Russell Crowe, classe 1964, attore neozelandese protagonista indimenticabile, venticinque anni fa, di film come Il Gladiatore (vinse l’Oscar nel 2001) e A Beautiful Mind (vinse il Golden Globe nel 2002), dà in Norimberga (2025) un’altra prova di eccellenza interpretando la complessa figura di Hermann Goering nel periodo che va dall’8 maggio 1945 al 15 ottobre 1946.

Le due date corrispondono rispettivamente al giorno della resa incondizionata della Germania agli Alleati, con la consegna spontanea di Goering alle forze americane, e poi al giorno del suo suicidio in carcere, a Norimberga, poco prima di essere portato al patibolo per l’esecuzione.

È quindi il primo processo svoltosi nel Palazzo di Giustizia di Norimberga (ricostruito all’epoca per l’occasione) a carico di gerarchi nazisti, dal 20 novembre 1945 al 1° ottobre 1946, lo sfondo principale del film, diretto e co-prodotto dal regista statunitense James Vanderbilt e tratto dal romanzo Il nazista e lo psichiatra (2013) di Jack El-Hai, giornalista e scrittore di Minneapolis.

Nato in Baviera nel 1893, pilota da caccia nella I Guerra Mondiale, Goering aderì nel dopoguerra al partito nazionalsocialista; fu Presidente del Reichstag, vice di Adolf Hitler, ministro per l’Aviazione, per le Foreste, per l’Economia, responsabile del Piano quadriennale, Presidente del Consiglio per la Difesa del Reich. Sottolineava, anche durante il processo, il suo grado di Reichsmarschall. Questi incarichi gli diedero un enorme potere e, per quanto cercasse di negarlo, fu responsabile dei crimini atroci del regime nazista, in particolar modo di ciò che avvenne nei campi di sterminio.


Uno psichiatra americano, in Europa per assistere i soldati affetti da stress da combattimento, il dott. Douglas Kelley, fu chiamato per esaminare i ventidue imputati, prima del processo: scopo ufficiale era quello di valutare la loro salute mentale e di prevenire eventuali tentativi di suicidio. Per il ruolo di Kelley, personaggio tormentato, che nel film fa emergere una certa empatia per Goering, da lui spesso visitato nella cella n.5, è stato scelto il quarantaquattrenne Rami Malek, ricordato per il suo straordinario Freddie Mercury in Bohemian Rhapsody del 2019 (vinse sia l’Oscar che il Golden Globe).

Il Kelley reale, rientrato in California, divenne docente universitario e si occupò di ricerche sui cosiddetti sieri e macchine della verità, acquisendo fama come criminologo; pubblicò nel 1947 il saggio 22 cells in Nuremberg, sulla sua esperienza di consulente psichiatrico con i criminali nazisti, ma il testo non ebbe il successo sperato. Incredibilmente, condivise il destino di Goering: si uccise con il cianuro, il 1° gennaio 1958.

A una terza figura viene dato nel film un certo rilievo: si tratta del sergente americano Howard Triest, detto Howie, interpretato dal giovane attore britannico Leo Woodall. Howie conosceva il tedesco e fungeva da interprete. Il film è molto rispettoso della verità riguardo alla vita di Triest (morto a 93 anni, in Michigan, nel 2016) del suo passato e della sua famiglia: ed è agghiacciante, per Kelley (e per gli spettatori) apprendere la sua storia.

Tra gli altri interpreti spicca Michael Shannon, attore statunitense, cinquantunenne, che sostiene la parte di colui che ebbe l’incarico di Procuratore Capo dal presidente Truman, ossia Robert H. Jackson, giudice associato della Corte suprema degli U.S.A.

Film interessante, abbastanza aderente alle vicende storiche nonostante qualche invenzione scenica, con spunti che fanno riflettere ancora una volta non solo sugli orrori del nazismo (spaventose le scene documentaristiche girate nei lager, con ammassi di cadaveri spinti da pale meccaniche), ma anche sui temi fondamentali e più generali della giustizia, dell’etica, delle responsabilità collettive e individuali, sulla “banalità del male”, e su situazioni contemporanee che sembrano avere qualche assurda analogia. Hitler e Goering dichiaravano pubblicamente di voler la pace, a meno che qualcuno volesse la guerra; e desideravano rendere ancora grande la Germania…


