l’esperienza e un ottimo lavoro di preparazione da parte del Maestro Trombetta, la Schola Cantorum, oltre che un ottimo coro liturgico, sia diventato anche un convincente coro operistico, il che non era impresa facile, né scontata. Se fin qui  di questo Macbeth novarese non abbiamo potuto che dir bene, le cose vanno un po’ diversamente per le voci, e ci riferiamo alle voci dei due protagonisti, Il cast dei cantanti era formato prevalentemente da giovani, che già si sono guadagnati una certa fama nazionale, che in gran parte debuttavano i loro rispettivi ruoli nel Macbeth: il baritonoSergio Vitale era chiamato a interpretare il ruolo del protagonista nel cast principale. Il suo strumento vocale è di buon peso e volume nei centri della tessitura, ben proiettati. Tuttavia il suo timbro vocale è apparso troppo spesso ‘ingolato’ e negli estremi dell’estensione poco convincente; debole nei registri gravi, denuncia difficoltà negli acuti, poveri di legato. Giunto evidentemente stanco alla conclusione dell’opera, nell’aria Pietà, rispetto, onore del IV Atto due suoi acuti sono stati francamente imbarazzanti. Se a questo aggiungiamo una linea di canto piuttosto monocorde e povera di sfumature, abbiamo l’immagine di un baritono non del tutto all’altezza dei compiti espressivi affidatigli da una regia che molto puntava sull’interiorità  e dunque le sfumature espressive del canto.  Salviamo, della prestazione di Vitale, le sue ‘scene di forza’, dove ha potuto far valere meglio le sue caratteristiche risorse vocali, nascondendo i suoi limiti. Di conseguenza, la sua presenza scenica è stata appena accettabile. La parte di Lady Macbeth è toccata al soprano Maria Cristina Bellantuono, inizialmente inclusa nel secondo cast, ma che la sera della prima, ha dovuto sostituire ‘in corsa’, dal II Atto, la titolare del cast principale, Monica Zanettin, vittima di un improvviso malessere.
Al netto dall’encomiabile prova di professionalità, data nell’accettare immediatamente l’incarico di sostituire la più titolata Zanettin, il giovane soprano pugliese deve, con ogni evidenza, ancora crescere e maturare, e in questo momento il ruolo di Lady Macbeth, tra i ruoli sopranili più ardui, non è per lei. Volendo partire dal meglio che si può dire della sua vocalità, Bellantuono dispone di discreta potenza nella spinta verso l’acuto, e di un fiato abbastanza lungo per sostenere il fraseggio. Detto questo, vengono le dolenti note: una voce povera di armonici, debole in tutti registri-chiave dell’estensione, i gravi e i centri, fragili, e gli acuti, quasi sempre strillati. Ma l’aspetto che la Bellantuono, a nostro avviso, deve correggere il più presto possibile è la dizione, che soprattutto nelle sezioni cantate è assai imperfetta, rendendo spesso poco comprensibili le sue parole. Possiamo giudicare sufficiente la sua interpretazione attoriale, grazie anche alla regia di Piscopo, soprattutto nella grande scena di follia. Il meglio, dal punto di vista vocale, è stato offerto dai personaggi ‘minori’, eppure importantissimi nello svolgimento della vicenda e nella sua architettura musicale. Per noi il migliore cantante in assoluto di questo Macbeth è stato Roberto Scandiuzzi:basso verdiano tra i più grandi della sua generazione (n.1958), ha sfoggiato una voce dal bel timbro scuro, nobile, che, unito ad una linea di canto di buona tenuta e ampio respiro, sostiene, anche scenicamente, un’eccellente interpretazione della parte di Banco, dalla intensa tragicità, venata di severa maestosità, che si riflettono anche nella sua presenza scenica. Solida la prova del tenoreIvan Magrì, nel ruolo di Macduff, sorretta da uno strumento vocale chiaro e di buona proiezione, e improntato ad un’espressività drammatica di forte impatto: il suo momento migliore è stata l’aria “Ah, la paterna mano” (Atto IV) di bel fraseggio e coinvolgente emotività, con un crescendo verso l’acuto di grande suggestione emotiva. Il giovane tenore cinese Xiaosen Su, un Malcolmdalla linea di canto pulita e dal timbro chiaro e sempre controllato con eleganza, anche nei più vivaci concertati, è apparso un po’frenato sul piano attoriale, ma è apparso comunque come un cantante destinato a traguardi di tutto rispetto. Hanno nel complesso sbrigato adeguatamente il loro compito le parti di fianco: Elena Malakhovskaya (Dama di Lady Macbeth), Marco Baldino (Re Duncano), Omar Cepparolli (Medico), Piero Santi (Domestico/Araldo), Luigi Varriale (Sicario), Roberto Messina,Erika Fornero, Agnese Jurkovska (Prima, seconda, terzaapparizione, cioè le streghe).
Lo spettacolo, molto ben costruito sul piano registico-scenografico e con ottima prestazione dell’orchestra, nonostante i limiti vocali che abbiamo segnalato nei due cantanti protagonisti, ha avuto notevole successo e ha riscosso lunghi e vivaci applausi da un pubblico da tutto esaurito, come nelle due serate precedenti.  Un buon inizio di stagione per il Coccia, che autorizza a sperare in un’altra buona stagione. (ultime 4 foto dall’Ufficio Stamapa del Teatro Coccia)