DICEMBRE

ARTICOLI    CORRIEREBIT-SCIENZA    2005

ITER: la via verso la fusione termonucleare controllata                          di Simone Coelli e Marco G. Giammarchi    

“ITER” - acronimo di “International Thermonuclear Experimental Reactor” - è una parola latina che significa percorso e sottolinea l’obiettivo di un grande progetto scientifico su scala mondiale, la dimostrazione di fattibilità della fusione termonucleare controllata. Con ITER si vuole realizzare di un impianto prototipo in grado di generare e sostenere stabilmente reazioni di fusione di un plasma di Deuterio e Trizio confinato magneticamente in un reattore di tipo Tokamak. Vediamo con calma di cosa si tratta. Iniziamo col distinguere il processo di fusione nucleare dal quello che consente il funzionamento delle odierne centrali “a fissione”. Mentre nella fissione nuclei pesanti (Uranio, Plutonio…) vengono suddivisi in nuclei più piccoli, nella fusione nuclei leggeri (Trizio, Deuterio…) vengono fatti unire per formare un nucleo più grande; in entrambe i casi si guadagna energia. I moderni impianti a fissione hanno un elevato livello di sicurezza ma lo svantaggio principale di questa tecnologia è la generazione dei frammenti di fissione e degli elementi transuranici. Questi sono nuclei instabili (radioattivi), la dispersione dei quali determina il fattore principale di rischio in un incidente al reattore o al combustibile estratto a fine vita, le famose “scorie nucleari”, che purtroppo hanno tempi di dimezzamento estremamente lunghi. Nel processo della “fusione” si libera energia dall’unione di nuclei leggeri che fondono in un nucleo più pesante e stabile. Occorre operare in particolari condizioni perchè avvenga questo tipo di reazione; infatti i nuclei per fondersi devono essere fatti avvicinare contrastando la forte repulsione elettrica che subiscono essendo entrambi dotati di carica positiva. Riferendoci in particolare alla tecnologia di ITER ci limiteremo solo alla fusione termonucleare a confinamento magnetico, nella quale le elevate energie cinetiche delle particelle portate nella condizione di plasma termonucleare (gas completamente ionizzato a temperature di molti milioni di gradi) rendono possibile lo scontro dei nuclei e la loro fusione.  In un reattore di questo tipo (Tokamak) si sfrutta il fatto che le particelle sono dotate di carica elettrica per ottenere il confinamento del plasma mediante complessi campi magnetici in una camera toroidale, all’interno della quale si crea una sorta di ciambella di plasma. I reagenti, cioè i nuclei introdotti nel reattore per sostenere le reazioni di fusione, sono gli isotopi dell’idrogeno, Deuterio e Trizio. Questi isotopi hanno sempre una carica positiva unitaria nel nucleo costituita da un protone, ma hanno rispettivamente anche uno o due neutroni nei loro nuclei. La reazione - indicata come D+T - è quella che riveste il maggiore interesse, perchè minimizza le repulsione tra i nuclei e rende massima la probabilità che si inneschino le reazioni di fusione; la temperatura di accensione per questo plasma è di circa 50 milioni di gradi, piu’ alta di quella del centro del Sole. I prodotti della reazione D+T sono un nucleo di elio e un neutrone energetico.A prima vista questo sembrerebbe un processo più pulito e sicuro della fissione data l’assenza di combustibile esausto altamente radioattivo e la mancanza del pericolo di criticità incontrollata (un malfunzionamento accidentale del sistema provocherebbe l’esaurimento immediato del processo). Tuttavia la manipolazione di un isotopo radioattivo come il Trizio e la produzione di molti altri radioisotopi per attivazione dei materiali da parte dell’intenso flusso di neutroni, rendono comunque un reattore a fusione degno delle stesse attenzioni necessarie nelle altre tecnologie nucleari. 

Lo scopo di ITER 

Il principio di funzionamento delle stelle, come il nostro Sole, si basa sulle reazioni di fusione, che sono quindi diffusissime nell’Universo. La ricerca orientata alla riproduzione di questo processo sulla Terra può essere in qualche modo riassunta per mezzo del “diagramma di Lawson” che illustra graficamente il criterio legato alle condizioni minime necessarie affinchè un plasma termonucleare raggiunga una condizione di funzionamento dove si abbia una produzione netta di energia. Per guadagnare energia è necessario raggiungere una certa zona dei parametri nel diagramma di Lawson (fig. 1). Senza scendere nei dettagli questo significa che il plasma deve essere confinato per tempi abbastanza lunghi in condizioni di densità e temperatura sufficienti a sostenere il processo di fusione in modo continuo e produttivo. La storia di questa ricerca è quindi quella di una lunga “arrampicata” nel diagramma di Lawson, fino alla regione interessante dei parametri, quella in alto a destra nella figura 1. ITER giungerà più in alto nel grafico rispetto a tutti i precedenti reattori sperimentali (come JET o TFTR), fino ad un  punto in cui si potrà dimostrare se effettivamente il sogno di sfruttare tale fonte di energia sarà realizzabile. 

Nascita del progetto ITER 

La ricerca sulla fusione – fenomeno fisico scoperto nel 1936, prima della fissione -  ha una lunga tradizione in tutto il mondo, dalla Russia al Giappone all’Europa e agli Stati Uniti. Approcci diversi sono stati seguiti dai diversi paesi e alcuni - come la fusione inerziale  - vengono ancora perseguiti (anche per scopi militari). Tuttavia è emersa chiaramente alla fine dell’ultimo secolo la consapevolezza che nessuna nazione o contesto continentale avrebbe avuto le risorse per affrontare il prossimo decisivo passo: la costruzione di un reattore termonucleare dimostrativo a guadagno superiore a uno. Nasce il progetto ITER per un reattore mondiale sulla fusione. La discussione su dove costruire il mega-reattore è stata lunga e difficile e alla fine ha visto due schieramenti dividersi sulla possibilità di costruirlo in Europa (idea sostenuta da Russia, Unione Europea e Cina) o in Giappone (come preferito da Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone). Alla fine, anche come soluzione di compromesso, si è deciso per il sito europeo, ma con l’accordo che il reattore avrà uno staff dirigenziale giapponese. Il 28 giugno 2005 è stata quindi ratificata la decisione di costruire ITER nel sito di Cadarache in Francia, vicino ad Aix-en-Provence. L’impresa verrà realizzata con le competenze di scienziati e tecnici di tutto il mondo e con il sostegno economico di Unione Europea, Cina, Giappone, Russia, Sud Corea, Stati Uniti e Svizzera. Questa stretta cooperazione a livello mondiale è indispensabile per affrontare l’enorme impegno economico e tecnologico richiesto da un’impresa così ambiziosa. Tecnicamente ITER rappresenta il maggiore passo sperimentale tra ricerca e scala industriale nel programma scientifico di sfruttamento dell’energia nucleare da fusione a scopo pacifico. L’energia dei prodotti di reazione potrebbe essere convertita in energia elettrica, anche se la generazione di potenza elettrica non è l’obiettivo di ITER che consiste invece nella dimostrazione della fattibilità scientifica. Solo dopo aver raggiunto questo traguardo sarà possibile pensare alla costruzione di centrali di potenza e si dovrà allora investigare se sarà possibile rendere la fusione anche economicamente competitiva rispetto alle altre fonti energetiche. Questo dipenderà inevitabilmente dalle strategie energetiche che i paesi  intenderanno attuare. Naturalmente, come per qualunque altra fonte energetica, nel computo della competitività si dovranno tenere in conto tutti i costi inerenti al trattamento in sicurezza dei materiali radioattivi, inquinanti o comunque socialmente pericolosi coinvolti nel ciclo di produzione.Nel contesto energetico mondiale il crescente aumento della domanda dovrà essere fronteggiato nel prossimo futuro sfruttando oltre alle risorse fossili (petrolio, gas, carbone, in inesorabile diminuzione), una crescente percentuale di energie rinnovabili (idrica, eolica, solare, biomasse) e, nonostante l’attuale rallentamento dei relativi programmi, la fissione nucleare. In questo scenario la fusione nucleare rappresenterà forse una possibile alternativa e merita oggi di essere studiata, anche in vista dell’indotto tecnologico e delle relative ricadute scientifiche, ma senza crearsi eccessive illusioni. 

Come funziona il reattore ITER? 

ITER sarà la più grande macchina di questo tipo mai costruita, in grado di produrre 500 Megawatt di potenza in condizioni di autosostentamento della reazione. I suoi parametri di progetto sono tali da permettere di ottimizzare il processo durante le fasi di sperimentazione grazie a flessibilità di potenza di fusione, densità e fattori di forma del plasma, comando delle correnti, dei sistemi di alimentazione del combustibile e sistemi per la sostituzione dei componenti interni del reattore.Il design di ITER è basato sull’idea di poter collaudare le tecnologie oggi conosciute per il riscaldamento del plasma, includendo tutte le possibili tecniche diagnostiche del plasma e lasciando spazio ad eventuali innovazioni che potranno nascere nel prossimo futuro, durante la sua realizzazione e utilizzo. Come sistemi principali di riscaldamento del plasma si sfruttano onde elettromagnetiche e fasci di particelle accelerate che portano la temperatura nel cuore del plasma oltre i 100 milioni di gradi innescando le reazioni di fusione termonucleare. Per confinare il plasma, mantenendolo separato dalle pareti interne della camera anulare del Tokamak (che altrimenti finirebbero distrutte), si utilizzano complessi campi magnetici creati da bobine superconduttrici, immerse in criostati ad elio liquido a temperature di pochi gradi Kelvin, ossia vicinissime allo zero assoluto. L’intensità del campo e il volume della macchina  lo rendono anche uno dei più grandi magneti del mondo, composto da un sistema magnetico toroidale (18 bobine alte 12 metri e larghe 8), sei bobine poloidali circolari (diametri da 6 a 25 m) esterne alla camera toroidale (destinate al controllo di posizione e forma del plasma), e da un solenoide centrale (del diametro di 3 m e alto 14 metri) per il riscaldamento del plasma. La durata prevista per le scariche di plasma è di 400 secondi, ritenuta sufficiente per una dimostrazione tecnico-scientifica convincente, mentre la corrente circolante nel plasma raggiunge i 15 milioni di Ampère. La potenza di riscaldamento iniettata è 50 MW mentre le reazioni di fusione dovranno produrre 500 MW, con un incremento di un fattore Q = 10, rapporto tra quella estratta e quella immessa nel sistema. Un’amplificazione interessante di energia, per la prima volta ottenibile dopo le positive esperienze con precedenti reattori, in particolare il JET, che pero’ poteva al massimo raggiungere solo il pareggio energetico.La potenza generata viene raccolta nelle pareti interne del Tokamak da apposite strutture in grado di trasferirla poi al fluido termovettore (acqua) che convoglia il calore a sistemi di raffreddamento esterni e che in futuro potranno essere dei turbogeneratori (in grado di convertire la potenza termica in elettrica e infine immetterla nella rete di distribuzione). Dopo il completamento del reattore (previsto per il 2016), il periodo di funzionamento previsto è di circa 20 anni con una miscela di Deuterio e Trizio (D+T) come combustibile. Anche se la fusione risulta più pulita della fissione, le parti affacciate al plasma soggette al flusso di neutroni prodotti nelle reazioni di fusione si attivano durante gli esperimenti. Grande attenzione va posta quindi nella gestione dei prodotti e delle parti  radioattive, limitandone volumi e tossicità mediante una corretta gestione del ciclo di  smaltimento. 

Conclusione 

ITER rappresenta un passo in avanti decisivo per la fusione termonucleare controllata a scopi pacifici. La concentrazione di uno sforzo economico e scientifico su scala mondiale permetterà per la prima volta di guadagnare energia da un prototipo di reattore a fusione. La costruzione di ITER in Francia è anche una grande occasione per l’Europa e per l’Italia, sia dal punto di vista strettamente scientifico che da quello tecnologico e dell’indotto. Realtà come l’ente francese CEA (Commissariat à l’Energie Atomique) o l’italiana Ansaldo Superconduttori avranno modo di impiegare e perfezionare la tecnologia necessaria con ricadute positive ad ampio raggio.Con in mente il bagliore inquietante dei test nucleari delle bombe a fusione – bomba H – nei quali ci si rende conto delle immense riserve di energia celate nei nuclei, vorremmo concludere questo articolo con una nota di ottimismo sulle possibili ricadute pacifiche della ricerca e dell’ingegneria della fusione nucleare. 

20 dicembre 2005    Simone Coelli e Marco G. Giammarchi  

Bibliografia

1) Il sito internet di riferimento, ricco di informazioni e collegamenti è www.iter.org  

NOVEMBRE

VACCINI ANTITUMORALI ALLA GIORNATA AIRC

   Le cellule di un tumore maligno esprimono antigeni di membrana che possono essere riconosciuti da linfociti T citotossici, riconoscimento che sta alla base di una reazione immunitaria contro il tumore stesso. Tali  antigeni sono di natura proteica: possono essere proteine normali iperespresse, o mutate, oppure espresse de novo, in quanto proteine embrionali. Da questa scoperta la ricerca oncologica sta sviluppando programmi mirati alla costituzione di “vaccini antitumorali”, che non hanno un ruolo preventivo, come i vaccini usati nella profilassi delle malattie infettive, bensì una funzione terapeutica: si tratta di “cocktail” di antigeni (peptidi, proteine, plasmidi a DNA) che vengono iniettati nel sottocute di pazienti in sette-otto somministrazioni. Queste molecole giungono ai vasi linfatici, arrivano ai linfonodi e qui attivano i linfociti T, che così possono riconoscere il tumore con maggiore efficacia e attaccarlo. I vaccini vengono sempre abbinati alla terapia chirurgica, in particolare di tumori quali i melanomi, il carcinoma prostatico, i tumori del colon-retto. Un monitoraggio immunologico sul sangue del paziente informa il medico sulla risposta del malato alla terapia vaccinale, risposta che non sempre è positiva. Infatti, non solo può essere scarsa l’attivazione dei linfociti, ma può anche succedere che i tumori passino al contrattacco: alcune cellule di melanoma, per esempio, possono produrre microvescicole pro-apoptosiche dirette ai linfociti T, nei quali inducono l’apoptosi, cioè il suicidio cellulare. E’ una vera e propria “guerra dei mondi”: le cellule sane della linea di difesa contro le cellule malate. Il tema dei vaccini antitumorali è stato affrontato da Licia Rivoltini dell’Istituto dei Tumori di Milano e responsabile del gruppo di ricerca, durante l’incontro della Giornata AIRC, davanti a un folto pubblico, tra cui molti studenti delle scuole superiori. Pier Paolo Di Fiore ha invece parlato di terapie anticancro personalizzate, su base genetica. Dal confronto di microchip di DNA si possono creare gruppi di tumori sulla base di somiglianze tra geni “accesi”, cioè attivi, e geni “spenti”. Questi microchip sono vere e proprie “fotografie molecolari”, che possono anche fornire informazioni sulla tendenza delle cellule a dare metastasi oppure no. Si ricercano quindi gli enzimi alterati nelle cellule tumorali, in quanto gli enzimi sono facilmente attaccabili da farmaci; la proteomica aiuta dunque molto la medicina oncologica. Per esempio, una proteina prodotta nella leucemia mieloide cronica, l’enzima tiroxina chinasi bcr-abl, favorisce la proliferazione delle cellule ematopoietiche e ne frena l’apoptosi, provocando la malattia: un farmaco in commercio dal 2002, l’Imatinib, inibitore di tale proteina, ha fatto registrare un buon numero di guarigioni. Alessandro Bergonzoni(nella foto) è infine intervenuto sollevando questioni importanti: malattia e morte fanno parte della nostra vita, perché la gente ne parla e se ne interessa solo quando riguarda qualche parente o amico? Perché si ha paura? Non dovrebbero forse esserci corsi di tanatologia nelle scuole e nelle università? Perché un medico non viene preparato a comunicare con i pazienti? Nelle scuole le scienze si insegnano ma non c’è spiritualità, non si parla più di anima, quando l’anima è più importante del corpo. E’ assurdo appellarsi sempre ai giovani, dicendo che loro sono il nostro futuro: solo i giovani che s’interessano ai problemi, che ragionano con la loro testa, che non sono abulici e indifferenti possono essere il futuro, gli altri no, meglio un novantenne che pensa piuttosto di un ventenne che non usa il cervello (e parecchi studenti presenti nelle ultime file, invece di ascoltare, chiacchieravano del più e del meno). 

    Anna Busca             anna.bus@tiscali.it

 

GIORNATA AIRC 

Sabato 26 novembre sarà celebrata in ventidue città italiane la “Giornata per la ricerca” promossa dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, che proprio nel 2005 compie quarant’anni. La mattina si terranno conferenze e tavole rotonde aperte al pubblico su temi riguardanti lo status quo della ricerca oncologica: nuove terapie in uso, studio di vaccini antitumorali, nuovi farmaci, prevenzione. “La Ricerca che cura. Presente e futuro” è il tema fondamentale, e molto spazio si darà quindi anche a questioni più generali, come il rapporto tra la cultura scientifica  e i giovani. A Milano gli incontri de “Il Sabato della scienza” si terranno all’Università Statale di via Festa del Perdono, a partire dalle 10.30. Presiederà Pier Paolo Di Fiore dell’Ifom e interverranno Licia Rivoltini (Istituto dei Tumori), Massimo Gianni (Cattedra FIRC di Oncologia Medica) e  Alessandro Bergonzoni. Sabato e domenica saranno inoltre svolte numerose iniziative finalizzate alla raccolta di fondi per la ricerca: sono coinvolti organi di stampa e canali televisivi, che trasmetteranno servizi speciali e interviste a medici e ricercatori. Informazioni su http://www.airc.it/           A.B.  

OTTOBRE

NUOVI LABORATORI AL MUSEO DELLA SCIENZA            di Anna Busca 

  Il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, fondato nel 1953 e dedicato a Leonardo da Vinci, si avvia a diventare uno dei musei nel suo genere più interessanti d’Europa (in Italia, sicuramente, lo è già). Il trasporto del sottomarino Toti (visitabile tra poco anche all’interno) per le vie di Milano fino al museo è stato un evento memorabile che ha riempito le pagine dei quotidiani, la scorsa estate. Il Museo è una vera fucina di iniziative: conferenze, mostre (I microscopi della Fisica, un viaggio virtuale dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, chiude il 6 novembre), visite guidate, proposte per i bambini, didattica, laboratori interattivi. Tra questi, sono stati presentati alla stampa e agli sponsor, il 26 ottobre, quelli di robotica, di genetica e biotecnologie, di telecomunicazioni.       Le attività dei tre laboratori sono inserite nel progetto EST (Educare alla Scienza  e alla Tecnologia), dedicato agli scolari delle elementari e delle medie e finanziato da Fondazione Cariplo. L’area Robotica è stata realizzata con la partnership  tecnico-scientifica di Mitsubishi Electric e con la collaborazione di ImagingLab e National Instruments. Il robot antropomorfo Leo assembla ruote dentate e pezzi meccanici, costruendo una macchina leonardesca:  passato e futuro si fondono emozionando il visitatore, che sarà poi messo in grado di progettare, costruire, programmare e collaudare a sua volta un piccolo robot. In una vetrina i Fotovori, insetti-robot simili ad automi-scarafaggi, si muovono se colpiti dalla luce. Spezzoni di film – per esempio il famoso Tempi moderni di Chaplin – introducono alla storia della robotica. Il laboratorio di Genetica e Biotecnologie, che si è avvalso della sponsorizzazione della Fondazione Italiana Accenture, comprende una parte dedicata alla didattica hands-on, dove i partecipanti realizzano esperimenti su materiale biologico (per esempio estrazione del proprio DNA o di DNA da campioni vegetali, studio delle fermentazioni), e  una zona dedicata alla bioinformatica, per approfondire alcuni argomenti grazie a software specifici. Microscopi sofisticati consentono osservazioni mirate a cellule e tessuti. Anche il settore sulle telecomunicazioni – partner tecnico-scientifici Siemens, Prysmian Cables & Systems, Sharp - è molto interattivo: è possibile studiare e “vedere” il funzionamento del telegrafo, del telefono, della radio, della televisione, dei computer, in uno scenario suggestivo di immagini, filmati, cimeli provenienti da preziose collezioni. Fisica, matematica, informatica sono discipline coinvolte in modo piacevole e divertente: curiosità e attenzione sono continuamente stimolate. Il Presidente della Fondazione Cariplo, avv. Guzzetti, ha espresso la sua soddisfazione per la realizzazione delle attività finanziate, auspicando che le giovani generazioni si avvicinino con entusiasmo alle scienze. Lo stesso auspicio è stato formulato dalla dott.essa Mengoni di Assolombarda proprio il giorno prima, alla presentazione del progetto triennale “Lauree scientifiche”, mirato ad incrementare le iscrizioni degli studenti a Chimica, Fisica, Matematica e Scienza dei Materiali. Le imprese hanno bisogno di menti creative, di menti “scientifiche”. L’unione di intenti tra scuola, università, musei scientifici e industria non può che dare buoni frutti.   Per approfondire: http://www.museoscienza.it/.  

 FESTIVAL DELLA SCIENZA 2005 

Dopo Venezia e Bergamo tocca ora a Genova ospitare una vera e propria “kermesse” scientifica: dal 27 ottobre all’8 novembre le iniziative e gli appuntamenti sono molteplici e sicuramente da non perdere.  Tra le conferenze al Palazzo Ducale è da segnalare “Dallo tsunami di Sumatra a quelli del Mediterraneo” con Laura Graziani e Alessandra Maramai quali relatrici (7/11 h 11), collegata all’exhibit “Tsunami: alla scoperta dei maremoti”; tra le mostre, “La scienza zoologica nelle tavole di Rudolf Leuckart” al Museo di Storia Naturale, i percorsi interattivi “Le Stanze dei Numeri” al Palazzo Reale e “Le Ruote Quadrate” al Casino Municipale. All’Acquario viene proiettato il film in 3D “I mostri degli abissi”. Sono inoltre fruibili sezioni didattiche su diversi temi di attualità: al Complesso S.Ignazio, in via Santa Chiara, per esempio, il CUS-Mi-Bio dell’Università degli Studi di Milano presenta il percorso didattico virtuale di formazione a distanza “Dagli organismi ai geni”. Per informazioni su orari e biglietteria http://www.festivalscienza.it/.   

(A.B.)

 UN NUOVO VIRUS?    di Anna Busca

 In questi giorni uno spettro si aggira per l’Europa: la paura di una pandemia provocata dal virus dell’influenza aviaria che dall’Asia, forse tramite gli uccelli migratori, si è spostato verso occidente, colpendo già in Turchia e in Romania. Pandemie influenzali da virus dell’influenza A si verificano a intervalli irregolari di alcuni anni: di solito cominciano appunto in Asia, giungono in Europa attraverso la Russia e poi si diffondono fino al continente americano. Perfino Ippocrate, nel V secolo a.C., descrisse una pandemia di questo tipo, che stava interessando la Grecia. Mentre i virus che provocano le periodiche epidemie di influenza A hanno la caratteristica fondamentale di modificare solo lievemente le loro proteine strutturali specifiche, grazie a mutazioni genetiche, durante la  fase di replicazione endocellulare - e in questo modo impediscono ad un sistema immunitario poco efficiente di riconoscere il virus stesso, che può pertanto infettare il medesimo organismo più volte – i virus responsabili delle pandemie agiscono in modo diverso. Tali virus, a differenza dei precedenti, sostituiscono addirittura uno o più geni con altri, in genere infettando animali, in particolare uccelli, spesso anatre, che costituirebbero un “serbatoio” naturale di geni nuovi, geni HA (si ritiene che la zona privilegiata dove questo può accadere sia la Cina). Questi garantirebbero un vero e proprio rinnovamento delle proteine del capside, l’involucro virale:  la memoria immunitaria di un’intera popolazione non avrebbe dunque nessuna “informazione” riguardante l’agente infettivo. Inoltre, le nuove proteine superficiali del virus sarebbero anche più adatte a garantire un buon adsorbimento alle cellule, in cui il virus può penetrare più facilmente, per endocitosi. L’infezione è quindi più rapida e più efficiente. Le cellule che per prime vengono infettate sono quelle dell’apparato respiratorio, dato che il virus viene in genere inalato. Le pandemie che partono dall’Asia orientale diffondendosi verso ovest sono caratterizzate purtroppo da elevati tassi di mortalità. Si ricordano pandemie nel 1890, nel 1900, nel 1918, nel 1957, nel 1968. La più famosa, la “spagnola”, imperversò dal 1918 al 1919 e paralizzò le forze armate alla fine del primo conflitto mondiale; il triste bilancio fu dai 20 ai 40 milioni di morti. Tra questi anche il famoso pittore espressionista austriaco Egon Schiele, appena ventottenne, e sua moglie, al sesto mese di gravidanza. Nel 1957 l’”asiatica” consentì di scoprire che il ceppo virale responsabile della pandemia era un H2N2 che aveva sostituito improvvisamente il ceppo H1N1 circolante l’anno precedente. Nel 1968 la “Hong Kong” fu dovuta a un sottotipo H3N2  che aveva rimpiazzato l’H2N2. Esami sieroarcheologici dimostrarono successivamente che anche le pandemie precedenti erano dovuti a ceppi “nuovi”.

         anna.bus@tiscali.it

 LO STUDIO DEI TERREMOTI   di Anna Busca

  I recentissimi disastrosi eventi sismici che hanno colpito il nostro pianeta sono paradossalmente il segno che la Terra è “viva” geologicamente: la teoria della tettonica delle placche, formulata circa quarant’anni fa, spiega i terremoti come fenomeni di rilascio dell’energia accumulata dalle rocce della crosta sottoposte a forze, per esempio di compressione o distensione, lungo grandi fratture (faglie). La litosfera – costituita dalla crosta terrestre e dalla porzione superiore, rigida, del mantello – è infatti suddivisa in una ventina di parti, dette placche, che si comportano come tessere di un puzzle in continuo movimento:  i margini delle placche possono essere divergenti, convergenti o conservativi, a seconda che lo scorrimento avvenga in direzione opposta, oppure in collisione, o  laterale.  La crosta si accresce in corrispondenza delle dorsali oceaniche, sede di effusioni laviche e coincidenti con i margini divergenti; si distrugge, sprofondando fino a fondersi, nelle fosse oceaniche, dove avviene la subduzione di una parte di crosta sotto un’altra. Il “motore” di tale dinamismo è probabilmente nel mantello: correnti convettive di materiale fuso risalgono, rompono e spingono la crosta, scendono, creando “celle” che trasportano le placche come se fossero su un tapis roulant. Contemporaneamente si ergono catene montuose, nascono e muoiono vulcani, si generano, appunto, sismi. Il terremoto che ha sconvolto il Pakistan l’8 ottobre scorso, con epicentro nella zona del Kashmir, ha avuto una magnitudo di 7,6 gradi nella scala Richter: si può paragonare al terremoto di Messina del 1908, che provocò 83000 morti ed ebbe una magnitudo di 7,5. La magnitudo si ricava dai sismogrammi, dall’ampiezza delle oscillazioni registrate; è correlata all’energia liberata dall’ipocentro: un aumento di un’unità di magnitudo comporta, in linea di massima, un aumento di tale energia di circa 30 volte. Il valore massimo di magnitudo finora registrato è 8,9 (terremoto di Valparaiso, Cile, del 1960, 4000 morti). Se leggiamo l’elenco dei sismi più importanti degli ultimi anni, vediamo che si sono verificati in Indonesia (Sumatra, 2004 e 2005), in Iran (Bam, 2003), in India (Guiart, 2001), in Cina (Taiwan, 1999).. In Iran si erano verificati sismi disastrosi nel 1968, nel 1972, nel 1990; in Cina nel 1966, nel 1975, nel 1976, nel 1987, quindi a pochi anni di distanza dai sismi iraniani, il che in termini geologici rappresenta un periodo molto breve. Se si osserva un planisfero e si traccia in modo grossolano una linea che unisce questi Paesi asiatici si ricava il “percorso” di margini di placche: una zona di subduzione, la fossa di Giava, a sud dell’Indonesia, e il margine continentale, di collisione, tra la placca eurasiatica e la placca indoaustraliana. E’ evidente che il moto di avvicinamento di queste ultime placche prosegue ed è causa di immani pressioni nei confronti delle rocce crostali ai margini. Purtroppo si può prevedere che tra i Paesi che potrebbero essere prossimamente colpiti da un sisma ci siano Cina, Turchia, Armenia, forse anche Grecia e Italia: è particolarmente a rischio la Turchia, colpita già nel 1975, nel 1976, nel 1999, quasi in coincidenza con i terremoti cinesi.   Dato che una previsione a breve termine dei terremoti è tuttora impossibile, sarebbe senz’altro opportuno considerare con maggior attenzione il rischio sismico del territorio, intensificando le esercitazioni della popolazione e i controlli di stabilità e di rispetto delle norme antisismiche degli edifici, soprattutto ospedali e scuole. 

      anna.bus@tiscali.it

LA STORIA DEI CARBURANTI SINTETICI: UN INTRECCIO DI SCIENZA, TECNOLOGIA, ECOLOGIA, POLITICA ED ECONOMIA  di Guido Busca   

 Il carbone, combustibile solido altamente impuro, è stato utilizzato su larga scala sin dal XVIII secolo, per la produzione di energia industriale, per il riscaldamento domestico e per la propulsione di mezzi di trasporto come i treni. Sin dalla fine del 1700 si imparò a produrre combustibili gassosi dal carbone. Questi vennero usati a partire dai primi decenni del 1800 per l’illuminazione pubblica e per le cucine domestiche (“gas di città”). Si tratta del “gas d’acqua” o “gas di sintesi” (una miscela di idrogeno con monossido di carbonio prodotta per reazione del carbone con acqua, la “gassificazione” del carbone) e del “gas di cokeria” derivato dal carbone per riscaldamento. Oggi questi gas sono stati sostituiti dal gas naturale (il metano). Per la propulsione di automezzi e aerei, però, sono stati utilizzati, sin dalla loro apparsa, carburanti liquidi, normalmente derivati dal petrolio. Nel 1925, Franz Fischer e Hans Tropsch, rispettivamente direttore e responsabile di ricerca al Kaiser-Wilhelm-Institut für Kohlenforshung di Mülheim, realizzarono la prima sintesi di idrocarburi liquidi a partire dal “gas di sintesi”, cioè la “liquefazione indiretta” del carbone. Questa  produzione di “carburanti sintetici” poteva consentire ad un paese ricco di carbone come la Germania (che dal 1933 fu governata da un certo Adolf Hitler) di produrre benzina pur essendo priva di petrolio.  La Germania nazista molto puntò su questa tecnologia, sviluppata industrialmente a partire dal 1936, per rendersi indipendente dal punto di vista energetico. Nel 1944 esistevano nove impianti Fischer-Tropsch (FT) in Germania,  con una produzione di 700.000 tonnellate/anno di carburanti sintetici.Col crollo della Germania, la fine della seconda guerra mondiale e l’avvento dell’era del petrolio, la necessità di produrre carburanti liquidi sintetici scomparve ovunque, eccetto che in Sud Africa. Questo paese, anch’esso ricco di carbone e privo di petrolio, fu isolato politicamente ed economicamente a causa della sua politica dell’ “apartheid”, la separazione razziale tra i bianchi colonizzatori e i negri colonizzati. A partire dal 1955 si realizza là, a Sasolsbourg, la  produzione industriale di carburanti sintetici con un processo FT via via modernizzato.Un brusco risveglio si ebbe, da noi, negli anni ’70 con le due drammatiche “crisi petrolifere” (1974 e 1979), quando cioè i paesi produttori di petrolio cominciarono a far valere il loro “potere” sui paesi consumatori, alzando di molto il prezzo del greggio. USA e Europa rischiarono di trovarsi in ginocchio. Immediatamente le “sette sorelle” (le multinazionali produttrici di petrolio) e le industrie chimiche collegate si lanciarono in affannose ricerche per risvegliare la tecnologia FT o sviluppare tecnologie alternative per produrre carburanti sintetici. I Sudafricani, ormai proprietari esclusivi del know-how FT, divennero interlocutori privilegiati…..Nel 1976 il chimico di origine cinese Clarence D. Chang della Mobil (una delle sette sorelle) scoprì un catalizzatore (la zeolite ZSM5) che consente la produzione di benzine da metanolo. La Mobil sviluppò quindi un nuovo processo di liquefazione indiretta del carbone, detto MTG (Methanol-to-gasoline, da metanolo a benzina), che prevede un passaggio in più (carbone-gas di sintesi-metanolo-benzine), ma pareva molto più efficiente del processo FT. Era una grande scoperta. Nei primi anni ’80, però, la necessità di carburanti sintetici svanì nuovamente perché il prezzo del petrolio era sceso quasi ai livelli del 1970. Produttori e consumatori avevano raggiunto un buon accordo.Nel frattempo iniziava l’era del gas naturale (il metano), ora abbondante ed economico. Il gas di sintesi (CO + H2) si può produrre anche a partire dal metano con il cosiddetto “steam reforming”. I processi FT e MTG quindi oltre a realizzare la “liquefazione indiretta del carbone” consentono  anche la “liquefazione del  gas naturale”, con produzione di carburanti liquidi da metano.Nei primi anni ‘80 la Mobil, desiderosa di veder realizzato il suo nuovo processo MTG, si accordò con il governo della Nuova Zelanda (dove il metano abbonda ma il petrolio no). Si costruì a Motunui un grande impianto MTG per la produzione di benzine da metano, che fu inaugurato con grande enfasi intorno al 1990. Fu però chiuso nel 1997, perché antieconomico, a causa di problemi tecnologici imprevisti. Alla Mobil avevano sbagliato qualche conto…..All’inizio del terzo millennio la ricerca di combustibili puri, in particolare esenti da zolfo, e non derivati dal petrolio (i cui prezzi stanno salendo molto) spinge di nuovo verso i carburanti sintetici, prodotti attraverso il “gas di sintesi”. Esso, infatti, può essere totalmente purificato dallo zolfo e puo’ essere prodotto da diverse materie prime (carbone, metano, anche biomasse). I prodotti della “vecchia” tecnologia FT, migliorata e modernizzata, sono quindi assolutamente esenti da zolfo, e sono di ottima qualità tecnica e ambientale, soprattutto i Diesel sintetici che si possono ottenere sia da carbone che da metano. Un grande impianto è stato realizzato dalla Shell in Malesia mentre impianti pilota sono attivi un po’ dappertutto, incluso in Italia.Franz Fischer, che collaborò allo sviluppo industriale del processo FT, restò direttore a Mülheim fino alla pensione, nel 1943. Hans Tropsch, invece, emigrò prima a Praga e poi a Chicago dove morì nel 1935. La loro tecnologia FT, che è stata al servizio del nazismo e dell’apartheid, avrà probabilmente un ruolo centrale nei primi decenni del terzo millennio per lo “sviluppo sostenibile” della nostra civiltà. Si tratta infatti di una tecnologia disponibile che verrà con ogni probabilità nuovamente applicata su larga scala non appena i prezzi del petrolio crescano oltre un certo limite. In attesa del momento in cui sapremo rinunciare ai combustibili fossili.

Guido Busca  Dipartimento di Ingegneria Chimica e di Processo     Guido.Busca@unige.it    Università di Genova 

 Dipartimento di Ingegneria Chimica e di Processo    Università di Genova

SETTEMBRE  2005

BERGAMO SCIENZA 2005 

Anche quest’anno la splendida città lombarda ospita scienziati, filosofi, storici della scienza, epistemologi, ma anche politici e imprenditori, che discuteranno di questioni appassionanti, seguiti certamente da un folto, interessatissimo pubblico. L’inaugurazione di Bergamo Scienza si svolgerà venerdì 23 settembre, alle18.30, nell’ex chiesa di S.Agostino, insieme ad Edoardo Boncinelli, don Verzè, Alberto Castoldi.; la prima conferenza, tenuta da Burt Rutan, avrà come tema “Le grandi scoperte della scienza”. Da sabato 24 fino a venerdì 14 ottobre sarà un susseguirsi di incontri, tavole rotonde e attività riguardanti temi scientifici attuali. Si passerà dalle cellule staminali all’universo e agli altri universi, dal cervello alle ultime tecnologie, dagli OGM alle nuove terapie. Interverranno, tra gli altri, Giulio Giorello, John Barrow, Margherita Hack, Claudio Bordignon, Emanuele Severino, Rita Levi Montalcini, Oliver Sacks. Lunedì 26 settembre si parlerà di “La scienza al femminile”: peccato che l’incontro sia riservato alle scuole, perché sarebbe interessante comprendere le ragioni per cui, in convegni dedicati alla scienza, la presenza femminile sia sempre così scarsa (solo tre le relatrici!), quando il numero di ricercatrici e docenti nelle facoltà scientifiche italiane ed estere è abbastanza alto e meriterebbe di essere maggiormente rappresentato (e ascoltato). Per informazioni sul calendario delle conferenze e delle iniziative. http://www.bergamoscienza.it/

Anna Busca    anna.bus@tiscali.it

CHIMICO, NATURALE, BIOTECNOLOGICO, SINTETICO  di Guido Busca 

La chimica, come disciplina scientifica ma anche come attività industriale, si è ampiamente esercitata nella produzione di sostanze nuove, non presenti in natura: alcune di queste si sono rivelate dannose, al contrario di molte altre che sono state fonte di grande miglioramento per la condizione umana, come per esempio molti farmaci di sintesi.  Ci si è anche esercitati nel produrre sostanze “naturali” per via sintetica. Tra i primi a ottenere la sintesi di sostanze organiche fu il francese Pierre Eugène Marcelin Barthelot (nella foto) che, tra l’altro, produsse per primo intorno al 1850, a partire da carbone, aria  e acqua, l’alcol etilico e verificò che il prodotto della sua sintesi era del tutto identico al prodotto della fermentazione alcolica del glucosio, che avviene “naturalmente” grazie all’azione dei microrganismi della famiglia dei Saccaromiceti (o meglio dei loro enzimi) nel corso della vinificazione. Oggi l’alcol etilico è uno dei primari prodotti della Chimica industriale (una “commodity”) e deriva dall’etilene a sua volta prodotto da frazioni di petrolio tramite il processo di Steam Cracking, uno dei processi dei grandi petrolchimici. Si parla invece di “bio-etanolo” quando si considera la sua produzione industriale “biotecnologica”, cioè per fermentazione alcolica da residui vegetali e agricoli (“biomasse”). Tra le varie applicazioni dell’etanolo c’è un suo uso come carburante per automobili (usato come tale praticamente solo in Brasile) o come additivo delle benzine (lo si usa parecchio in USA). 

L’uso del “bioetanolo”, non derivando esso da materie prime fossili, rientra nel ciclo naturale del carbonio e quindi non contribuisce all’aumento di CO2 nell’atmosfera (ritenuto causa del cosiddetto “effetto serra”). La produzione “biotecnologica” dell’etanolo è però piuttosto inquinante e comunque molto più costosa di quella “petrolchimica”. D’altra parte, ricercatori del NREL americano hanno recentemente dimostrato che, con tecnologie biotecnologiche innovative, il prezzo del bioetanolo potrebbe diventare simile a quello dell’etanolo petrolchimico. Si tratta però di usare sistemi enzimatici geneticamente modificati. Un problema resta comunque l’ esiguità delle materie di scarto dell’agricoltura, per cui produzione e uso di “bio-etanolo” saranno comunque certamente limitate nel prossimo futuro. D’altra parte c’è chi pensa di realizzare produzioni agricole ad hoc per la produzione di “biocombustibili”, come lo stesso bioetanolo e il cosiddetto biodiesel. Studi di “analisi del ciclo di vita” (LCA, life cycle analysis) dimostrerebbero però che il bilancio energetico per la produzione dei biocombustibili  è terribilmente inefficiente, e forse addirittura negativo. In pratica per produrre il “bioetanolo” si consumerebbe più energia (o poco meno) di quella che il biocombustibile stesso può produrre, il che rende impensabile una sua produzione su larga scala. Naturalmente, etanolo sintetico (da etilene o da carbone) e bioetanolo sono assolutamente identici, come verificò lo stesso Barthelot. La assoluta identità dello stesso composto quando la sua struttura è identica, indipendentemente dall’origine o dal modo della sintesi (naturale o “artificiale”) è un ovvio postulato della chimica ed è anche alla base della prova finale dell’identità di un composto naturale. Si considera infatti del tutto dimostrata la struttura di un composto “naturale” (spesso ignorata a lungo anche dopo l’identificazione del composto e del suo ruolo biochimico) solo quando è stato preparato l’analogo sintetico e si è dimostrata l’assoluta identità dei due. Per esempio, la struttura del colesterolo, steroide che ricopre diversi importanti ruoli biochimici nel corpo umano,  fu considerata definitivamente dimostrata quando, nel 1959,  Robert B. Woodward ne realizzò la sintesi totale, meritandosi il premio Nobel per la chimica nel 1965. Comunque, il fatto che una sostanza sia prodotta dalla natura o dall’uomo, per via biotecnologica o per via chimica, non è di per sé un indice della sua “bontà” o meno. La natura infatti produce molte sostanze tossiche per l’uomo. E’ il caso degli alcaloidi  presenti nella Cicuta, che furono la causa della morte per avvelenamento di Socrate, o di quelli presenti nella Segale cornuta  (segale contaminata da un particolare fungo) che causarono nel medioevo la malattia detta “ergotismo convulsivo”: i malati, in preda a allucinazioni, deliri e spasmi, erano ritenuti indemoniati e, se di sesso femminile, venivano identificate come streghe e bruciate vive. La natura produce anche diversi insetticidi ed erbicidi, il cui effetto principale non è diverso da quello dei pesticidi sintetici. Il vero difetto di alcuni pesticidi sintetici, la persistenza nell’ambiente, è invero presente anche in molte sostanze del tutto naturali. Molte acque dolci sono naturalmente inquinate da arsenico, un potente veleno molto “naturale”, e questo è un serio problema in diverse nazioni come il Bangladesh e alcuni stati degli stessi USA. L’uomo nel produrre composti chimici sintetici ha “copiato” la natura. L’Aspirina, per esempio, è acido acetilsalicilico, composto organico di sintesi. Se ne  producono 50000 tonnellate all’anno. Questo composto, preparato per la prima volta da Kolbe nel 1859 e brevettato come farmaco dalla BASF nel 1899, è parente stretto di sostanze presenti nelle cortecce dei salici. Già Ippocrate nel 400 a.C. consigliava l’uso di infusi di cortecce di salice come antidolorifici, e diversi uccelli se ne cibano quando affetti da malattie.  Insomma naturale non equivale sempre ad amichevole per l’uomo. E sintetico non significa sempre tossico ed inquinante. E Chimica è la scienza delle molecole, tanto naturali che sintetiche.   

Guido Busca     Guido.Busca@unige.it 

Dipartimento di Ingegneria Chimica    Università di Genova  

IL FUTURO DELLA SCIENZA 

La prima conferenza mondiale sul futuro della ricerca scientifica si svolgerà a Venezia, nell’isola di San Giorgio Maggiore, nei giorni 21, 22 e 23 settembre: un convegno dal titolo accattivante, che vedrà riuniti a discutere di un tema così vasto numerosi scienziati, filosofi, economisti, politici, sociologi e giornalisti di diversi Paesi. Tra gli italiani molti nomi illustri: da Umberto Veronesi, la cui fondazione è tra quelle organizzatrici, a Edoardo Boncinelli (presente nello stesso periodo anche a Bergamoscienza), da Giulio Giorello (anche lui onnipresente) a Umberto Galimberti,  da Emanuele Severino a Mario Monti, da Pier Paolo Di Fiore a Carlo Rubbia. Fra gli stranieri, interverranno Kathleen Kennedy, una delle pochissime donne (solo tre le relatrici in elenco!) a prendere la parola, Peter Atkins, scienziati giapponesi, cinesi, indiani.Mercoledì 21 è dedicato a “Science and values”: il rapporto tra scienza e religione, la bioetica, la libertà della scienza sono i temi trattati nelle conferenze del giorno. Sarà interessante ascoltare, per esempio,Dalil Boubakeur che parlerà della scienza nella tradizione islamica, o Lewis Wolpert che si chiede se la scienza è pericolosa. Giovedì 22  tocca a “The impact of Science on human life”: si discuterà di future fonti di energia, della genetica biomedica, di agrobiotecnologie, della lotta contro il cancro, del futuro di internet. Infine venerdì 23 “Science and power”: ne parleranno esperti di economia, politici, filosofi. Per consultare il programma completo e definitivo del convegno, si può consultare http://www.veniceconference2005.org/

Anna Busca  anna.bus@tiscali.it

AGOSTO 2005

NUOVE TECNOLOGIE CONTRO IL CARO-PETROLIO  di Guido Busca 

Il recente rilevante aumento del costo del petrolio è stato messo in relazione con la teoria di Hubbert, che preconizza per questi anni il raggiungimento del picco della produzione e un conseguente netto e persistente aumento dei suoi costi.  Si ritiene però che esso sia in parte dovuto a fattori circostanziali, quali l’effetto Iraq e soprattutto l’incetta della Cina, impegnata in un colossale e rapidissimo sviluppo industriale ma in difficoltà congiunturale in questo momento. Altre nazioni stanno ampliando la propria  capacità di produrre energia senza pensare affatto all’ “oro nero”. Gli USA, che producono attualmente il 52 % della loro energia bruciando carbone, il 21 % col nucleare, il 12 % bruciando gas e solo per il 3 % bruciando petrolio, hanno decisamente puntato sul gas naturale: aumenteranno entro il 2015 del 54 % il loro consumo e stanno costruendo un gran numero di nuove centrali, con la tecnologia innovativa del Ciclo Combinato (che utilizza due turbine, una a gas e una vapore), di gran lunga più efficienti di quelle attuali. Anche ENEL ormai consuma soprattutto gas naturale e sta riconvertendo alcune centrali alla tecnologia a Ciclo Combinato. Le riserve mondiali di gas naturale sembrano ancora molto grandi (si parla di 800 trilioni di metri cubi) e hanno una distribuzione geografica meno centrata sul Medio Oriente, quindi con minor esposizione a fattori politici. Insieme, grandi risorse si devolvono al miglioramento delle tecnologie basate sull’utilizzo del carbone. Si ritiene, per esempio, che il carbone presente nei suoli USA possa consentire un abbondante uso per oltre 250 anni. La tecnologia della Gassificazione Integrata al Ciclo Combinato (IGCC), già realizzata nella modernissima centrale della Raffineria Saras a Sarroch, in Sardegna, consente un aumento di efficienza fino al 70 % (contro il 35 % delle odierne centrali a carbone) e insieme la limitazione a livelli davvero infinitesimali delle emissioni. L’abbattimento degli NOx degli SOx e delle emissioni di polveri e mercurio è oggi possibile in maniera pressoché completa.L’Europa orientale e l’Asia puntano anche molto sul nucleare. Tra Cina, India, Giappone, Sud Corea e Formosa sono in costruzione 17 reattori nucleari e 70 sono in progetto. La Russia ne sta costruendo 6. Secondo la World Nuclear Association, sono attualmente operative 441 centrali nucleari in 31 nazioni, che producono 363 bilioni di Watts. 30 reattori nucleari sono in costruzione mentre altre 104 reattori sono in progetto in 24 nazioni. In controtendenza solo l’ Europa occidentale, dopo lo shock di Chernobyl: solo la Finlandia sta costruendo una nuova centrale nucleare. Una analisi fredda dei dati dimostrerebbe che dal punto di vista della sicurezza le centrali nucleari moderne sono anche più sicure di quelle “termiche”. A parte il disastro dell’Aprile 1986 nella centrale di Chernobyl, a carico di un reattore della poco sicura tecnologia sovietica RBMK, e comunque mal gestito, le tecnologie cosiddette di generazione II, con sistemi di sicurezza attivi, si sono dimostrate altamente affidabili. I generatori cosiddetti della generazione III (ce ne sono 2 già operativi e 4 in costruzione), dotati di sistemi di sicurezza passivi, e quelli (ancora in fase di sviluppo) detti della generazione III+ (o “evolutivi”) e IV (“rivoluzionari”), con raffreddamento a acqua supercritica, o a elio, operano a temperature più alte e si ritiene siano più economici e ancor più sicuri dei precedenti. Pur non contribuendo all’ ”effetto serra” il nucleare presenta problematiche ambientali associate alla gestione delle scorie radioattive. I depositi temporanei e quelli “geologici” offrono una soluzione tecnica accettabile, ma restano remore di tipo politico. Un significativo aumento dell’efficienza energetica potrebbe essere ottenuto qualora la ricerca e lo sviluppo consentano un passo avanti nell’affidabilità delle Celle a Combustibile (Fuel Cells). L’utilizzo dell’idrogeno come vettore energetico, anche se prodotto a partire da combustibili fossili, potrà anche consentire una notevole ulteriore diminuzione dell’impatto ambientale, soprattutto se si risolverà davvero (nella pratica) il problema dello stoccaggio dell’anidride carbonica, tecnicamente possibile ma molto oneroso. D’altra parte i reattori nucleari innovativi ad alta temperatura con raffreddamento a Elio potranno consentire la diretta scissione dell’acqua, con produzione di idrogeno senza formazione di CO2. Il problema del caro-petrolio influenza soprattutto il settore dell’autotrazione, ma anche qui tecnologie nuove e meno nuove possono contribuire. Le auto a gas sono una realtà mentre anche quelle elettriche costituiscono una tecnologia già disponibile pur con il difetto della limitata autonomia. Sono inoltre in fase avanzata di sviluppo le automobili ad idrogeno e Fuel Cell, anche se ancora sussistono diversi problemi. D’altra parte la produzione di combustibili liquidi “sintetici” (benzine e gasoli) è possibile a partire sia da carbone sia da metano. La tecnologia “Fischer-Tropsch”, già applicata in Germania negli anni ‘30 e ‘40 e in Sud Africa dal 1955, consente di produrre combustibili liquidi da metano più acqua (GTL, gas to liquids) o da carbone più acqua (liquefazione indiretta) ed è stata recentemente rivisitata e migliorata. Impianti sperimentali sono attivi un po’ ovunque, come nella centrale ENI di Sannazzaro de’ Burgondi. L’utilizzo più ampio del gas naturale, del carbone e del nucleare, nonché la produzione di benzine sintetiche e l’uso dell’idrogeno possono consentire di assorbire in parte il caro-petrolio, e di disporre di quelle diverse decine d’anni necessarie per sviluppare su grande scala tecnologie alternative basate sull’utilizzo diretto o indiretto dell’energia solare.      ritorno a corrierebit - scienza

 Guido Busca Guido.Busca@unige.it    Dipartimento di Ingegneria Chimica e di Processo   -  Università di Genova

LUGLIO 2005

Una nuova rivoluzione copernicana: la scoperta dei pianeti extrasolari               di Marco G. Giammarchi   e Marco  A. C. Potenza

Siamo ormai abituati alle continue scoperte astronomiche, antiche e recenti, e spesso finiamo col  trattarle con una punta di indifferenza: relegate in qualche breve trafiletto di quotidiano, non attirano più di tanto la nostra attenzione. Forse nessuna notizia di carattere astronomico o spaziale ha mai più suscitato lo stesso interesse generato nell’opinione pubblica dallo sbarco di un uomo sulla Luna, un evento di ormai 36 anni fa.Tutto questo nonostante le mirabolanti scoperte sull’origine dell’universo e la sua struttura, le esplorazioni con sonde automatiche dei pianeti giganti, la Stazione Spaziale Internazionale e tante altre ancora. Queste scoperte e conquiste, per quanto importanti, sono essenzialmente conosciute ed apprezzate soprattutto nell’ambito degli specialisti, astronomi, astrofisici, ingegneri aerospaziali, astronauti e cosmologi, o di un ristretto pubblico “educato”, quale ad esempio quello rappresentato dagli astrofili.  Forse solo le tristi notizie delle tragedie umane degli Shuttle e la tanto attesa scoperta di molecole di acqua su Marte hanno recentemente risvegliato maggiore interesse in una opinione pubblica che a volte ha obiettive difficoltà a capire l’importanza di gran parte della ricerca scientifica, e tende naturalmente a soffermarsi sugli aspetti più facilmente comprensibili ed emotivamente coinvolgenti come l’astronomia e l’esplorazione dello spazio.  Eppure una serie di scoperte mirabolanti e molto attese sta avendo luogo in un settore piuttosto nuovo e per certi versi sorprendente. Un settore che ci riporta a quanto scritto da svariati scrittori di fantascienza del secolo scorso. In una sola frase, stiamo scoprendo pianeti attorno ad altre stelle: gli esopianeti.    In fondo, non ci dovrebbe essere nulla di strano. Se il Sole è una stella come tante, pare logico ritenere che anche le altre stelle abbiano il loro bravo corteo di pianeti. Tuttavia fino a qualche anno fa non era stato possibile avere evidenza della loro esistenza. Queste scoperte costituiscono una impresa astronomica impressionante, permettendoci per la prima volta lo studio di sistemi stellari diversi dal nostro. La quantità di nuovi dati sulle proprietà e sull’evoluzione di tali sistemi e’ enorme e fornisce informazioni su come possa essersi formato anche il nostro Sistema Solare.Peraltro la rivelazione di pianeti che orbitano attorno ad altre stelle e’ una sfida formidabile dal punto di vista strumentale, dato che i pianeti non brillano di luce propria e si trovano in prossimità di stelle che al confronto sono milioni di volte più luminose. Per fare un confronto, è un po’ come se ci trovassimo a Milano e dovessimo osservare con un sistema di lenti, specchi e cannocchiali una nocciolina che si trova a Pechino, molto vicino ad una potente lampada alogena diretta verso di noi. Gli scienziati hanno quindi elaborato sofisticate tecniche di osservazione che, pur indirettamente, permettono di superare le difficoltà connesse con una osservazione tanto ardua. 

In questa impresa le tecniche impiegate sono tre: 

Lo studio delle oscillazioni della posizione della stella vicina (tecnica Doppler). La posizione di una stella viene debolmente influenzata dalla massa di un grosso pianeta che le orbita intorno, e subisce un’oscillazione periodica. Tale oscillazione è rilevabile mediante lo studio dell’effetto Doppler sulle sue sulle righe spettrali.  Questo e’ il metodo attualmente piu’ sensibile per rivelare esopianeti.

Lo studio della luminosità totale della stella nel tempo (tecnica fotometrica). Quando il pianeta transita davanti alla stella ne occulta periodicamente una piccola parte della luce. Naturalmente questo richiede che l’orbita del pianeta si interponga tra la stella e la nostra linea di vista (un po’ come avviene in una eclisse).

Infine e’ possibile l’osservazione telescopica diretta. Questa tecnica e’ davvero al limite delle capacità tecnologiche attuali a causa della vicinanza tra stella e pianeta e della forte differenza di luminosità: al momento un solo esopianeta è stato osservato in questo modo.

In dieci anni di ricerca sono stati scoperti circa 152 esopianeti con la tecnica Doppler (osservati attorno a 131 stelle), 5 con la tecnica fotometrica e solo uno osservato direttamente. La diversità delle tecniche impiegate e il numero ormai elevato di scoperte non permette piu’ di dubitare in alcun modo dell’esistenza di esopianeti: così come e’ avvenuto nel caso del nostro sistema solare, sistemi planetari si sono formati attorno ad altre stelle.

Ma quali sono le caratteristiche dei pianeti scoperti?  Per scoprirlo ci riferiamo ad un recente lavoro specialistico di rassegna (1), che è anche la nostra maggiore fonte di ispirazione per questo lavoro. Innanzitutto occorre premettere che non e’ ancora possibile rispondere in modo completo a domande sulle proprietà degli esopianeti per via del fatto che attualmente sono stati osservati solo quelli  piu’ grandi e piu’ vicini alla stella madre. Questo effetto viene chiamato “effetto di selezione”, e deriva dalle caratteristiche delle tecniche utilizzate. Quindi le proprietà degli esopianeti non sono ancora del tutto chiare; in pratica abbiamo buone informazioni solo sui più grandi, più facili da scoprire e da caratterizzare. Tuttavia i dati a disposizione, ancorchè incompleti, evidenziano alcune importanti proprietà:

 Masse

Le masse scoperte per i pianeti extrasolari sono molto grandi: si parla di pianeti di tipo simile a Giove e anche molto piu’ grandi. Come abbiamo detto questo e’ il risultato dell’effetto di selezione. Tuttavia gli astrofisici, studiando la distribuzione in massa dei pianeti osservati (i piu’ piccoli hanno una massa 15 volte quella della Terra), sono in grado di concludere che una grande quantità (la maggioranza?) dei pianeti stessi dovrebbe avere masse più piccole. In particolare si prevede che circa il 12% delle stelle abbiano pianeti simili alla Terra e distanti meno di 20 Unità Astronomiche (UA, pari alla distanza Sole-Terra, ovvero circa 149 milioni di chilometri) dalla stella madre.  

Distanza dalla stella madre

Tutti gli esopianeti scoperti hanno distanze dalla stella madre comprese tra 0.03 e 5.5 Unità Astronomiche. Anche in questo caso vi e’ un effetto di selezione. Specialmente con la tecnica Doppler, che è quella che ha dato i maggiori risultati finora, è più facile scoprire pianeti vicini alla stella madre piuttosto che pianeti lontani da essa.  

Eccentricità dell’orbita

In generale sono stati scoperti pianeti con orbite abbastanza eccentriche. Un’orbita e’ detta eccentrica quando e’ sensibilmente allungata in una direzione, mentre è poco eccentrica quando tende ad avere una forma circolare. L’abbondanza di orbite eccentriche sembrerebbe indicare che grossi pianeti gassosi con orbite quasi circolari (quello che avviene nel sistema solare per Giove e Saturno) non sono poi così comuni come si pensava. Lo studio delle caratteristiche degli esopianeti comprende naturalmente anche molte altre proprietà fisiche e chimiche. Si sta iniziando a conoscere la composizione delle atmosfere di alcuni di essi: sodio e idrogeno sono già stati identificati in esoatmosfere. Inoltre stiamo anche cominciando a capire la relazione tra la presenza di esopianeti e la composizione chimica (metallicità) della stella madre; queste osservazioni sono una vera manna per i planetologi che possono finalmente disporre di altri sistemi “solari” per i loro studi. Noi non ci addentreremo ulteriormente nella descrizione di queste complesse ricerche. Rimandiamo invece i lettori interessati alla bibliografia in referenza 1 e al sito web indicato in referenza 2, che viene continuamente aggiornato. 

Conclusioni 

Oggi non si può più dubitare dell’esistenza dei pianeti extrasolari; tuttavia la ricerca su di essi e’ ancora fortemente influenzata da effetti di selezione: i pianeti che possiamo osservare sono necessariamente molto grandi e molto vicini alla stella madre. Peraltro i progressi in corso sono notevolissimi: si ritiene infatti che, per quanto riguarda le stelle a noi piu’ vicine (entro un raggio di 100 anni luce, corrispondenti a circa 6 miliardi di UA) siano ormai stati scoperti tutti i pianeti giganti che distano meno di 2 Unità Astronomiche dalla stella madre.

La prossima frontiera della ricerca dei pianeti extrasolari prevede missioni spaziali (Kepler, COROT, Space Interferometry Mission e poi Darwin e Terrestrial Planet Finder) dedicate alla ricerca di esopianeti di piccola massa e lo studio dettagliato delle loro proprietà’ chimiche, fisiche e geologiche. Tra gli scopi principali un vero e proprio “Sacro Graal” della ricerca esoplanetaria: la scoperta di pianeti rocciosi di massa simile alla Terra che orbitino alla distanza di circa una Unità Astronomica dalla stella madre.

Stiamo da tempo scoprendo che la nostra posizione nell’universo non e’ privilegiata sotto diversi punti di vista. Abbiamo imparato in passato che la Terra non e’ in una posizione speciale, non e’ al centro dell’universo. Poi abbiamo visto che neppure il Sole è al centro, ed e’ solo una stella fra tante. Anche la nostra galassia e’ una fra tante, immersa in un cosmo in continua espansione. L’inizio del nuovo millennio ci sta offrendo altre nuove scoperte: pianeti sconosciuti, che orbitano attorno a stelle aliene, ci dicono che Urano, Giove, Saturno, Marte e la stessa Terra hanno dei fratelli cosmici, e che essi sono numerosi, probabilmente numerosissimi. Una nuova rivoluzione copernicana.

 Luglio 2005

Marco G. Giammarchi,    Primo Ricercatore all'Ist. Naz. di Fisica Nucleare     Marco.Giammarchi@mi.infn.it   e  Marco A. C. Potenza,  Ricercatore all'Università agli Studi di Milano                                         

 Bibliografia 

1) G. Marcy et al., Observed Properties of Exoplanets: Masses, Orbits, and Metallicities. Astro-ph/0505003, 29 Aprile 2005. 

2) http://exoplanets.org.

 

UNA SETTIMANA PER L’ASTRONOMIA 

A Saint Barthélemy, in Val d’Aosta, presso l’Osservatorio, si svolgerà dal 24 al 30 luglio la 2^ edizione della scuola estiva  per l’insegnamento dell’astronomia, organizzata dall’UAI, Unione Astrofili Italiani.. Durante la settimana si svolgeranno conferenze tenute da esperti e osservazioni guidate del cielo notturno. Ai partecipanti - docenti di scienze e di fisica, laureati o universitari interessati alla didattica, insegnanti di tutti gli ordini di scuola -  verrà distribuito materiale didattico e saranno proposte  varie iniziative  nel corso della settimana. Per chi volesse quindi trascorrere un’interessante “vacanza-studio” il termine ultimo per l’adesione sarà mercoledì 20 luglio (iscrizioni presso la segreteria dell’Osservatorio, 0165-770050, fax 0165-770051, dal lunedì al venerdì fino alle h15, info@oavda.it, http://www.oavda.it/). Quota d’iscrizione 205.00 euro (+ 37 euro per chi non è socio UAI).  (A.B.) 

IL FESTIVAL “PIU’ ALTO DEL MONDO” 

In Val d’Aosta la montagna diventa protagonista anche di un importante festival cinematografico, che si terrà a Cervinia dal 20 al 24 luglio. Nell’ambito dell’ottava edizione del Cervino International Film Festival saranno infatti proiettati circa sessanta film, suddivisi in diverse sezioni, con lo scopo di divulgare e valorizzare la cinematografia di ambiente e di esplorazione. Sarà l’occasione per dibattiti e incontri su problematiche attuali legate soprattutto ai cambiamenti climatici, al dissesto idrogeologico, alla deforestazione. Il 23 luglio parteciperanno WWF e Legambiente, in un incontro in cui sarà presentato un libro “ecologista” dal titolo significativo: “Le mucche non mangiano cemento”(L.Mercalli, C.Sasso).

Per informazioni www.promocinema.org/cervinofilmfestival.

(A.B)  

IL XXXVIII CONGRESSO DELL’UNIONE ASTROFILI ITALIANI 

Si terrà a La Spezia dal 15 al 18 settembre, organizzato dall’Istituto Spezzino Ricerche Astronomiche, l’atteso congresso UAI, con un programma davvero ricco e interessante, che prevede la partecipazione di John Barrow, docente a Cambridge, (Why is our universe accelerating?) e di altri nomi noti in campo astronomico. Sarà anche un’occasione per ricordare l’autore di “Dalla Terra alla Luna” (1865), Jules Verne, di cui ricorre il primo centenario della morte. Il programma si può consultare al sito http://congresso.uai.it/ .      (A.B) 

VIAGGIO NELL’INVISIBILE 

Si aprirà il 6 settembre, presso il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, la mostra interattiva “I microscopi della Fisica” –dai quark all’Universo: gli strumenti per osservare l’invisibile. In quattro aree tematiche – Micro e Macro, Dentro l’atomo, L’Universo, Non solo Fisica… - il visitatore percorre un itinerario che lo porta dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo e viceversa, attraverso filmati tridimensionali, dal Big bang alle particelle subatomiche, dall’atomo al cosmo, in un’esplorazione affascinante. Le applicazioni straordinarie degli studi di fisica nucleare in medicina, nei campi dell’elettronica, della conservazione dei beni culturali, sono oggetto dell’ultima sezione. Durante l’apertura della mostra (fino al 6 novembre) è previsto al museo un ciclo di conferenze su temi collegati all’esposizione e ispirati all’anno internazionale della Fisica, dedicato ad Einstein. Per informazioni http://www.museoscienza.org/.      (A.B.)

MAGGIO 2005

UN LIBRO PER LA SALUTE 

E’ stato presentato al Circolo della Stampa di Milano, il 26 maggio, Il Manuale Merck per la Salute, a cura di Raffaello Cortina editore & Springer-Verlag,  per la prima volta in edizione italiana, con la prefazione di Umberto Veronesi. Si tratta della preziosa versione per famiglie del famoso manuale omonimo per medici, già tradotto in dodici lingue: un testo americano la cui pubblicazione è iniziata più di un secolo fa e che è diventato una sorta di “Bibbia” della medicina. E’ arrivato alla diciassettesima edizione, aggiornato e curato dai migliori specialisti statunitensi. Sfogliarne le pagine significa trarre informazioni precise su farmaci, patologie, sulla prevenzione di numerose malattie; significa avere uno strumento di consultazione facile e veloce, che non vuole né deve sostituire il medico, ma che può portare il lettore a non sottovalutare sintomi o comportamenti a rischio per la propria salute. La terminologia medica è sempre chiarita in modo da essere comprensibile a tutti; sintomi di una malattia, diagnosi, terapia e profilassi sono approfonditi e spiegati in modo adeguato; anatomia e fisiologia dei diversi apparati accompagnano ogni trattazione. Dalla genetica alla pediatria, dalla gastroenterologia alle disfunzioni sessuali, i problemi affrontati riguardano ogni aspetto del nostro benessere psico-fisico, dall’infanzia alla vecchiaia. Il volume, di 2000 pagine e dal costo di 64 euro, riporta indirizzi e siti web di associazioni e centri cui rivolgersi per assistenza e informazioni. Come dice Veronesi, questo testo è utile come l’armadietto dei medicinali. 

Anna Busca           ce.guzz@tiscali.it 

UNA FESTA DI COMPLEANNO…STELLARE! 

Il Planetario di Milano festeggia i suoi primi 75 anni: fu infatti donato alla città dall’editore Ulrico Hoepli nel 1929 (anno in cui Edwin Hubble pubblicò la sua famosa legge sulla velocità di allontanamento delle galassie) ed inaugurato solennemente nel 1930 (anno della scoperta di Plutone). E’ tuttora il maggior Planetario italiano; la cupola che ospita la macchina ha un diametro di quasi venti metri, e gli spettatori possono arrivare a 300. Il Planetarium party si svolgerà sabato 21 maggio, giornata in cui si potrà entrare liberamente ad assistere a conferenze no-stop. Nei Giardini circostanti sarà possibile visitare uno stand dedicato ai pianeti e osservare il Sole, guidati da esperti, con telescopi a filtri speciali. Per i bambini, caccia al tesoro e giochi su temi astronomici nel pomeriggio. Il mese di maggio è ricco anche di altre iniziative: chi vuole restare aggiornato su Marte, può assistere martedì 10 alle 21 alla conferenza di Luigi Bignami dal titolo accattivante “Ultimissime da Marte”, sulla ricerca di tracce di vita sul pianeta rosso. Il 12 e il 14 altri due incontri su Marte. Alla storia dell’astronomia è invece dedicato un ciclo di conferenze dal 17 al 26 maggio:  si parte da “Astronomia invisibile”, che tratta le tecniche d’indagine dell’universo dai raggi gamma alle onde radio, per arrivare all’universo in espansione (è previsto anche un concerto per viola e arpa, “Costellazioni sonore”, la sera del 20) e all’energia stellare. Mercoledì 25, dalle Cosmicomiche di Italo Calvino, “Viaggio sulla Luna”, accompagnato da arpa e voce solista. Per informazioni: www.comune.milano.it/planetario

Anna Busca   anna.bus@tiscali.it

MARZO 2005

XV Settimana della Cultura Scientifica e Tecnologica 

Nell’ambito del progetto “La Primavera della Scienza”, promosso dal Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano, in collaborazione con il MIUR, con la Città della Scienza di Napoli, con il Museo di Storia della Scienza di Firenze e con altre istituzioni a carattere scientifico, si svolgono dal 14 al 20 marzo numerose manifestazioni intese a favorire la diffusione del valore della cultura scientifica.  Acqua, energia, salute, il pianeta Terra, le grandi scoperte della Fisica nel XX secolo: sono questi i temi fondamentali degli incontri. Il Museo della Scienza  “Leonardo da Vinci” di Milano organizza mostre (“Giulio Natta e le materie plastiche”), laboratori interattivi, conferenze. Anche diverse scuole partecipano al progetto. Per il programma degli eventi: http://www.plinio.net/  oppure http://www.museoscienza.org/. 

(A.B.)  

VEDERE LA SCIENZA                  

E’ iniziata lunedì 7 marzo, allo Spazio Oberdan di via Vittorio Veneto 2, a Milano, la rassegna “Vedere la Scienza”, che si concluderà domenica 13, in occasione della XV Settimana della Cultura scientifica e tecnologica.  La medesima iniziativa viene riproposta dal 14 al 18 marzo a Firenze e dal 26 al 30 aprile a Torino; in altre sedi, quali Bergamo, Pavia, Bologna e Bari si svolgerà in date successive. Si tratta di una rassegna cinematografica, ad ingresso libero, ispirata a tre temi connessi al 2005: nell’anno in corso – Anno Internazionale della Fisica - cade infatti il sessantesimo anniversario della bomba H su Hiroshima e Nagasaki, che segnò la resa del Giappone e la fine del II conflitto mondiale; il cinquantenario della morte di Einstein nonché il centenario della pubblicazione dei primi suoi articoli sulla teoria della relatività; infine si ricorda anche il romanziere francese Jules Verne, morto nel 1905. Per le scuole sono previsti incontri specifici alla mattina, riguardanti anche argomenti di biologia. Il tema “La bomba” prevede la proiezione di alcuni documentari interessanti come “L’arma definitiva, il dilemma della bomba H” (USA, 2000) e “Chicago, 2 dicembre 1942” (Italia, 1962), martedì h16, e di film cult quali “Il dottor Stranamore” di Kubrick  (regno Unito, 1964), sempre martedì alle h18. Mercoledì alle h18 sono previsti “The day after” di Meyer (USA, 1983) e “Hiroshima mon amour” di Resnais (Francia-Giappone, 1959). Giovedì alle h18 “Ipotesi sulla scomparsa di un fisico atomico” di Castellani (Italia, 1972) e alla sera alle 21.15, “Sulla cometa” e “Gli astronomi”. Venerdì pomeriggio “L’universo elegante” (USA, 2004), “Spin” (USA,2003) e “Le cattedrali della scienza: CERN 1954-2004”. In omaggio a Verne, sabato si potranno rivedere “Viaggio al centro della Terra”  (USA, 1959), alle 16, “Dalla Terra alla Luna” (USA, 1958), alle 18, e infine, alle 21.15, un film del 1916 accompagnato da musiche al pianoforte, “Ventimila leghe sotto i mari”, tutti lavori ispirati ai celebri romanzi che precorrevano di quasi un secolo scoperte, invenzioni ed esplorazioni. Domenica, come la giornata iniziale, sarà dedicata ad Einstein, mentre alla sera si potrà assistere a “The day after tomorrow - L’alba del giorno dopo” film statunitense dello scorso anno, che descrive con discreti effetti speciali –l’unico pregio del film- scene apocalittiche su un pianeta improvvisamente devastato da trombe d’aria, inondazioni ed immani espansioni glaciali. Luca Mercalli interverrà in un dibattito col pubblico, spiegando la situazione attuale del clima globale: un’occasione per parlare di inquinamento, effetto serra, buco dell’ozono, termini del protocollo di Kyoto… 

Anna Busca  anna.bus@tiscali.it

FEBBRAIO 2005

I TESORI DELLA STATALE 

Si chiude oggi, 13 febbraio, la mostra che l’Università Statale di Milano aveva inaugurato nello scorso novembre alla Rotonda di via Besana, in occasione delle celebrazioni degli ottant’anni dalla sua fondazione.  Un’esposizione molto interessante, soprattutto per appassionati di scienza e di libri antichi: nella sezione Natura, ecco per esempio la “Pomona artificiale”, opera del ceroplasta Francesco Garnier Valletti che nell’Ottocento lavorò come modellatore di fiori e frutti anche alla corte degli zar; meravigliosi frutti, varietà di mele, di pere, d’uva, quasi indistinguibili dai frutti veri, sono mostrati in grandi vetrine all’inizio del percorso. L’Università ha la collezione più ampia delle opere del Garnier (ben 792 modelli acquistati nel 1869 dalla Regia Scuola di Agricoltura di Milano, poi divenuta Facoltà di Agraria). E poi tavole parietali dell’inizio del Novecento con disegni di insetti, scatole entomologiche, modelli di cartapesta del baco da seta. Nella sezione Carne sono stupefacenti per il loro realismo i modelli miologici di Luigi Leroy, dell’inizio dell’Ottocento: la statua dell’uomo, del cane, del bovino, la testa di cavallo sono perfette riproduzioni anatomiche ma anche vere e proprie opere d’arte. Le ceroplastiche della Clinica Dermatologica – impressionanti teste e mani coperte di piaghe e lesioni tipiche delle diverse malattie, dalla lebbra all’acne rosacea – appartengono alla sezione Psiche,insieme a numerosi libri di ostetricia, strumenti  e modelli anatomici appartenenti alla Clinica Mangiagalli  Tra i testi esposti, infine, spiccano trattati di chirurgia e anatomia del ‘500 e del ‘600: straordinari Della simmetria dei corpi umani, di Albrecht Durer, pubblicato nel 1594 a diversi anni dalla morte del grande incisore e pittore tedesco, e Le opere chirurgiche del Fabrizi, allievo di Falloppio. Al Fondo “Emilio Alfieri” appartiene anche il volume del 1543 considerato opera fondamentale per gli studi anatomici: il De corporis humani fabrica del belga Andrea Vesalio, con splendide incisioni. E’ in vendita il catalogo, della Skira Editori. 

Anna Busca anna.bus@tiscali.it

DARWIN DAY 

Al Museo di Storia Naturale di Milano si terrà una serie di incontri sul tema “L’evoluzione umana” il 15 e il 16 febbraio, in occasione del secondo Darwin Day,  celebrato in numerosi altri Paesi oltre all’Italia. Tra le  conferenze previste, particolarmente interessante quella tenuta dal noto evoluzionista Richard Dawkins, docente a Oxford, dal titolo “Si può prevedere l’evoluzione?” (15 febbraio, h 15.00); da segnalare anche “Darwin e l’evoluzione dell’uomo”, di Pietro Omodeo, dell’Università di Siena (16 febbraio, h 14.30), “Il genoma mitocondriale umano: una prospettiva al femminile dell’evoluzione umana”, del genetista Antonio Torroni, dell’Università di Pavia (h 15.30) e “Il benevolo disordine della vita” di Marcello Buiatti, dell’Università di Firenze (h 16). Moderatore di una tavola rotonda sul tema, prevista per le ore 21 del 15, Giulio Giorello, cui è dato anche il compito di trarre le conclusioni del dibattito nella serata successiva. Se il Darwin Day 2005 avrà il successo di pubblico dello scorso anno, diventerà senz’altro un appuntamento fisso annuale per parlare dell’affascinante argomento delle teorie evoluzioniste, in attesa di celebrare il bicentenario della nascita di Charles Darwin tra quattro anni (l’autore de “L’origine delle specie” nacque infatti il 12 febbraio 1809). Per prepararsi a questo Darwin Day ci si può intanto dedicare alla lettura del suo meno famoso testo “L’origine dell’uomo”, definito da Freud “un colpo biologico” alla presunzione umana, oppure visitare la sala del Museo dedicata alla storia naturale dell’uomo. Info 0288463337. E’ possibile seguire e intervenire al convegno in tempo reale dal sito http://www.anms.it/

Anna Busca  anna.bus@tiscali.it 

ULTIME NOTIZIE DA TITANO 

Il 21 gennaio una conferenza stampa tenuta al quartier generale dell’ESA a Parigi ha presentato i primi risultati scientifici tratti dai dati inviati da Huygens alla sonda Cassinis.  Titano ha una meteorologia e una geologia molto simili a quelle della Terra: vi sono sistemi fluviali, letti lacustri, con isole e secche. Scorrono liquidi, dunque: ma si tratta di metano, non di acqua. Il metano si presenta allo stato liquido a temperature inferiori a –170°C. Piove anche metano, perché le nubi che si creano per evaporazione dal suolo sono costituite da questo idrocarburo. Nell’atmosfera si trova argon-40, forse prodotto dal decadimento del potassio-40 nel nucleo roccioso e portato gradualmente in superficie: è l’unico gas nobile presente. Intensi temporali con scariche elettriche, veri e propri fulmini, interessano spesso la troposfera di Titano. La pioggia di metano erode continuamente la superficie del satellite di Saturno e forse ha cancellato le tracce di bombardamenti meteoritici. I ciottoli arrotondati fotografati sul letto di un fiume sono formati da ghiaccio d’acqua, anche se sembrano rocce. Il vulcanesimo un tempo attivo non ha generato lava, ma ghiaccio d’acqua e ammoniaca: si tratta quindi di un “criovulcanismo”, il cui motore è tuttavia, per il momento, ignoto. Gli scienziati lavoreranno certamente per molti anni su quelle che hanno già definito “entusiasmanti scoperte”. Per saperne di più: http://www.uai.it/ 

Anna Busca

GENNAIO 2005 

AL MUSEO SI PARLA DI BOTANICA 

Interessante il programma di incontri e conferenze, al Museo di Storia Naturale di Milano, organizzati dal Gruppo Botanico Milanese per il 2005. L’ingresso alle serate – tutte di lunedì - è libero e l’orario di inizio è fissato per le 21. Quattro incontri costituiscono un “Corso di botanica” per principianti: il 17 e 31 gennaio, il 7 e 21 febbraio. Si partirà da “come si studiano le piante” fino ai “rapporti delle piante con l’uomo”. Alcune serate invece sono dedicate a viaggi naturalistici di alcuni soci: Majorca in primavera (28 febbraio), il Costa Rica (21 marzo), l’Amazzonia peruviana (18 aprile). L’11 aprile si parlerà del Bosco delle Querce vicino a Seveso, a quasi trent’anni dal disastro dell’ICMESA; il 16 maggio l’incontro sarà dedicato alla metamorfosi di insetti e anfibi, animali che vivono a stretto contatto, spesso in simbiosi, col mondo vegetale; il 23 maggio chi è interessato alle piante medicinali potrà avere utili informazioni in merito. Anche i funghi sono oggetto di studio: un breve corso di micologia si terrà il 30 maggio e il 13 giugno. Sono previste escursioni botaniche domenicali il 13 marzo, il 10 aprile, il 15 maggio e il 5 giugno. Per informazioni www.augustea.it/asso/gbm 

Anna Busca   anna.bus@tiscali.it  

MISSIONE SU TITANO, UN SUCCESSO  EUROPEO 

Come previsto, il 14 gennaio il lander Huygens è giunto sul suolo del misterioso Titano e ha cominciato ad inviare segnali a Terra. La superficie, di colore arancione, appare solcata da “fiumi”, con massi sparsi, forse di ghiaccio di azoto o metano, e ha una consistenza morbida, simile a quella della neve fresca.L’atmosfera è costituita per oltre il 95% di azoto, la temperatura al suolo è di -180 °C, soffiano venti a 400 km/h. Gli scienziati- in particolare gli europei dell’ESA, che insieme alla NASA e all’ASI ha finanziato la missione -stanno esaminando entusiasti le immagini, le registrazioni sonore, tutti i dati che arrivano da una distanza di oltre un miliardo di chilometri. Ma anche un altro satellite di Saturno, Giapeto, è oggetto di grande interesse: la sonda Cassini l’ha “sfiorato” in un flyby a Capodanno e ha rivelato l’esistenza di un’immensa catena montuosa, alta 20 km, a livello dell’equatore, che circonda tutto il satellite, come una sorta di “sutura” tra i due emisferi. Ora quindi, al mistero della zona scura di Giapeto contrapposta a quella chiara, se ne aggiunge un altro: come ha potuto formarsi questa catena di montagne? Forse la risposta potrà essere data quando la stessa sonda Cassini avrà un nuovo flyby con Giapeto, ma ad una distanza cento volte inferiore, nel 2007, e invierà ai ricercatori immagini più dettagliate.  Per seguire le scoperte su Titano ci si può collegare al sito dell’Unione Astrofili Italiani, http://www.uai.it/.  Da segnalare, per gli appassionati, la conferenza al Planetario di Milano dal titolo “Sotto le nuvole di Titano” (25 gennaio, ore 21). 

Anna Busca  

COMETE 

E’ ancora visibile, nella costellazione del Toro, a destra di Orione, la cometa Machholz; verso le 21.30  è alta circa 50° nel cielo a sud. Nebbia ed inquinamento luminoso permettendo, la si può ancora osservare ad occhio nudo. Nel frattempo è partita da Cape Canaveral, in Florida, la sonda  Deep Impact, che giungerà – se tutto procederà nel verso giusto – il 4 luglio di quest’anno, anniversario dell’Indipendenza U.S.A., in prossimità della cometa Tempel-1, scoperta nel 1867.  Un proiettile di rame dal peso di 372 kg sarà quindi lanciato alla velocità di 37000 km orari: l’Impactor dovrebbe scavare nel nucleo cometario un cratere di decine o centinaia di metri di diametro, rivelando la composizione del ghiaccio, delle polveri e dei gas presenti.  Ma la sonda ha già dato qualche preoccupazione perché è entrata quasi subito in safe mode (modalità di sicurezza), forse per una taratura eccessivamente “prudente” di alcuni sensori della temperatura del sistema di propulsione. Intanto prosegue il suo viaggio la sonda dell’ESA Rosetta verso la cometa Churyumov-Gerasimenko, che raggiungerà nel 2014 entrandovi in orbita e rilasciando un piccolo robot che atterrerà sul suo nucleo. Lo scopo è sempre lo stesso: avere più dati possibili su questi straordinari “fossili” del sistema solare, che potrebbero rivelarci il segreto della vita sul nostro pianeta. Al Planetario di Milano è prevista per giovedì 3 febbraio (ore 21) una conferenza di Luca Astori sul tema “Comete: una coda di luce”, da non mancare per chi vuole saperne di più. 

 Anna Busca

 

ARTICOLI  CORRIEREBIT- MUSICA   2005            

             DICEMBRE

Barenboim alla Scala per il Concerto di Natale

 Esattamente un mese prima della scomparsa a New York, nel settembre 2003, dell’intellettuale palestinese Edward Said, Daniel Barenboim (nella foto) portò la West – Eastern Divan Orchestra, formata da giovani musicisti israeliani e palestinesi, di cui furono entrambi fondatori nel 1999, al Festival di Mentone con un programma molto denso di aspettative composto dalla Sinfonia “Incompiuta” di Franz Schubert e dall’”Eroica” di Ludwig van Beethoven. In una conferenza stampa nel municipio della città di frontiera francese, che da sempre è stata simbolo dell’incontro delle culture del Mediterraneo ma anche terra d’asilo di molti rifugiati dai regimi comunisti dell’Europa Orientale (tra cui Mstislav Rostropovich che qui fu accolto con molto calore ed immediata disponibilità), il grande direttore d’orchestra russo-argentino sorprese subito tutti i giornalisti presenti con una dichiarazione sincera e diretta che spiazzò ed emozionò allo stesso tempo l’attento auditorio: “Quello che più conta nella vita di un uomo non sono il suo potere, la sua ricchezza, il denaro bensì la sua autonomia e libertà intellettuale che hanno sia un prezzo che un valore molto più elevato”. Questa libertà di pensiero è  sempre stata una costante della figura di artista di Daniel Barenboim, forse ereditata anche da uno dei suoi primissimi maestri, un uomo che ha segnato la vita culturale del Novecento e di cui oggi ancora la memoria non è sempre viva e presente come dovrebbe esserlo ovvero Igor Markevitch (deceduto nel 1983 vicino ad Antibes). Questa libertà ed essere al di fuori di tutti gli schemi si traduce anche in un forte carisma, quasi magnetico, ed in una capacità di comunicare immediata e diretta . A tutto questo pensavamo quando dopo più di trent’anni di assenza abbiamo visto salire Daniel Barenboim,venerdì 23 dicembre 2005 , sul podio del Teatro alla Scala per dirigere la Nona Sinfonia di Beethoven con i complessi corali ed orchestrali del teatro milanese. In soli tre giorni di prove il grande Maestro è riuscito a cambiare radicalmente l’intera fisionomia di un’orchestra. Mai avevamo ascoltato una così perfetta pulizia di suono negli archi, lo stagliarsi netto e preciso nell’aria dei fiati, un controllo assoluto e perfetto delle dinamiche, la capacità di passare dal silenzio assoluto ad un tutti orchestrale pieno, forte, denso ed allo stesso tempo privo di qualsiasi eccesso . Tutto questo ce lo ricordavamo nelle memorabili e rimpiante esecuzioni dei drammi musicali di Richard Wagner al Festival di Bayreuth degli anni 80 e 90. Perfetta la fusione e l’unione con il Coro diretto da Bruno Casoni, che ha superato sé stesso e le proprie già elevatissime capacità, e con lo straordinario cast vocale composto dal soprano Camilla Nylund, dal mezzosoprano Michaela Schuster, dal tenore Burkhard Friz e dal baritono Thomas Quasthoff che con grande giubilo ed energia ha dato inizio alla celebrazione vocale finale fremendo con ansia e vivace vibrazione sin dall’inizio della Sinfonia prima di arrivare al momento della sua memorabile prestazione . Pensiamo veramente che questa sia stata una data storica e di reale svolta per l’Orchestra ed il Coro della Scala e per lo storico teatro milanese che ritroverà il grande direttore nel 2007 in apertura di stagione con un “Tristan und Isolde” di Richard Wagner, regista Patrice Chéreau, che già possiamo attendere con trepidazione . Nel frattempo avremo anche la preziosa possibilità di ascoltare la West – Eastern Divan Orchestra nell’autunno 2006 , lo stesso Maestro in un recital al pianoforte, il Requiem di Verdi in omaggio a Toscanini nonché un concerto da definire con la Filarmonica.Trionfale l’accoglienza ed il successo di pubblico che al termine del concerto è esploso in una prolungata ed intensa ovazione a tutti gli artisti che a loro volta si complimentavano a vicenda. 

  24-12-05   Giacomo Di Vittorio 

LA SYLPHIDE ALLA SCALA 

Quando Filippo Taglioni, coreografo, ideò questo balletto su suggerimento del tenore Adolphe Nourrit, che all’Opéra aveva visto danzare sua figlia Maria, leggera come una farfalla,  Parigi stava vivendo un periodo particolare. Era il 1831 – il balletto, su musica di Jean Madeleine Schneitzhoeffer, andò poi in scena l’anno successivo – e la Francia aveva appena lasciato alle spalle una “seconda rivoluzione”, contro Carlo X, reo di aver emesso il 25 luglio 1830 le Quattro ordinanze con le quali aboliva la libertà di stampa e limitava il diritto di voto. L’insurrezione popolare che ne seguì portò alla caduta del re. Su richiesta dei deputati liberali  divenne sovrano il duca d’Orléans Luigi Filippo, che annullò i provvedimenti riconfermando la Costituzione. Tutta l’Europa si accende dunque di nuovo entusiasmo: Belgio, Assia e Sassonia, Polonia, Italia si preparano a lottare per l’indipendenza (Giuseppe Mazzini, in esilio a Marsiglia, fonda la Giovine Italia proprio nel 1831). E’ in questo clima di rinnovata libertà che lo spirito romantico palpita con più vigore: e La Sylphide può dunque, in perfetta sintonia, personificare l’amore purissimo, l’ideale poetico, il sentimento più alto, che va oltre la morte. Per Maria Taglioni, cui il padre aveva insegnato una tecnica particolare per danzare sulle punte librandosi quasi in aria, fu ideato persino un nuovo costume, un tutù bianchissimo e vaporoso, che rendeva la sua esile figura ancora più aggraziata e leggera, tanto delicata da sembrare incorporea.  Il balletto si ispira ad un romanzo di Charles Nodier, “Trilby ou le Lutin d’Argail”: un giovane scozzese, James, promesso sposo alla graziosa Effie, suscita l’amore di una silfide - spirito dei boschi nella mitologia germanica – che riesce a separarlo dalla fanciulla; ma il crudele inganno di una strega fa sì che sia proprio il giovane, innamoratosi a sua volta dell’eterea creatura, a provocarne involontariamente la morte. La coreografia originale francese è stata ripresa nel 1972 da Pierre Lacotte, che aveva ritrovato documenti dell’epoca, dello stesso Taglioni. Il balletto è stato quindi riportato alle scene dopo più di cent’anni dall’ultima replica con Emma Livry, nel 1858.Alla Scala si è riproposta con successo La Silphyde di Lacotte: l’incanto si è rinnovato e al pubblico è sembrato di veder davvero volare le bianche silfidi tra gli alberi della foresta. Ottimo, come sempre, il corpo di ballo; splendida la protagonista Gilda Gelati (nelle foto di Marco Brescia), che sarà ancora presente nelle prossime rappresentazioni. Atletico e convincente Antonino Sutera, anche quando il ruolo di James lo impegna a danzare contemporaneamente con entrambe le partner, in un curioso ma sempre armonioso intreccio di corpi. Negli spettacoli del 28 e del 29 sarà Maximiliano Guerra a interpretare la parte del protagonista maschile del balletto. Fino al 31 dicembre. 

23 dicembre 2005 (A.B.)       ce.guzz@tiscali.it 

Concerto di Natale alla Scala con Barenboim

Per il  Concerto di Natale, l’Orchestra della Scala sarà questa sera diretta da Daniel Barenboim (nella foto). In programma la Nona Sinfonia di L.van Beethoven.  La prova generale  della mattina alla presenza di un numeroso pubblico, ci è subito apparsa ottima, specie l’incisivo e dirompente movimento finale che risulta essere rilevante anche dal punto di vista scenografico per la presenza dell’imponente Coro e delle quattro voci soliste. Tra queste spicca il baritono tedesco Thomas Quasthoff  che ha per primo intonato le note della famosa Ode “an die Freude”, inno alla fratellanza dei popoli. Nei prossimi giorni un articolo sulla serata che verrà trasmessa su Rai Uno lunedì 26 dicembre alle 12.20 e  su Rai Radio Tre in stereofonia.

23-12-05           C.G.       

La Wiener Philharmoniker diretta da Zubin Mehta al Teatro alla Scala  per il XV° anniversario del "Comitato Negri-Weizmann" 

 Serata importante quella del  19 dicembre al Teatro alla Scala: il Comitato Negri-Weizmann in occasione del XV°anniversario di attività nel campo della  ricerca bio-medica ha organizzato un Concerto Sinfonico  tenuto dai gloriosi Wiener Philharmoniker con la direzione del Maestro Zubin Mehta (nella foto). Un “augurio per la pace e  il suggello di una splendida amicizia tra Italia e Israele” sono state le parole pronunciate da Rita Levi Montalcini,  Nobel per la Medicina, prima del concerto e dopo le parole di Silvio Garattini, Direttore scientifico dell'Istituto Mario Negri, di Ilan Chet, Presidente dell’Istituto Weizmann e di Robert Parienti, Delegato per l’Europa del Weizmann. Presenti in teatro numerose personalità  come Umberto Veronesi, Fedele Confalonieri, Giuseppe Guzzetti, Luigi de Bernardin, Roberto Jarach, Diana Bracco, Lella Curiel, Roberto Mazzotta, Cesare Romiti, Sergio Dompé, Bruno Ermolli, Giorgio Fossa ecc. L’attività del Comitato Negri-Weizmann, iniziata 15 anni fa dall’allora Segretario Generale dell’Istituto Mario Negri, Prof. Alfredo Leonardi e da Robert Parienti, nasce da un’idea semplice ma originale: organizzare eventi straordinari, che unissero la passione per la musica alla sensibilità per la salute umana, per raccogliere fondi da destinare alla ricerca scientifica condotta in collaborazione tra l’Istituto Mario Negri di Milano e l’Istituto Weizmann di Israele. Un programma interamente mozartiano per ricordare il rapporto tra Musica e Ricerca  nel miglioramento della salute. L’elegante programma di sala prevedeva quindi l’esecuzione di tre composizioni di Mozart: una giovanile Sinfonia n°1 K16 scritta da Wolfgang Amadeus all’età di otto anni ma già molto indicativa per qualità musicale, un galante ed elegante Concerto per flauto ed arpa in do magg. K299 eseguito da due bravissimi solisti quali Charlotte Balzereit all’arpa e Dieter Flury al flauto ed infine una delle opere sinfoniche maggiori di Mozart come la Sinfonia n°41 in do magg. K551 “Jupiter”. In quest’ultima composizione la Wiener ha mostrato tutte le sue qualità musicali con un Molto Allegro  finale a livelli altissimi. Al termine, dopo un  augurio di buone feste dal Maestro Mehta,un meraviglioso bis: l’Ouverture dalle Nozze di Figaro. Ottima la direzione di Mehta. Grande successo di pubblico e lunghissimi applausi. 

20-12-05    Cesare Guzzardella         ce.guzz@tiscali.it

Una grande Martha Argerich in Conservatorio per le “Serate Musicali” 

E’ tornata, ancora una volta in una Sala Verdi straboccante di appassionati, la grande Martha Argerich. L’Orchestra di Padova e del Veneto, con  Alexadre Rabinovitch–Barakovsky  alla direzione, ha eseguito un programma particolarmente intenso che prevedeva l’esecuzione di due tra i più importanti cavalli di battaglia dei  più grandi pianisti: il Concerto in la min. op.54 per pianoforte e orchestra di R. Schumann e il Concerto n°1 in do magg. per piano e orchestra op.15 di L.van Beethoven. Il primo è stato preceduto da una energica e  fluida direzione della breve  neoclassica Sinfonia n°1 in re magg. op.25 “Classica”   di S. Prokofiev e il secondo da una composizione dello stesso Rabinovitch, Maithuna. Abbiamo ascoltato uno splendido Schumann  con la Argerich che è riuscita ha cogliere pienamente ogni aspetto del grande concerto romantico coadiuvata anche da una ottima direzione d’orchestra e da sonorità orchestrali in perfetta sintonia con i colori del pianoforte. Anche il primo concerto beethoveniano ha avuto un’avvincente interpretazione, specie nel Rondò finale dove la  pianista argentina ha saputo mostrarci tutto il suo virtuosistico e intenso modo di esprimersi col pianoforte. Si rimane invece perplessi per la ripetitiva, con qualche spunto interessante sul versante della ricerca timbrica, e  interminabile composizione di Rabinovitch. Al termine un breve bis della Argerich con un intenso Schumann, la prima delle Scene fanciullesche op.15 . Grandissimo successo di pubblico. 

18-12-05   Cesare Guzzardella    ce.guzz@tiscali.it 

Daniel Harding e la Mahler Chamber Orchestra alla Scala

Il 12 dicembre scorso  al Teatro alla Scala, Daniel Harding (nella foto) è salito sul podio per dirigere la sua straordinaria Mahler Chamber Orchestra, di cui è direttore principale dal 2003, un’emanazione della Gustav Mahler Jugend Orchester, idea geniale di cui non si potrà mai ringraziarlo abbastanza quella di Claudio Abbado di creare nel 1986, prima della caduta del muro di Berlino, un’orchestra che unisse giovani musicisti dell’Europa Centrale, provenienti dalle più prestigiose formazioni ma anche giovani talenti che poi hanno avuto qui la possibilità di formarsi e di  proseguire poi trionfalmente la loro carriera,e di mescolarli con tutte le più varie nazionalità (17 in tutto su 49 membri effettivi) . A nostro avviso questa è in assoluto una delle migliori orchestre europee attuali per estrema disciplina, grandissima musicalità, unione e vera simbiosi  tra i suoi componenti, perfetta unione d’intenti con  il suo direttore principale ma anche quelli ospiti che tornano con regolarità , garanzia di un legame duraturo e profondo . In questa serata il giovane e brillante direttore britannico ha diretto nella prima parte la Quarta Sinfonia di Beethoven in cui sia per la gestualità che per il risultato ottenuto con l’orchestra non si poteva che pensare alla determinante lezione di Claudio Abbado mentre nella seconda ci ha offerto una sua personalissima lettura della Seconda Sinfonia di Robert Schumann in cui al necessario vigore e robustezza di suono ha unito una sottile malinconia a volte quasi ironica in particolare nell’Adagio espressivo come sinora non avevamo ascoltato da nessun altro direttore che affronti con regolarità questa straordinaria ed estremamente complessa partitura . Quasi un lusso che si poteva permettere grazie allo straordinario e sempre perfettamente funzionante strumento di cui disponeva ossia la sua fedelissima orchestra . Una prova che ha ulteriormente confermato le elevate capacità del giovane direttore britannico anche nel repertorio sinfonico ed in particolare in quello più tradizionale in cui si è costretti a mettere più a nudo le proprie vere doti ma anche la capacità di una personale lettura ed interpretazione di una partitura. 

                     Giacomo Di Vittorio    

La chitarra di Emanuele Segre  e l’Orchestra di Craiova in Conservatorio 

L’Orchestra rumena di Craiova diretta da Massimo Palumbo ha eseguito musiche di J.Williams, J.Rodrigo e L.van Beethoven. Alla chitarra solista, nella prima parte del concerto, il bravissimo Emanuele Segre. Una trascrizione per chitarra e quintetto d’archi di M.Palumbo sulle  note musiche di Williams dal  capolavoro di Spielberg “Schlinder’s List” ha dato inizio alla serata. Bella la trascrizione nell’accompagnamento degli archi dei due brani proposti. Bravo Segre, ma la splendida, triste melodia del violino solista che abbiamo in mente è decisamente più intensa e commuovente nelle sue lunghe note. Il famosissimo Concerto de Aranjuez (1937) di Rodrigo con la chitarra solista di Segre è stato avvincente. La tensione emotiva dell’Adagio centrale è stata ben delineata dall’eccellente chitarrista che ha mostrato, nella sua evidente approfondita conoscenza del concerto, di penetrare con intensità l’apparente facile musica di Rodrigo. Il  movimento centrale gioca molto sulle pause e i cupi timbri orchestrali che devono inserirsi tra le note del solista. Perfetta la sintonia del direttore Palumbo con Segre e brava tutta l’Orchestra. Valida, nella seconda parte della serata, l’interpretazione della Settima Sinfonia di L.van Beethoven. Successo di pubblico in una Sala Verdi quasi al completo. 

 15-12-05  Cesare Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it

Un importante Idomeneo per Daniel Harding alla Scala 

Ottima  prestazione quella di D.Harding nell’Idomeneo mozartiano. Il giovane e precoce trentenne direttore inglese ha saputo penetrare con intensità emotiva e spessore intellettuale la non facile partitura di un Mozart ancora giovane – l’opera venne rappresentata a Monaco per la prima volta il 29 gennaio del 1781- ma decisamente maturo.  Il musicista salisburghese aveva rivisitato l’opera seria italiana con importanti innovazioni musicali per quanto concerne l’uso dei recitativi e delle arie. In questa vicenda drammatica, ma a lieto fine, costruita su libretto di Giambattista Varesco, recitativi ed arie si succedono senza soluzione di continuità e soprattutto i primi  raggiungono livelli espressivi particolarmente intensi. Harding è riuscito anche nell’intento di stabilire un perfetto equilibrio sonoro tra la parte strumentale  e quella, non facile, vocale. Ottima la  giovane compagnia di canto. Sopra di tutti, per qualità melodrammatiche,  spicca Emma Bell, Elettra, formidabile nel recitativo e nell’aria finale Oh smania,oh furie!; splendida e intensa anche la voce di Camilla Tilling, Ilia, bravissima Monica Bacelli, Idamante, bella e intensa la voce di Steve Davislim, Idomeneo, anche se con timbro eccessivamente aggraziato per il ruolo interpretato. Bravissimi Francesco Meli, Arbace e Robin Leggate, Sacerdote di Nettuno. Come sempre avvincente  il Coro di Bruno Casoni. Si rimane invece perplessi non tanto per la  regia di Luc Bondy quanto per le  scene scarne di Erich Wonder e soprattutto per la scelta di costumi stile anni’30, di Rudy Sabounghi, che nulla hanno a che vedere con l’opera e che addirittura non hanno sempre consentito una facile identificazione dei personaggi (vedi Idomeneo, con un aspetto eccessivamente giovanile). Scene e costumi non hanno comunque disturbato,  ma  se fossero stati adeguati avrebbero sicuramente contribuito alla completa riuscita di un  lavoro che rimane  musicalmente di eccellente fattura, rapportato anche alla giovane età media degli interpreti.  Accoglienza buona ma non entusiastica da parte della platea. Repliche il 13-16-18-20-22 dicembre. 

12-12-05  Cesare Guzzardella    ce.guzz@tiscali.it    

Il violinista Henning Kraggerud e l’Orchestra  Sinfonica G.Verdi all’Auditorium 

Il francese Stéphane Denève ha ben diretto la “Verdi” in un programma che prevedeva nella prima parte musiche di Felix Mendelssohn e nella seconda di Arthur Honegger. Dopo una buona interpretazione dell’Ouverture op.21 dal Sogno di una notte di mezza estate, opera giovanile ma con un linguaggio già molto personale di Mendelssohn ,  è salito sul palco dell’Auditorium il trentaduenne violinista norvegese H.Kraggerud (nella foto)  per l’esecuzione del Concerto per violino e orchestra  in mi min. op.64 cavallo di battaglia di tutti i virtuosi violinisti. Splendido il tocco del violinista norvegese, avvincente per grazia e morbidezza melodica in tutte le parti solistiche e nella cadenza dell’Allegro appassionato. Accompagnamento orchestrale, per qualità timbrica complessiva,  non sempre in sintonia con il modo dolce e aggraziato del violino solista. Nella seconda parte del concerto ottima la prova del direttore Denève in due brani del  francese Honegger, Le chant de Nigamon del 1917-18 e la Sinfonia n°3 “Liturgique” del 1945-46. Musica ricca di contrasti, suggestiva  - meritevole di una maggior attenzione nelle scelte concertistiche-  nella quale un ruolo determinante hanno le qualità individuali dei singoli orchestrali e la  limpidezza degli impasti sonori. Qui l’Orchestra Verdi con i bravi solisti e il direttore francese hanno dato il meglio in termini espressivi. Successo di pubblico. Repliche venerdì 9 e domenica 11. 

8-12-05      Cesare Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it

La storia della tromba al Dal Verme con Gabriele Cassone e i “Pomeriggi Musicali”

 Interessante serata quella proposta dal trombettista Gabriele Cassone e dall’orchestra de “I Pomeriggi Musicali”.  Cassone, trombettista di spessore internazionale che ha collaborato con sommi maestri quali Berio e Boulez, ha proposto al numeroso pubblico presente in sala -  in qualità anche di direttore d’orchestra – un’avvincente storia della tromba presentando brani musicali di Handel, Vivaldi, Haydn, Verdi, Ponchielli e Arban. L'eccellente virtuoso ha alternato  i sei differenti momenti musicali con una lucida ed essenziale “lezione” sull’evoluzione tecnica di questo spesso trascurato strumento musicale: dalla tromba naturale usata nel primo barocco, a quella a chiavi di fine Settecento, a quella a pistoni di metà Ottocento. Cassone ha utilizzato ben cinque  diverse trombe per eseguire i brani in programma ed è stato coadiuvato anche dai bravissimi trombettisti  Sergio Casesi e Luciano Marconcini paricolarmente brillanti nel Concerto per 2 trombe, archi e cembalo di Vivaldi. Interpretazioni impeccabili e altamente virtuose quelle del Concerto in Fa magg. Op.123 per tromba e archi di  Amilcare Ponchielli  e del brano Introduzione, tema e variazioni sul “Carnevale di Venezia” di Jean Baptiste Arban (musicista francese noto anche come didatta della tromba). Bello l'Adagio per tromba ed archi di G.Verdi, brano ritrovato recentemente e caratterizzato da una splendida melodia, tipica  Aria verdiana. Al termine uno splendido bis con una Fanfara per tre trombe del Novecento. Grande successo di pubblico. Replica sabato 3 dicembre ore 17.00

 2 –12- 05   Cesare Guzzardella       ce.guzz@tiscali.it

NOVEMBRE

Comunicato del Ministro francese per la Cultura e la Comunicazione  Renaud Donnedieu de Vabres

Madame la Présidente,
Monsieur le Premier Ministre,
Mesdames et Messieurs les Ministres,
Monsieur le Commissaire,
Mesdames et Messieurs les Ambassadeurs,
Mesdames et Messieurs,
Cher Alain Touraine,
Chers Amis,

Tout d’abord, je tiens, Madame la Présidente, Monsieur le Premier Ministre, Monsieur le Ministre, à vous remercier pour votre accueil chaleureux et à vous dire l’émotion qui est la mienne de m’adresser à vous, au sein de ce Parlement, qui est à la fois l’expression de la nation hongroise, le symbole de la démocratie et l’un des joyaux du patrimoine européen. Notre patrimoine, c’est d’abord notre mémoire. Et en cet instant, avant que cette conférence dessine l’horizon de l’Europe en 2020, c’est-à-dire demain, je veux vous dire un mot d’hier et vous parler d’aujourd’hui.
Hier, c’est d’abord le souvenir vivant de 1956 et de 1989. Et tous les Européens savent qu’ils doivent la conquête de leur liberté au souffle qui a pris naissance ici, pour déchirer le rideau de fer qui a longtemps divisé notre continent.
Nous savons, nous, ministres de la culture européens, ce que l’action que nous avons enclenchée, à Berlin d’abord, cher Volker Hassemer, et qui s’est poursuivi à Paris, les 2 et 3 mai derniers, et maintenant à Budapest, avant Grenade au printemps prochain, doit au levain que votre peuple, Monsieur le Premier Ministre, Madame la Présidente du Parlement, a répandu ici, avec une force inexorable et sereine, qui est celle du plus long fleuve de l’Europe.
Puisse cette force nous inspirer aujourd’hui ! Car, avant que ces trois jours de session nous permettent de préciser notre vision de l’Euro pe de demain, je suis venu avant tout, vous parler d’aujourd’hui.
Construire l’Europe de la culture est un défi majeur. Oui, le mot de Milan Kundera, selon lequel « l’aspiration européenne correspond à une ambition culturelle » est plus actuel que jamais. Telle est la conviction profonde que je veux partager avec vous : si nous voulons que le projet politique européen rencontre l’adhésion de nos concitoyens, il nous faut franchir un pas supplémentaire, un pas décisif, pour la construction de l’Europe de la culture.   
                    per il discorso completo

Discorso tenuto il 17 novembre a Budapest

Un grande András Schiff per le “Serate Musicali” 

Il 52enne pianista ungherese ha eseguito ben quattro delle trentadue sonate di L.v. Beethoven in una serata in cui il pubblico ha riempito tutti i  posti disponibili della Sala Verdi del Conservatorio milanese. Importante è l’occasione d’ascolto dell’intero ciclo sonatistico, giunto alla quinta tappa, in una rassegna che, per la qualità dell’interprete e per la grande partecipazione di pubblico, è da considerarsi un evento e un motivo di grande soddisfazione  per le “Serate Musicali” e per gli appassionati milanesi. Schiff ha iniziato la serata con le tre sonate dell’op.31 e tra queste anche  la n°17 più nota come “Tempesta” su un pianoforte Bösendorfer dal timbro molto caldo e voluminoso nei toni medio-bassi, ed ha concluso il concerto con l’op.53 in do magg. “Waldstein” su di uno Steinway. L’interpretazione è da annoverarsi tra quelle  più innovative nel panorama pianistico attuale.  Soprattutto nelle sonate dell’op.31, Schiff esegue Beethoven in modo molto rigoroso dal punto di vista tecnico e analitico, mostrando una morbidezza di tocco e una raffinatezza espressiva molto personale e lontana dalla tradizione interpretativa a cui siamo abituati, mi riferisco a pianisti del passato quali Artur Schnabel o Edwin Fischer e nel presente a Brendel e Pollini. La qualità interpretativa è fuori discussione anche se il modo di concepire la musica beethoveniana, con caratteristiche più dolci, morbidi e aggraziate, rispetto all’idea che abbiamo dell’immenso tedesco, ci fa riflettere e ci pone nell’eterno dilemma di sapere quale sia il “vero Beethoven”. Più in linea con la tradizione interpretativa  è stata l'imponente sonata “Waldstein”, nella quale András Schiff ha dimostrato di possedere un controllo non comune di tutti i parametri espressivo-musicali. Grande successo di pubblico e alla fine un inaspettato bis beethoveniano, vista la lunghezza del concerto, con un meraviglioso Andante Favori. 

 29 novembre 2005 -  Cesare Guzzardella          ce.guzz@tiscali.it

Michele Campanella e l’Orchestra “I Pomeriggi Musicali” al Dal Verme 

Scelta coraggiosa e intelligente quella del pianista-direttore Michele Campanella (nella foto) di eseguire due compositori francesi come Camille Saint-Saëns e Francis Poulenc: coraggiosa perché l’interessante e fantasioso Concerto n°5 “L’Egiziano” del primo viene rarissimamente eseguito e non gode della popolarità che meriterebbe, intelligente per l’accostamento dei due autori nati a Parigi e delle composizioni scelte che mostrano un legame stilistico tipicamente francese e che rivelano una relazione tra il tardo romanticismo de “L’Egiziano”(1896), il neoclassicismo del precedente e geniale Il carnevale degli animali(1886)  e il raffinato ed elegante Concerto in re min. per due pianoforti e orchestra (1932) di F. Poulenc. Peccato che Saint-Saëns sia ancora soprattutto noto per il didattico ma stilisticamente evoluto Carnevale con il celeberrimo tema per violoncello del Cigno, e che non venga eseguito in tutta la sua immensa e geniale varietà compositiva! Eccellenti le interpretazioni date da Campanella che oltre a misurare in ogni valenza i tasti del pianoforte, coadiuvato nel secondo e terzo brano da una bravissima Monica Leone, è riuscito anche nella difficile impresa di dirigere contemporaneamente -e molto bene-  l’orchestra dei Pomeriggi, cosa che è di pochissimi pianisti. Davvero deliziosa, incisiva e fluida l’interpretazione del concerto di Poulenc sia per la bravura dei  due pianisti che per l’eccellenza dell’orchestra. Unico neo, la mancanza di un bel bis pianistico, l’ideale Scaramouche di Milhaud, ma questa forse è una pretesa eccessiva . Replica: sabato 26 novembre alle 17.00 al Dal Verme. 

25 novembre   Cesare Guzzardella       ce.guzz@tiscali.it

Esa-Pekka Salonen dirige la Philharmonia Orchestra per “L’Amico Charly”  

Splendida serata quella che ha visto sul palco del Teatro alla Scala il direttore finlandese Esa-Pekka Salonen (nella foto) e la londinese Philharmonia Orchestra in un concerto a favore dell’associazione benefica L’amico Charly onlus. Esa-Pekka Salonen, direttore considerato tra i migliore sulla scena mondiale nel repertorio del ‘900 storico e contemporaneo – lui stesso è un ottimo compositore-,  ha splendidamente diretto la Philharmonia Orchestra in un programma che prevedeva  le esecuzioni di Una notte sul Monte Calvo (1860-67) di Modest P. Musorgskij, Il mandarino meraviglioso  op.19 (1918) di Béla Bartòk e L’uccello di fuoco (versione integrale del 1910) di Igor Stravinskij. Un programma intenso dove il virtuosismo e la coloristica orchestrale sono alla massima espressione. L’orchestra londinese ha mostrato un suono particolarmente definito con degli incredibili pianissimo e con sonorità luminose d’ineguagliabile nitore in tutte le sezioni orchestrali. Splendide e ai massimi livelli, le interpretazioni di due capolavori assoluti come il Mandarino nella suite dal balletto op.19 e L’uccello di fuoco nella sua versione integrale. Il pubblico entusiasta ha avuto l’opportunità di ascoltare i due avvincenti bis: di Ravel, il Giardino magico e di Stravinskij, Galop. Prima del concerto, Mariagrazia Zanaboni, Presidente dell’ Amico Charly, ha ringraziato il pubblico  ed ha illustrato il progetto "L’officina dei giovani "che prevede, grazie anche ai fondi raccolti in questi ultimi anni, la realizzazione di un grosso centro dotato di aree attrezzate e spazi all’aperto su una vasta area di oltre 12000 mq. L'inizio dei lavori è previsto per il gennaio 2006. In questa grande struttura i giovani con problemi psicologici potranno esprimersi e confrontarsi grazie anche all’aiuto di operatori, artigiani e professionisti. Per informazioni  si può consultare il sito www.amicocharly.it    

21-11-2005     Cesare Guzzardella     ce.guzz@tiscali.it 

Sa Chen in Conservatorio per le Serate Musicali 

 La ventiseienne pianista cinese Sa Chen (nella foto)  ha suonato nella Sala Grande del Conservatorio milanese in una serata poco fortunata per l’esiguo  pubblico venuta ad ascoltarla. Peccato perché pur non potendola annoverare tra le/i grandi  interpreti presenti nella scena mondiale, sicuramente è da considerare un’ottima pianista avendo anche all’attivo vittorie o piazzamenti importanti in concorsi internazionali quali il concorso Chopin di Varsavia o il Van Cliburn. Nella prima parte della serata ha eseguito con dolcezza e pacatezza la splendida Sonata n°15 in la magg. D 664 di F. Schubert , quindi tre brani raramente  in programma di Samuel Barber, importante compositore statunitense del ‘900, e precisamente da Excursions op.20 i  numeri 1-3-4. Interessanti e ottimamente eseguiti i pezzi che partendo dal folclore americano, in stile quasi jazz,  ma con una mediazione colta europea, riescono ad essere avvincenti e divertenti. La  Rapsodia Spagnola di Franz Liszt non ci è sembrata particolarmente interessante nell’interpretazione virtuosistica della Chen che pur dimostrando qualità tecniche sorprendenti nell’affrontare e superare difficoltà trascendentali, con un uso però eccessivo del pedale, non ha colto in modo avvincente la poetica dell’ungherese. Nella seconda parte della serata, una lodevole interpretazione della Sonata n°3 in si min. op.58 di F. Chopin 

17-11-2005  Cesare Guzzardella         ce.guzz@tiscali.it

 

Ramin Bahrami e le Partite di Bach all’Auditorium di Milano

Il pianista iraniano, nato a Teheran nel 1976, Ramin Bahrami (nella foto) è l’interprete di Bach in due serate straordinarie all’Auditorium di  Milano. Nella prima serata ha eseguito  le Partite 1-5-2-4. Bahrami ha acquistato notorietà internazionale proprio grazie al suo musicista  prediletto, Bach, e ha recentemente inciso per la Decca tutte le 7 Partite e nel 2004 le Variazioni Goldberg. Diplomatosi  al Conservatorio milanese con Piero Rattalino, uno dei massimi conoscitori di musica pianistica, e perfezionatosi in seguito con grandi interpreti bachiani quali Weissenberg, Schiff e Rosalyn Tureck, Bahrami ha dimostrato di essere un eccellente conoscitore di Bach interpretando le celebri Partite con sonorità particolarmente dolci e luminose nei movimenti più  lenti e riflessivi e con ritmiche definite e molto controllate nei momenti più vivaci. Il suo modo di suonare è  la sua visione pianistica e  diversa e lontana da quei colori musicali che sono stati l’espressione del suo primo grande pianista di riferimento, Glenn Gould. Grande successo per un pubblico esiguo. Il suo talento avrebbe meritato un “tutto esaurito”. 

15 novembre 2005  Cesare Guzzardella        ce.guzz@tiscali.it

Claus Peter Flor dirige l’Orchestra Sinfonica G.Verdi all’Auditorium 

 Programma sinfonico importante quello che ha visto sul podio della Sinfonica di Milano G.Verdi il suo Direttore Principale Ospite: Claus Peter Flor(nella foto).  Nella  prima parte del concerto  Johannes Brahms,  con la Terza Sinfonia op.90 (1983) e poi  Richard Strauss con il Poema sinfonico op.23 Macbeth (1892) e la Danza dei sette veli da Salome op. 54 ( 1905). Una direzione energica e coloristicamente esemplare quella di Flor. L’orchestra Verdi ci è sembrata in perfetta sintonia con le esigenze del direttore tedesco (è nato a Lipsia) di voler accelerare i tempi - 36 minuti per il capolavoro architettonico brahmsiano sono davvero pochi  (Flor ha anche ridotto al minimo i tempi di passaggio tra i quattro movimenti creando quasi un continuum  sonoro)– e il risultato è stato avvincente sotto tutti i profili: splendidi legati, chiarezza in ogni dettaglio timbrico e impasti sonori ben calibrati e soprattutto un’eleganza direttoriale non comune. Dopo il poco eseguito e tumultuoso Macbeth nel quale si evidenzia tutta la maestria orchestrale di Strauss, il concerto è terminato con un capolavoro di sensuale bellezza quale la Danza dei sette veli dall’opera Salome. Brano intriso di simbologia, è stato anche questo diretto in modo  dettagliato e quasi “magico” dal bravissimo direttore. Grande successo di pubblico. 

13-11-2005  Cesare  Guzzardella        ce.guzz@tiscali.it 

Concerto  Straordinario per la Cultura alla Scala e contro i tagli  del Governo

Arild Remmereit ha diretto con grande entusiasmo l'Orchestra  e il Coro del Teatro alla Scala in un concerto  aperto al pubblico che ancora una volta pone l’attenzione sull’importanza di una politica di governo che metta al primo posto la Cultura. Il concerto è stato preceduto da  un inaspettato e applaudito intervento di Dario Fo che ha sottolineato come la Cultura in tutte le sue manifestazioni, come anche nell’Arte e nella Musica, debba avere una posizione privilegiata nelle scelte politiche ed economiche  di un  paese civile e che i tagli ai  fondi pubblici nei settori culturali non possono che danneggiare gravemente tutta la società. In una sala gremita, alla presenza del Sovrintendente Stéphane Lissner e  dei lavoratori della Scala, il M° Remmereit (nella foto) ha brillantemente diretto l’orchestra scaligera prima nella Settima Sinfonia di L.v.Beethoven -travolgente ed entusiasmante il finale - e poi  lo splendido Coro in brani di Verdi, dal Macbeth e dal Nabucco, e di Puccini , dalla Madama Butterfly  (il coro a bocca chiusa), per poi terminare in un intenso Va Pensiero ripetuto anche come bis. Pubblico entusiasta, fiori provenienti dalle gallerie al direttore e agli orchestrali, applausi  ai lavoratori della scala. Una festa per la Cultura! Al termine del concerto la manifestazione è continuata in piazza Scala  anche con i lavoratori del Piccolo Teatro e di altri teatri milanesi.

  Milano, 12 novembre 2005   Cesare Guzzardella           ce.guzz@tiscali.it

Un grande Brendel  per la Società del Quartetto 

L’ 8 novembre sono andati tutti esauriti i posti della grande Sala Verdi del Conservatorio. Al pianoforte Alfred Brendel, ospite ricorrente al “Quartetto”,  in un programma  da lui minuziosamente preparato che prevedeva opere di Mozart, Schumann, Schubert e Beethoven. Ascoltare uno dei massimi interpreti viventi di Beethoven e Schubert è sempre un grande piacere e questo il pubblico lo ha esplicitato al  termine del concerto, con un tripudio di lunghi e fragorosi applausi. Convincente la prima parte della serata con l’esecuzioni prima delle Nove variazioni su un minuetto di J.P. Duport K573 di W.A.Mozart, brano raramente eseguito ed apparentemente banale ma molto interessante nelle ultime variazioni, e poi con i romantici otto momenti in cui si articola la Kreisleriana op. 16 di R. Schumann. Splendida la seconda parte della serata con tre (1-2-4) dei sei brani che compongono i Moments musicaux op.94  di Franz Schubert e soprattutto con una scultorea interpretazione della Sonata n°15 op.28 “Pastorale” di L.W. Beethoven. Qui il celebre pianista austriaco ha raggiunto vette eccelse con sonorità luminosissime e intensamente espressive. Unica pecca della serata la tosse insistente, nel mezzo della "Pastorale", di alcuni poco controllati spettatori. Al termine due sorprendenti bis: il rondò finale di una sonata di Haydn (Hob. XVI:48 -1789)    e  una  meravigliosa trascrizione pianistica di  J.S.Bach. 

Cesare Guzzardella         ce.guzz@tiscali.it

Francesco Maria Colombo dirige  l’Orchestra Sinfonica di Milano G.Verdi 

 Un programma variegato che ha avuto il momento più alto nell’esecuzione della Settima Sinfonia di Jean Sibelius, quello proposto dal giovane direttore Carlo Maria Colombo e dall’Orchestra Sinfonica G.Verdi. Sibelius, musicista finlandese purtroppo poco eseguito in Italia, è importante per tutto il suo vasto repertorio musicale e soprattutto per le sue sette sinfonie. C.M. Colombo(nella foto) ha sostenuto l’esecuzione dell’ultima sinfonia ( 1924), quella in  Do Maggiore op.105 in un solo lungo movimento, in modo impeccabile. Il suo modo di dirigere  particolarmente profondo ed equilibrato con sonorità  trasparenti e morbide – nitidi gli ottoni e in perfetto equilibrio con gli archi-, ci ha convinto sotto tutti i profili. Avvincenti anche il primo brano in programma, di Claude Debussy, Prélude à l’après-midi d’un faune (1894), con una resa timbrica particolarmente nitida e calda e il turbolento ed efficace capolavoro di Ravel, Une barque sur l’océan (1907). Buona l’esecuzione del Concerto per pianoforte e orchestra K488 (1786) di W.A.Mozart con Derek Han, pianista brillante e dal tocco raffinato. 

6-11-2005  Cesare Guzzardella           ce.guzz@tiscali.it 

INTERVISTA A DANIEL HARDING

 Abbiamo incontrato Daniel Harding (nella foto) alla cinquantaseiesima edizione del Festival di Mentone fondato nel 1950 dagli esuli franco-ungheresi André Borocz e Thomas Erdos (deceduto a Parigi  il 25 febbraio dello scorso anno all’età di novanta anni) storico consigliere artistico del Festival di Avignone e del parigino Théatre de la Ville ma soprattutto scopritore, amico e sostenitore (sconosciuto al grande pubblico in questa veste) di grandi talenti quali Maurice Béjart e Pina Bausch, nel campo della danza, e Giorgio Strehler e Peter Brook in quello del teatro . Arriviamo sul sagrato della Basilica di Saint-Michel ,da dove si ha una vista aerea sul mare impareggiabile sino alla frontiera italiana, definito da Jean Cocteau “il luogo più spaesato, insolito e sospeso sul vuoto che io conosca” e dal grande scrittore Romain Gary “il mio luogo preferito sulla terra” (e non a caso a poca distanza da qui Nanni Moretti ha ambientato l’indimenticabile ultima scena del suo, a mio avviso,miglior film ovvero “La stanza del figlio”) ,mentre Daniel Harding, con la consueta eleganza e semplicità di sempre ,vestito con una polo nera, con grande soavità e fermezza allo stesso tempo dà l’attacco della Quarta Sinfonia di Gustav Mahler alla testa della sua Mahler Chamber Orchestra (composta da 49 elementi stabili provenienti da 17  paesi diversi, tra cui quattro italiani) perfettamente schierata e rispondente con grande sintonia ,vivacità e perfetta coordinazione ad ogni suo gesto, commento o richiesta . Si tratta delle prove del concerto che la sera aprirà il Festival, il vento è forte , il mare agitato ed il suono delle onde si confonde e fa da eco a tutto il flusso della straordinaria partitura mahleriana così bene conosciuta sia dal direttore che dagli esecutori. Terminate le prove il giovane direttore prodigio britannico di 30 anni  risponde con molta gentilezza e grande sincerità alle nostre domande in un clima ideale di gioia e distensione. Le repliche di “Così fan tutte” di Wolfgang Amadeus Mozart al Festival di Aix-en-Provence con la Mahler Chamber Orchestra e la regia di  Patrice Chéreau sono appena terminate .                         

Cosa ci può dire di questa ultima esperienza mozartiana ?

Si è trattato per me di un evento straordinario in quanto si è creata subito una perfetta fusione e complicità di intenti con il regista e l’orchestra che si è ugualmente da subito perfettamente sintonizzata con le nostre esigenze . Tuttavia devo ancora una volta per questo ringraziare il mio Maestro Simon Rattle perché è vedendo lui dirigere quest' opera a Berlino che ho capito per la prima volta tutta la dimensione tragica e l’estrema tensione che bisogna conferire a questo capolavoro mozartiano . 

Come è noto Simon Rattle e Claudio Abbado sono stati i suoi scopritori, amici e sostenitori sin dall’inizio . Attualmente quali sono gli altri direttori che, sul piano internazionale, costituiscono per lei un punto di riferimento e da cui può apprendere lezioni per il suo mestiere ?                                                                                                   Sicuramente Nikolaus Harnoncourt e John Eliott Gardiner, ma soprattutto Harnoncourt per il quale ho una grandissima ammirazione e che considero un grande direttore d’orchestra e formidabile pedagogo .

Quali sono gli autori nel campo operistico che ha in programma o pensa di affrontare nel futuro?                                                                                                                                       Per ora vorrei soprattutto concentrarmi su Mozart : ho già diretto “Don Giovanni”, “Il Ratto dal Serraglio”, “Così fan tutte”, “Idomeneo”, ma in versione di concerto a Salisburgo, ed ora mi aspetta la sfida di dirigerlo in teatro appunto con l’Orchestra della Scala e la regia di Luc Bondy per l’apertura della stagione nel prossimo mese di dicembre, compito di cui sono estremamente onorato . 

Che rapporto ha con il regista svizzero Luc Bondy ?                                                Straordinario. Abbiamo più volte lavorato insieme e soprattutto sono molto contento del risultato della nostra collaborazione ne  “Il giro di vite” di Benjamin Britten più volte ripreso, l’ultima al Théatre des Champs Elysées di Parigi nel giugno scorso . 

Può farci alcune anticipazioni sul progetto della messa in scena di “Idomeneo” alla Scala? No in questo momento non posso ma c’è già un’idea ben precisa e ci saranno,vedrete, delle sorprese .

Con quali altri registi d’opera ha avuto un rapporto positivo e di arricchimento reciproco? Ovviamente con Peter Brook innazi tutto (il cui “Don Giovanni”di Mozart è stato portato anche al Piccolo Teatro di Milano nel 1998 grazie a Stéphane Lissner) e poi con sua figlia Irina con cui al Festival di Aix-en-Provence abbiamo realizzato un bel “Onegin” di Tchaikovsky nel 2002 .

Dal 2003 è direttore principale della Mahler Chamber Orchestra. Quali sono i suoi principali progetti con questa orchestra ed in generale per quanto riguarda il repertorio sinfonico ?   Innanzi tutto vogliamo proseguire con Mahler e completare il ciclo delle Sinfonie :mancano ancora la Prima, la Quinta, la Sesta, la Settima e l’Ottava ma anche guardare sempre più a Brahms, Beethoven e Schumann (di questi ultimi due compositori il 12 dicembre alla Scala eseguiremo rispettivamente la Sinfonia n°4 e la Sinfonian° 2). Molto importante per me è stato l’affrontare la Sinfonia n°10 di Gustav Mahler nella revisione e completamento di Deryck Cooke nel 2004 al Musikverein di Vienna, una versione in realtà molto poco eseguita . Dal 2007 sarò anche direttore musicale della Orchestra Sinfonica della Radio Svedese.Ma non voglio troppo anticipare i miei progetti e a questo proposito vorrei fare una riflessione : io ho avuto la fortuna di avere tutto e subito, non a tutti capita .Cinquata o sessanta anni fa nessuno se ne sarebbe subito occupato : Wilhelm Furtwängler ha cominciato a dirigere a 19 anni e nessuno se ne era quasi accorto . Il problema oggi è che subiamo troppo la pressione mediatica ,siamo schiavi delle leggi del business e dello stars system e spesso non si lascia ai giovani direttori il tempo di maturare lentamente . Nel mio caso per ora è andato tutto bene, fortunatamente, ma altri vengono letteralmente sommersi e divorati dal sistema o ancora più spesso non hanno nemmeno la possibilità di emergere .

Ritornando alla sua carriera quali sono stati i solisti nel repertorio sinfonico con i quali ha trovato subito una buona sintonia ?                                                                Innanzi tutto il giovane pianista italiano Gianluca Cascioli e poi il violinista francese Renaud Capucon .

Nel 2002  è stato insignito dal Governo Francese della prestigiosa onorificenza di “Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres" .                                                                    Sì e ne sono ovviamente molto fiero ma forse anche questo è arrivato un po’ troppo presto… 

                   Giacomo Di Vittorio

Prêtre  torna alla Scala con “Pelléas e Mélisande” 

Era il 1977 quando il grande direttore francese Georges  Prêtre diresse ancora una volta alla Scala  il Pelléas di Claude Debussy. Dopo ventotto anni è tornato sul podio dell’orchestra scaligera  nel nuovo allestimento realizzato dall’Opéra-Comique nel 1998 per la regia di Pierre Médecin. Questo dramma lirico in cinque atti, unica opera teatrale portata a termine da Debussy è stato composto  su testo di Maurice Maeterlinck e rappresenta il manifesto del simbolismo musicale del '900. Suggestiva la dettagliata direzione di Prêtre che nella seconda rappresentazione del 4 novembre è stato particolarmente apprezzato dal numeroso pubblico presente in teatro. Ottimo, ma non eclatante, il gruppo vocale  in una scenografia essenziale ma con evidente contrasto tra il brutto luogo scenico di Golaud , - pessima quella poltrona nel quale è stato anche troppo seduto-  e quel elegante e più raffinato “spazio” centrale nel quale abbiamo assaporato emotivamente le tensioni amorose di  Pelléas e Mélisande (fotografie di Marco Brescia).  Particolarmente avvincente la voce di Pelléas, Jean-François Lapointe, e  valide quelle di Golaud,  François le Roux, di Mélisande, Mireille Delunsch, di  Arkel , Alain Vernhes, di Geneviève, Brigitte Balleys e bravissima, nel ruolo del piccolo Yniold, Beatrice Palumbo. Ottima la recitazione di tutti i protagonisti.  Repliche il 6,9,10,12,13,15,17 novembre. 

Cesare Guzzardella         ce.guzz@tiscali.it

Importante comunicato sindacale alla Prima del Pelléas et Mélisande  alla Scala

I tagli previsti nella finanziaria al fondo unico dello spettacolo hanno riproposto in maniera brutale un tema antico : è giusto che lo Stato sostenga e finanzi la produzione culturale e se sì come deve essere questo intervento ? Noi pensiamo che sia non solo giusto ma indispensabile (come avviene in tutti i paesi più evoluti del mondo), per almeno tre ragioni : - la cultura è un parametro fondamentale sul quale si misura lo sviluppo di una società - essa rappresenta un elemento di coesione sociale oltre che di opportunità di lavoro - ha sicuramente un impatto economico positivo su un ampio spettro di attività. L’intervento sulla cultura è quindi un volano decisivo per lo sviluppo e la qualità della vita. Perciò le iniziative che stiamo facendo contro i tagli previsti dal Governo in finanziaria, non sono per la difesa corporativa della sopravvivenza di un settore . Vogliamo riaffermare invece una verità che troppo spesso viene sottovalutata : finanziare la produzione culturale è da considerare sempre un investimento sul futuro di un Paese . Perciò il ruolo dello Stato è centrale come intervento diretto e per favorire l’afflusso aggiuntivo di risorse private. E’ invece sbagliato pensare come da tempo si sta facendo, con decreti vari, di affrontare e risolvere i problemi che esistono , e sono gravi, destrutturando il settore, precarizzando ancora di più il lavoro, tagliando le risorse . In questa battaglia noi pensiamo che un ruolo importante possano svolgerlo le grandi istituzioni culturali e sicuramente il Teatro alla Scala tra queste. La Fondazione si appresta a rinnovare i propri vertici . Ci auguriamo che le decisioni diano un segno inequivocabile di apertura, di pluralismo culturale, di impegno per il ruolo e il futuro del Teatro. Nelle prossime settimane i lavoratori dello spettacolo e le organizzazioni sindacali organizzeranno altre iniziative di sensibilizzazione dell’opinione pubblica : il nostro obbiettivo è che questi provvedimenti vengano ritirati .

              i lavoratori del Teatro alla Scala                                                                             le organizzazioni sindacali SLC CGIL – FISTel CISL – UILCOM UIL – FIALS –CISAL                   Milano, 28 ottobre 2005   (comunicato letto in pubblico il 2 novembre 2005 al Teatro alla Scala prima dell’inizio della prima rappresentazione di “Pelléas et Mélisande” di Claude Debussy)

OTTOBRE 

Musica e magia all’Auditorium di L.go Mahler 

Divertente pomeriggio quello del 29 ottobre all’Auditorium di Milano con un pubblico prevalentemente di bambini di età compresa tra i tre e i dieci anni; questi  hanno apprezzato l’ottima musica diretta dal bravo Matthieu Mantanus e soprattutto le illusioni del noto televisivo Mago Casanova (nella foto).   Per il ciclo “Crescendo in musica”, rassegna giunta al secondo appuntamento, l’Orchestra Sinfonica di Milano G.Verdi  ha eseguito brani di Mozart, Ravel, Bartok, Cajkovskij, Nyman e Satie. Durante l’esecuzioni ,  Casanova si è sbizzarrito in alcuni numeri di magia moltiplicando candele e carte da gioco, facendo levitare tavolini, sezionando una graziosa ballerina e, mentre si ascoltava  la bella musica pianistica di Michael Nyman dal film Lezioni di piano, facendo levitare e ruotare un bianco pianoforte a coda mentre egli stesso intonava le belle note. Una sala gremita, con qualche centinaio di bimbi accompagnati dai genitori o dai nonni, ha salutato il mago e l’orchestra con un lungo applauso. Prossimo appuntamento per sabato 12 novembre con Cenerentola e il direttore Giuseppe Grazioli. 

Cesare Guzzardella     ce.guzz@tiscali.it

Andrea Bacchetti suona le Variazioni Goldberg per le Serate Musicali  

Splendido concerto quello tenuto il 28 ottobre da Andrea Bacchetti(nella foto) al teatro Dal Verme per le Serate Musicali (oramai è ospite irrinunciabile) . In una sala con numeroso pubblico ma con ancora dei posti liberi, il giovane pianista Bacchetti ha voluto donarci una monumentale composizione scritta da J.S.Bach per clavicembalo a due tastiere ma da anni entrata nel migliore repertorio pianistico, l’Aria con trenta variazioni, poi divenute Variazioni Goldberg BWV 988 (1742). Oltre novantacinque minuti di musica per una composizione tornata in auge dopo la famosa esecuzione di metà anni ’50 del grande Glenn Gould. Bacchetti, che recentemente  ha registrato un disco con le composizioni pianistiche di Luciano Berio (Berio ha sempre considerato Bacchetti un eccellente pianista), ha  interpretato in modo avvincente questo monumento musicale-architettonico, con momenti di grande chiarezza ed eleganza sonora in alternanza ad altri di maggior risalto ritmico- timbrico. Bravissimo nelle variazioni più lente e meditative come la meravigliosa variazione n°25 nella quale ha mostrato una capacità di coinvolgimento emotivo-espressivo degna dei massimi interpreti bachiani. Caloroso successo di pubblico. Informazioni su Bacchetti nel suo sito http://www.andreabacchetti.net/

Cesare Guzzardella         ce.guzz@tiscali.it

La Settima  di Mahler diretta da Kazushi Ono alla Scala

Successo di pubblico per Kazushi Ono (nella foto) e la Filarmonica della Scala. La monumentale Settima Sinfonia in mi minore di Gustav Mahler è stata da questi ottimamente interpretata. Oltre settantacinque minuti di musica per i cinque movimenti  che il compositore austriaco scrisse tra il 1904 e il 1906. La sinfonia alterna differenti momenti  espressivi ed emotivi: dalle atmosfere più cupe e scure iniziali, alle situazioni sonore particolarmente luminose, piene di energia e ricche di virtuosismo orchestrale nel quale un ruolo preminente è dato dagli strumenti a fiato, con i corni in prima fila. Particolarmente interessanti le due Nachtmusik e lo stravolgente Rondò Finale. Tutta la poetica di Mahler ritorna in questo lavoro che guarda sia al passato, soprattutto con riferimento alla Terza Sinfonia, che al futuro della musica. Molti sono gli elementi compositivi che verranno successivamente ripresi dagli esponenti della Seconda Scuola di Vienna. Ultima replica il 27 ottobre.

Cesare Guzzardella    ce.guzz@tiscali.it

Alla Scala  “L’histoire de Manon” di  MacMillan 

La rappresentazione del 21 ottobre, l’ottava del balletto  “L’histoire de Manon” sulle musiche di Jules Massenet  e   le coreografie di Kenneth MacMillan, ha visto sul palco scaligero l’ineguagliabile Silvie Guillem, Manon, accompagnata dal bravissimo Massimo Murru, Des Grieux.(nella foto di Tamoni). Quello che ci rimane impresso maggiormente della grande ballerina parigina è la sua capacità d’interpretazione  di tutti gli aspetti, anche i più ambigui, del personaggio Manon: la Guillem non solo si muove in  modo eccelso ma è la sua maniera di stare sul palcoscenico, con tutte le implicazioni  mimiche e di comunicazione gestuale ed il suo  essere   riferimento costante della  drammatica  vicenda - Manon, in fuga nella Louisiana morirà tra le braccia di De Grieux -   che la rendono grande. La coppia Guillem- Murru, Manon-De Grieux, è riuscita  a rendere con efficacia tutta la sensualità che traspare  nel loro modo di rapportarsi. Le  splendide coreografie che lo scozzese  MacMillan ha ideato nei primi anni’ 70  sono alla Scala   per la quarta volta dal 1994 . Interessante rilevare come la maggiore “classicità” dei primi due atti siano in contrasto con la maggiore “modernità” del breve, se pur  in tre scene, ultimo atto. Le musiche di Massenet, arrangiate e riorchestrate da Leighton Lucas, per volere dello stesso MacMillan, provengono da numerose  opere come Cenerentola, Le Cid, Thais, Griselidis, Don Quichotte, Arianne ecc. ma non  da  Manon.  Perfetta  sintonia con  le  scene e i costumi di Nicholas Georgiadis e  ottima  la direzione musicale di Ermanno Florio.    Avvincente tutto il Corpo di Ballo scaligero e, tra i protagonisti di questa ottava rappresentazione, ricordiamo  Andrea Volpintesta, Lescaut, Gianni Ghisleni, Monsieur G.M.,  Deborah Gismondi, l’amante di Lescaut e Simona Chiesa, Madame.   Ultime repliche il 22 ottobre con Marta Romagna e Roberto Bolle e il 24 con ancora la Guillem e Murru. Grandissimo successo di pubblico. 

Cesare Guzzardella        ce.guzz@tiscali.it          

Presentazione di un libro di Lucilla Castellari

Lunedì 17 ottobre, presso la Facoltà di lettere e filosofia all'Università degli Studi di Milano, la prof. Virginia Cisotti ed il prof. Quirino Principe  presenteranno il libro di Lucilla Castellari  "Dal carnevale veneziano  al romanticismo musicale tedesco,da La donna serpente di Carlo Gozzi a Le fate di Richard Wagner" (Campanotto editore)

Dichiarazione del Sovrintendente Stéphane Lissner in merito agli annunciati tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo

  Se i tagli al Fus annunciati dal Governo dovessero essere confermati, ciascuno di noi, che abbia responsabilità nelle istituzioni culturali, avrà l’obbligo di pensare al futuro della cultura in Italia evitando la tentazione di chiudersi entro i confini della propria realtà.            sempre lo sviluppo della società è legato agli artisti, che interrogano il mondo ponendo domande su quel che noi siamo. E se queste domande sono scomode, capaci di sollevare dubbi e perfino creare divisioni, a maggior ragione sono necessarie: stimolano la riflessione e ci aiutano a superare le difficoltà. Ci consentono di evolverci.                                                        Il dialogo con gli artisti è un cemento sociale indispensabile. E’ un dovere civico difenderlo ed è responsabilità della politica garantirlo.                      La situazione economica in Europa è difficile, tutti i paesi sono coinvolti in politiche di risparmio. Nessuno si nasconde dietro un dito. Ma in Italia il patrimonio artistico è così strettamente legato alle risorse economiche da consigliare e anzi pretendere scelte controcorrente: la cultura e le arti dovrebbero essere portate sull’altare.                                                   L’Europa intera non può essere solo l’Europa dell’economia: per continuare a testa alta il suo cammino nella storia, deve darsi progetti culturali e sostenerli fino in fondo. L’Italia, per l’immensa ricchezza del suo patrimonio artistico, è chiamata a dare l’esempio.                                                                    Speriamo perciò che il Governo possa trovare una soluzione che non comprometta gli sforzi di tutti gli “attori” della cultura in Italia. Dal loro annichilimento non deriverebbe alcun vantaggio per nessuno, e anni di lavoro sarebbero messi in discussione.

 Milano, il 10 Ottobre  2005

Christopher Hogwood dirige la Verdi all’Auditorium di Milano 

Serata dedicata ad Haydn per l’Orchestra Sinfonica di Milano G.Verdi. L’inglese C. Hogwood ha scelto un programma particolarmente classico per il concerto del 13 ottobre.  Dopo un breve Menuet antique di Maurice Ravel e di un ancor più breve (circa quattro minuti) Menuet sur le nom d’Haydn di Ravel nella trascrizione orchestrale di  Robin Holloway, abbiamo ascoltato le più conosciute ed ampie Variazioni su un tema di Haydn  op.56a di J. Brahms. Hogwood ha interpretato la partitura orchestrale in modo sobrio e analitico evidenziando forse troppo i diversi registri orchestrali con i fiati abbondantemente in primo piano. Nella seconda parte della breve serata, abbiamo ascoltato una prima esecuzione italiana delle Five Haydn Miniatures del giovane inglese, già citato, R.Holloway (1943). Il grazioso brano cameristico in cinque parti composto nel 1999 ed  eseguito in modo impeccabile da un piccolo gruppo di otto orchestrali, è in stile neoclassico e non presenta particolari innovazioni linguistiche. Nel finale, finalmente Haydn con la Sinfonia n°92 in Sol maggioreOxford”. Avvincente l’interpretazione di Hogwood soprattutto nello splendido  Finale-Presto. Si replica domenica 16 ottobre. 

Cesare Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it 

Christian Zacharias inaugura la Stagione 2005-2006 del “Quartetto” 

  L’11 ottobre al Conservatorio G.Verdi di Milano importante appuntamento inaugurale per la nuova Stagione della Società del Quartetto. Nella veste di pianista e di direttore Christian Zacharias (nella foto) ha interpretato un programma interamente dedicato a Beethoven dirigendo l’ Orchestre de Chambre de Lausanne. Nella prima parte della serata abbiamo ascoltato brani tratti dal balletto Le creature di Prometeo op. 43 e quindi il Concerto n°1 in do magg. per pianoforte e orchestra op.15. Dopo l’intervallo, la Sinfonia n°4 in si bem. magg. op 60. Suoni morbidi e trasparenti per l’Ouverture e i quattro brani scelti dell’op. 43. Zacharias e la sua orchestra hanno voluto proporre l’ascolto di una composizione di rara esecuzione ma di interessante qualità. Vale la pena ricordare l’Adagio- Andante quasi allegretto con quella splendida cadenza del violoncello – bravissimo il violoncello solista!- ed il Finale allegretto:  il tema di quest’ultimo movimento verrà ripreso in seguito dal Maestro tedesco quale finale variato nella ben più nota Sinfonia Eroica. La parte più avvincente  della serata è stata l'esecuzione del Concerto per pianoforte e orchestra op.15.  Zacharias ha diretto l’orchestra e contemporaneamente eseguito la parte pianistica con un impeto che ha pochi precedenti. Incredibili sinergie sia nell’impegno minuzioso direttoriale che nell’ottima interpretazione pianistica del celebre concerto di Beethoven. Questi  ha avuto il suo  vertice nel Rondò – Allegro scherzando. Esecuzione  classica ma con quel quid di energia in più che il grande pianista tedesco ha saputo impiegare rendendo l'esecuzione più profonda.  Pubblico entusiasta e, alla fine della prima parte, regalo di un indimenticabile bis pianistico: la Sonata K 55  di Domenico Scarlatti, autore tanto amato da Zacharias. Ottime le sonorità orchestrali per la Sinfonia n° 4 di Beethoven e al termine della serata un altro prezioso bis con le dolci musiche schubertiane da Rosamunde. Successo di pubblico per una serata da ricordare. 

Cesare Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it

Al Teatro alla Scala un capolavoro poco eseguito: Čerevički( Gli stivaletti) di  Čajkovskij 

Il 7 ottobre è andata in scena l’ottava rappresentazione dell’opera Čerevički -  Gli stivaletti- di Čajkovskij . L’allestimento del Teatro Lirico di Cagliari per la regia di Yuri Alexandrov e la direzione orchestrale del giovane Arild Remmereit è risultato avvincente. Quello che sostanzialmente emerge da quest’opera giovanile  del grande compositore russo, è la grande capacità di fare teatro avendo come materia prima la musica, una musica - e che musica! -  che unisce il folclore più genuinamente russo alla migliore tradizione occidentale.  Čajkovskij   rimane il massimo anello di congiunzione tra poetica occidentale ed orientale  e questa fantasiosa opera ne è uno degli esempi maggiori. Nel tessuto musicale si legge chiaramente la vocazione sinfonica del musicista con tutte le sue qualità di grande orchestratore, anche se l’elemento melodico che caratterizza ed esprime i singoli interpreti,con le stupende arie cantate dai protagonisti, rimane dominante.  La prima rappresentazione dell’opera con il nome Vakula il fabbro, da un racconto di Nikolaj Gogol’( La notte di Natale) e su libretto di Jakov Polonskij avvenne nel 1876. Giudicata dallo stesso Čajkovskij opera troppo “sinfonica” e poco “lirica”, venne in seguito da lui rimaneggiata e modificata anche nel testo. Nel 1887 al Bol’soj di Mosca, avvenne la prima rappresentazione nella nuova versione e  con il titolo di Čerevički. L’opera venne allora maggiormente apprezzata sia dalla critica che dal pubblico. Attualmente è poco eseguita, e assolutamente non si capisce il perché dato il suo altissimo livello  musicale e teatrale. L’allestimento al quale abbiamo assistito ci ha regalato profonde emozioni in tutti i quattro gli atti. Valido il cast vocale, con un occhio di riguardo per Irina Lungu (nella foto), avvincente interprete nella non facile parte di Oksana, per il poderoso e timbricamente efficace Vladimir Ognovenko, Čub e per Irina Makarova, Solocha la strega. Bravi  Vsevolod Grivnov, Vakula il fabbro e tutti gli altri. Molto ben fatte le scenografie con tutti i particolari effetti “aerei” e splendidi i costumi di Vjaceslav Okunev. Ben integrate le coreografie di Galy Abaydulov e ottimo il Corpo di ballo del teatro. Come sempre impeccabile la parte corale curata da Bruno Casoni e bravissimo il direttore Arild Remmereit nel mettere in risalto ogni dettaglio timbrico. Ultima rappresentazione l’11 ottobre. 

Cesare Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it

Nuova Stagione per il "Quartetto"

La stagione 2005-06 del Quartetto si inaugura l'11 ottobre con un concerto interamente beethoveniano dell’ Orchestra da camera di Losanna. Il  direttore stabile Christian Zacharias (nella foto) torna al Quartetto questa volta nel doppio ruolo di direttore e pianista. Stagione all'insegna della qualità con i massimi interpreti della scena internazionale.Tra i grandi pianisti presenti  ricordiamo Zacharias, Brendel, Hewitt, Schiff, Fleisher, Uchida e Biss, oltre  alle numerose formazioni cameristiche e orchestrali. Per maggiori informazioni si può visitare il sito www.quartettomilano.it 

SETTEMBRE

Riccardo Chailly inaugura la nuova Stagione dell’Orchestra Sinfonica di Milano G. Verdi 

 Il 29 settembre, con la monumentale Sesta Sinfonia di G. Mahler, Riccardo Chailly è tornato a dirigere la “sua” orchestra all’Auditorium di Milano. Una sala gremita ha accolto con un lungo applauso il direttore Onorario della Verdi che attualmente è impegnato soprattutto in Germania dopo la sua importante nuova nomina a direttore dell’Orchestra del Gewandhaus e dell’Opera di Lipsia.  La “Tragica” di Mahler, composizione del 1905-1906, tra le più lunghe e complesse che siano state scritte,  è stata eseguita, ed è la prima volta in Italia, nella versione che prevede l’andante moderato come secondo movimento. Energica, dettagliata ed eloquente l’interpretazione del direttore milanese che ha alle spalle una lunghissima e completa esperienza nella direzione del grande compositore austriaco. L’andante, in netto contrasto con gli altri movimenti, è stato reso in modo mirabile.  Chailly  ha esaltato in maniera profonda le qualità della composizione ma anche quelle di tutti gli eccellenti professori d’orchestra.  Grandissimo il successo di pubblico. Repliche il 30 settembre alla 19.30 e domenica 2 ottobre alle 16.00. 

Cesare Guzzardella         ce.guzz@tiscali.it

Uno splendido Barbiere di Siviglia per i giovani dell’Accademia del Teatro alla Scala 

Per la Stagione d’Opera  e Balletto 2004-2005  del Teatro alla Scala, l’ottava rappresentazione del 28 settembre dell’opera rossiniana  "Il Barbiere di Siviglia" su libretto di Cesare Stermini,  con la direzione di Enrique Mazzola (nella foto) e per la regia, le scene ed i costumi di Jean-Pierre Ponnelle, è stata decisamente convincente. Stiamo parlando di una giovane compagnia di canto proveniente da tutte le parti del mondo  che si è perfezionata presso l’ Accademia del Teatro alla Scala e che ha mostrato una qualità interpretativa complessiva notevole sotto tutti i profili: da Yasu Nakajima, il Conte di Almaviva, a Simon Bailey, Don Bartolo,  a Natalia Gavrilan, Rosina, a Christian Senn, Figaro, a Deyan Vatchkov, Don Basilio, a Hanying Tso, Berta, a Davide Pelissero, Fiorello e a tutti gli altri. Le collaudate regia, scena e costumi di Ponnelle che dal 1969 hanno avuto alla Scala già otto annate di rappresentazioni, si sono perfettamente integrate con le caratteristiche e le qualità sia vocali che recitative dei giovani protagonisti. Ma quello che va sottolineato è l’eccellente unità interpretativa di tutti gli interpreti che anche nei difficili momenti vocali rossiniani sia solistici che di gruppo, sono sempre stati all’altezza della situazione. Si auspica, ma ne siamo certi, una grande affermazione a livello internazionale per la maggior parte di loro.   Ottima l’Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala ed eccellenti Vincent Scalera al fortepiano e Simone Groppo al violoncello nei bellissimi recitativi. Direzione garbata e raffinata di Mazzola. Successo di pubblico. 

Cesare Guzzardella    ce.guzz@tiscali.it

"Cenerentola e le principesse Disney" per la rassegna Musica & Cinema all’Auditorium di Milano 

 Il  concerto del 21 settembre, il quarto  per  la rassegna “Musica & Cinema”, ha avuto come tema la musica da film dei cartoni di Disney.  L’Orchestra Sinfonica di Milano G. Verdi  ha eseguito brani di compositori americani del Novecento legati al mondo di Disney.  Oliver Wallace, Paul Smith,  Frank Churchill, Jerry Goldsmith  ed il più giovane Alan Menken, nato nel 1949, sono stati ottimamente diretti da Giuseppe Grazioli (nella foto), direttore che ha avuto modo di ben valorizzare delle musiche che siamo soliti associare alle immagini cinematografiche e che invece mostrano piena autonomia in sede concertistica. Belli i brani proposti, che spaziavano dalla fine anni trenta con Biancaneve e i sette nani(1937) di Frank Churchill (1901-1942)  a Cinderella(1950) di Oliver Fallace(1887-1963) e Paul J. Smith (1906-1985), alle più recenti composizioni di Jerry Goldsmith (1929-2004), con la suite da Mulan ed il più giovane, nato nel 1949, Alan Menken del quale sono state eseguite ben cinque suite dalla Sirenetta, La bella e la bestia, Pocahontas, Alladin e il Gobbo di Notre Dame, tutte degli anni ’90. Inserito a metà serata il meraviglioso e splendidamente eseguito walzer di Cajkovskij dalla Suite op.66 "La bella addormentata", utilizzata nel film omonimo del 1959. Tutti bravi i compositori ed eccellenti orchestratori sia Jerry Goldsmith, autore di una sterminata produzione  cinematografica e purtroppo recentemente scomparso, che  Menken.  Questi dimostra di essere un raffinato musicista che scrive composizioni   che spaziano dalla melodie e i ritmi della migliore musica “leggera” sino  alla  più profonda tradizione sinfonica “colta” con una grande attenzione per la timbrica strumentale ed orchestrale. Successo di pubblico e presenza in sala di numerosi bambini. 

Cesare Guzzardella          ce.guzz@tiscali.it

Luis Bacalov con l’Orchestra Verdi all’Auditorium di L.go Malher 

 Lunedì 12 settembre per il secondo appuntamento della rassegna “Musica & Cinema” il pianista e compositore argentino Luis Bacalov ha tenuto un avvincente concerto con l’Orchestra Sinfonica G.Verdi di Milano. Il  programma, unitamente all’esecuzione di brani di Bacalov, prevedeva composizioni degli italiani Ennio Morricone, Riz Ortolani, Nino Rota e  degli argentini Carlos Gardel e Angel Gregorio Villoldo. Noto in Italia per la collaborazione con numerosi registi come Lattuada, Damiani, Scola, Pasolini ecc., Bacalov ha dimostrato di essere un musicista completo e colto. Dopo un bel Concerto grosso per violino, soprano ed archi del 1971 in stile italiano alla  Corelli , – a proposito di questa composizione ho ancora in mente l’interessante esperienza dei primi anni ’70 fatta dal gruppo pop  New Trolls che ha rielaborato questo concerto in chiave rock  ottenendo un grande successo discografico-   molto interessante e convincente è stata la  Baires 1 Suite per pianoforte, bandoneòn  ed archi scritta alla fine degli anni ’90. Nella Suite si riscontra l’influenza del tango argentino molto amato dal compositore stesso. Bacalov ha dimostrato al  pubblico  di essere anche un eccellente pianista, soprattutto nella raffinata esecuzione dei due brani degli argentini Gardel e Villoldo. Buone l’esecuzioni degli altri brani e ottime le interpretazioni del soprano Isabella Giorcelli, della violinista Eriko Tsuchihashi e di Juanio Mosalini al bandoneòn. Al termine, come bis, il noto e toccante tema dal film  “Il  Postino” e uno splendido Piazzolla. Successo di pubblico in una sala stranamente  non gremita.  

Cesare Guzzardella         ce.guzz@tiscali.it    

Un omaggio a John Williams dell’Orchestra Verdi per “Musica & Cinema” 

L’Orchestra Verdi diretta da Giuseppe Grazioli (nella foto), ha eseguito composizioni di John Williams, musicista nato a New York nel 1932 e famoso autore di importanti colonne sonore. L’ 8 settembre per la rassegna “Musica & Cinema”, abbiamo ascoltato, nella prima parte della serata,  le effervescenti  Raiders’ March da Indiana Jones Trilogy (1981-89) e  la Superman March  dal film Superman (1978) e quindi le emozionanti  melodie dei Tre pezzi per violino e orchestra (1993) da Schindler’s List. Queste ultime, tra le composizioni più belle e interessanti di Williams,  sono state interpretate  con intensa musicalità dal bravissimo Luca Santaniello, primo violino dell’Orchestra Verdi e  in questa occasione impegnato nell' avvincente  ruolo solistico.  La seconda parte della serata è stata aperta da Adventures on Earth da E.T. (1982)  per terminare quindi dalla Star Wars Symphonic Suite  (1977) dal film omonimo. Musica di grande effetto quella di Williams, ottimo musicista  ed eccellente orchestratore legato alla tradizione neoromantica soprattutto inglese, Elgar prima di tutti. Ottima la direzione di Giuseppe Grazioli.

Cesare Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it

Musica & Cinema  per l’ Orchestra  Verdi all’Auditorium di L.go Mahler

Era ora che si iniziasse a programmare una rassegna legata alle  colonne sonore. La musica nel cinema è quanto mai importante ed abbiamo  esempi  illustri di compositori che si sono dedicati al cinema, primo fra tutto S. Prokofiev. Ma anche i viventi non scherzano per la qualità musicale. In Italia tutti conoscono Ennio Morricone ma insieme a lui e soprattutto negli Stati Uniti, una serie di grandissimi musicisti hanno reso indimenticabili splendidi film. Merito dell’Auditorium di Milano la scelta della  prima rassegna musicale dal titolo  Musica & Cinema. La manifestazione prevede l’esecuzione di  brani legati ad importanti  film. Nel corso delle sei serate in programma, con inizio da giovedì 8 settembre, l’Orchestra Verdi diretta da musicisti come Giuseppe Grazioli, Luis Bacalov, Antonio Ballista ecc.    eseguirà composizioni di John Williams (nella foto), il più autorevole musicista statunitense per il cinema, di Luis Bacalov, noto soprattutto  per le splendide musiche del  Postino di Neruda, di Bernhard Herrmann ed altri. Sponsor principale della manifestazione è la  Swarovski Italia. I primi quattro dei complessivamente sei appuntamenti avranno luogo in settembre, mentre gli ultimi due si terranno nel gennaio 2006. Omaggio a John Williams è il titolo del primo appuntamento, giovedì 8 settembre 2005 alle ore 21.00, che offre un omaggio a uno dei più famosi compositori per il cinema americano, padre delle musiche immortali di Star Wars, E.T., Indiana Jones o, più recentemente, di Harry Potter e di La guerra dei mondi. Vincitore di cinque Academy Awards, 17 Grammys, tre Golden Globes, due Emmys e cinque BAFTA Awards della British Academy of Film and Television Arts, record di vendite discografiche, Williams è il compositore che si distingue maggiormente per l'uso spettacolare dell'orchestra sinfonica nelle sue colonne sonore. L’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi, diretta da Giuseppe Grazioli, propone nel corso del concerto alcune delle pagine più note dell’autore, come il celeberrimo Raiders’ March da Indiana Jones o la storica Symphonic Suite da Star Wars, ma anche brani tratti da Schindler’s List, con il violino solista di Luca Santaniello, violino di spalla dell’Orchestra Verdi.  

    Cesare Guzzardella        ce.guzz@tiscali.it

CINQUANTASEIESIMA EDIZIONE DEL FESTIVAL DI MENTONE 

 Nell’agosto scorso si è svolta la cinquantaseiesima edizione del Festival di Mentone sotto la direzione artistica del violinista francese Augustin Dumay e con il sostegno ed il supporto indispensabile ed imprescindibile di Radio France (che poi, tra l’altro, ritrasmette tutti i concerti in programma) . In apertura Daniel Harding (nella foto) alla testa della sua Mahler Chamber Orchestra in una delle partiture più amate e da tempo collaudate dalla giovane formazione sinfonica e dal direttore britannico ovvero la Quarta Sinfonia di Gustav Mahler. Tuttavia grazie all’unica ed insostituibile atmosfera del parvis della Basilica di Saint-Michel, che , come amava ripetere il compianto André Borocz (fondatore insieme a Thomas Erdos del Festival nel 1950), Sviatoslav Richter  definiva “una delle sette meraviglie del mondo”, scusandosi subito dopo dicendo che la frase non era sua, ci permettiamo di dire che questa esecuzione rimarrà sicuramente memorabile e non facilmente replicabile in una normale sala da concerto . La coordinazione e l’intesa tra direttore ed esecutori era come sempre perfetta,tutte le sezioni erano senza alcuna eccezione in splendida forma, ma   l’aria festiva e le condizioni atmosferiche hanno contribuito a determinare un particolare impeto e vigore nel primo movimento sorto soavemente dal nulla per poi smaterializzarsi progressivamente nei tempi successivi sino al finale paradisiaco dal “Knaben Wundehorn” “Wir geniessen die himmlischen Freuden”, solista la soprano scozzese Lisa Milne il cui timbro vocale caldo ed avvolgente era in questo caso veramente ideale, e lasciare,dopo i tempi scelti molto lenti e  ieratici, ed una lunghissima  pausa di silenzio,espressione della profonda emozione del pubblico, la voce al suono delle onde del mare che giungevano quella sera sino al sagrato della Basilica in un concerto che prevedeva unicamente l’esecuzione della partitura mahleriana, altro fatto molto raro ma estremamente indicativo ed appropriato . Il 4 agosto il grande pianista francese Jean-Philippe Collard si è esibito in un recital che preve deva dopo la prima parte  dedicata a Chopin, in un florilegio di Ballate , Notturni e Scherzi, la Sonata in si monore di Liszt affrontata con la consueta bravura , vigore ed estrema perizia tecnica .  A seguire una delle altre serate gioiello del Festival ovvero la nostra straordinaria soprano Sonia Prina ,che accompagnata dal preparatissimo e dinamicissimo Ensemble Matheus diretto da Jean-Christophe Spinosi ,con cui si è stabilita un’intesa perfetta, ha superato se stessa e le sue straordinarie capacità in un programma infuocato e di non facile esecuzione diviso tra Haendel (“Rinaldo” e “Giulio Cesare”) e Vivaldi . Il 9 agosto il Jerusalem Chamber Music Festival,  fondato da Elena Bashkirova, ha fatto tappa qui a Mentone con una formazione a fiati (ed il piano della stessa Bashkirova) in un programma che andava da Mozart a Beethoven, sino a Schumann .Una menzione speciale va al corno di Marie-Luise Neunecker ed al fagotto del solista dei Berliner Philharmoniker Daniele Damiano .  Le scintille proseguivano con la superba ed ineguagliabile Felicity Lott che ha voluto festeggiare gli oltre trent’anni di sodalizio con il pianista e storico accompagnatore Graham Johnson in un programma che solo la sua eleganza, intelligenza e finissimo humor potevano comporre , dal titolo già più che indicativo e programmatico ovvero “Fallen women and virtuos wiwes” . In un ordine totalmente al di fuori degli schemi si cominciava con il “Nanna’s Lied” di Kurt Weill-Bertold Brecht, per poi vagare tra Haydn , Mozart , Schumann, Brahms , Wolf, Richard Strauss, William Walton, Benjamin Britten, ritornare a Kurt Weill, comprendere un omaggio ai compositori francesi Roussel, Fauré, Duparc e l’immancabile “Dame de Monte-Carlo” di Francis Poulenc per arrivare ai memorabilmente interpretati Oscar Strauss (“Warum soll eine Frau kein Verhaeltnis haben?) e Reynaldo Hahn (“C’est très vilain d’etre infidèle), Murray Grand ed uno straordìnario ed inimitabile compositore oggi troppo poco eseguito ovvero l’inglese Noel Coward (nato nel 1899 nella periferia londinese e deceduto nel 1973, dove vi risiedeva dal 1958, a Montreux, definito da alcuni il Sacha Guitry inglese, grande amico di Vivian Leigh, Peter Ustinov e Graham Greene) di cui la nostra interprete ha scelto tre songs di cui ricorderemo in particolare lo scintillante “A bar on the Piccola Marina” . Una vera e propria lezione su come si può comporre un recital di canto che si è conclusa con altre due sorprese inaspettate ovvero “Gehen wir ins chambre separé” da “Der Opernball” di Richard Heuberger ed il purtroppo rarissimo da ascoltare “J’ai deux amants” da “L’Amour masqué” di André Messager, che solo la grandissima cantante britannica quanto a gestualità, recitazione e dizione sa interpretare in questo modo ed il cui testo straordinario di Sacha Guitry (appunto) dovrebbe essere forse imparato a memoria in modo da evitare l’inutile lettura e scrittura di manuali sulla seduzione e l’erotismo . Il 13 e 16 agosto si sono invece festeggiati gli ottanta anni del grandissimo pianista italiano Aldo Ciccolini (il cui compleanno cadeva esattamente il 15 agosto) che suonò per la prima volta al Festival di Mentone il 12 agosto 1958 accompagnando la memorabile Janine Micheau in Mozart e Debussy . Si è quindi voluto riprendere un tutto Mozart in due serate con la dinamicissima e preparatissima Orchestre de Chambre de Wallonie diretta dal giovane direttore italo-inglese Robin Tacciati , in parte con lo stesso Ciccolini al pianoforte e poi lasciando il posto ai suoi allievi Jean-Yves Thibaudet e Antonio Rosado, ricordati in pubblico con grande affetto, che si sono esibiti invece in pagine di Maurice Ravel . Il Festival si chiudeva poi con la violinista giapponese Midori ed il pianista Charles Abramovic in pagine che andavano da Mozart e Beethoven a Ravel e Tchaikovsky . Nella adiacente bellissima “Chapelle des Pénitents Blancs” si svolgeva invece un festival parallelo, ad ingresso libero e dedicato ai giovani virtuosi, in cui si sono esibiti , tra gli altri, Plamena Mangova, Alissa Margulis, la violista Lise Berthaud ma soprattutto il prodigio costituito dalla giovanissima pianista russa Polina Leschenko (di 24 anni), prima in un recital e poi con la violoncellista Natalie Clein, la cui tecnica può fare vibrare i polsi a qualsiasi star internazionale del piano, il cui suono ottenuto dallo strumento quasi si smaterializza in una trasmutazione aerea e che sicuramente col tempo vedremo sempre più sulle scene internazionali della ribalta.                                                           

                    Giacomo Di Vittorio                  

GIUGNO -  LUGLIO

Voci di eccellente qualità per la Cenerentola di Rossini  alla Scala 

E’ da quasi  due secoli – la prima rappresentazione è dell’agosto del 1817- che il Teatro alla Scala mette in scena questo  divertente e moralmente  serio “melodramma giocoso” in due atti, capolavoro di Gioachino  Rossini su libretto di Jacopo Ferretti dalla fiaba di Perrault . Da oltre trent’anni con la regia, le scene e i costumi di Jean-Pierre Ponnelle. Nella rappresentazione del 6 luglio di “La Cenerentola” abbiamo ascoltato un cast vocale eccellente. Insuperabile  Juan Diego Flórez, Don Ramiro: ha una voce elegante e raffinata, in perfetta sintonia con il serio ruolo principesco da lui sostenuto. Splendido il duetto Un  soave non so che,  condiviso con una intensamente rossiniana   Sonia Ganassi, Angelina (Cenerentola). La Ganassi (foto di Marco Brescia) ha il merito di aver interpretato la non facile parte con grande equilibrio vocale e con un timbro dolce e trasparente anche nei momenti  più virtuosistici: mirabile in  Una volta c'era un re e in  Nacqui all'affanno e al pianto.  Avvincenti le corpose e penetranti  voci di Simone Alaimo, Don Magnifico, Alessandro Corbelli, Dandini, e Michele Pertusi, Alidoro; scenicamente perfette e personaggi marcatamente da opera buffa, le sorelle  Carla di Censo, Clorinda e Larissa Schmidt, Tisbe.  L’orchestra del Teatro alla Scala è stata ottimamente diretta da Bruno Campanella e le parti corali   splendidamente curate da Bruno Casoni. Grandissimo successo di pubblico. Repliche fino al 21 luglio. 

Cesare Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it                   

Roberto Bolle e Marta Romagna nella Carmen di Amadeo Amodio 

Amedeo Amodio ha rivisitato la  Carmen, creata per l’Aterballetto nel 1995, in chiave più  moderna, con un prestigioso interprete quale Roberto Bolle, Don José, sulla scena con chiodo ed anfibi, ed un’eccellente,  sensuale e mediterranea Marta Romagna, Carmen(foto di Marco Brescia). La settima ed ultima rappresentazione del 30 giugno ha avuto uno straordinario successo di pubblico per le  splendide musiche di Bizet ben adattate da Giuseppe Calì – autore anche di personali momenti musicali sapientemente inseriti in partitura -   e  per  l’ottimo corpo di ballo della Scala che ha visto in scena oltre ai già citati protagonisti anche Raffaella Benaglia, Micaela, Fabio Saglibene, Escamillo,   Flavia Vallone e Gianni Ghisleni. Una Carmen che inizia dalla fine, la morte di lei, e che termina con una originalissima e simbolica scena dove si vede  Escamillo  che si veste da toreador davanti ad uno specchio. L’inatteso  finale è stato  avvincente  anche per la pregnante personale interpretazione musicale di Calì  e per l’adattamento scenico e i costumi, migliori nel versante tradizionale, di Luisa Spinatelli. Belle le luci di Cavallaro e bravissima la giovanissima Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala con l’ottimo direttore David Garforth.  

Cesare Guzzardella        ce.guzz@tiscali.it  

                 

Caetani dirige la “Verdi” nell’ultima sinfonia di Shostakovich 

Particolare la scelta del programma del 29 giugno dell’Orchestra Sinfonica di Milano G. Verdi e del direttore Oleg Caetani(nella foto): nella prima parte della serata abbiamo ascoltato  l’ ouverture dal Guglielmo Tell di Rossini e Starke Scheite dal Gotterdammerung di Wagner e nella seconda parte la lirica Sinfonia n°15 in La magg. op. 141  di Shostakovich. Nella prima parte, quindi,  due brani che il compositore russo cita nella sua ultima sinfonia del 1971. Dopo una colorita ouverture di Rossini ben interpretata dalla “Verdi” e dopo aver apprezzato  l’intensa e  profonda voce del soprano Larisa Shevchenko nella grande scena di Brunnhilde del wagneriano “Crepuscolo degli Dei”, abbiamo ascoltato una lirica e meno  impegnata sinfonia dell’ultimo Shostakovich. Il compositore russo, al termine della sua intensa attività, ha voluto lasciarci con una composizione dal carattere molto cameristico, nella quale oltre  l’impiego di molti strumenti solisti, vengono utilizzate numerose citazioni melodiche, dal Rossini del Guglielmo Tell al Wagner della Walkiria e del Crepuscolo,  ma si nota anche una simbolica presenza  di Musorgskij, Hindemith, e parzialmente dei dodecafonici. I momenti di pacato  divertimento musicale si alternano ad altri in cui emerge la profonda drammaturgia  di Shostakovich . Bravissimi tutti gli orchestrali - molto intensa la voce del primo violoncello ma anche quelle di molti altri solisti- ,  ottima la direzione di Caetani che oramai ci ha abituato ad un’interpretazione musicale, soprattutto della scuola  russa, di assai rilevante  spessore. Grande successo di pubblico. Si replica il 30 giugno. 

 Cesare Guzzardella       ce.guzz@tiscali.it                 

Splendido concerto della “Verdi” all’Auditorium con una giovanissima: Veronika Eberle 

È veramente brava questa diciassettenne violinista tedesca che, alle prese con un violino ricco di suono – un Gagliano del 1790 – ha eseguito il Concerto n°5 per violino e orchestra in La magg. K. 219 di W.A. Mozart . Ebbene, la Eberle,(nella foto con Kreizberg)  giovane ma decisamente matura virtuosa,  alle prese con questo non facile lavoro mozartiano, ha mostrato un grande equilibrio, un fraseggio delicato e intenso e un’intonazione perfetta sotto ogni profilo. Eccellenti le sonorità e ottima l’integrazione con la Verdi  diretta da un altro grande talento quale il russo, naturalizzato americano, Yacov Kreizberg. Ancora maggiori qualità sono emerse nello splendido bis di A. Ysaye. Nella seconda parte della serata del 23 giugno, abbiamo ascoltato la Sinfonia n°11 op. 103 in Sol min. di Dmitrij Sostakovic. L’orchestra Sinfonica di Milano G. Verdi si può considerare oramai una grande interprete di Sostakovic, avendo eseguito la maggior parte delle  sue sinfonie.  Kreizberg – direttore poco noto in Italia ma molto conosciuto all’estero - ha definito in modo esemplare e in ogni minimo dettaglio  questa tumultuosa composizione del 1957. Per circa un’ora, senza soluzione di continuità, abbiamo ascoltato i quattro movimenti vivendo musicalmente tutta la drammaticità della Rivoluzione del 1905. Ogni sezione orchestrale, dagli archi agli ottoni, ha suonato in modo intenso e senza mai un  cedimento, con  qualità timbriche molto elevate. L’intreccio dei differenti piani sonori è apparso particolarmente  definito con uno spessore dinamico, dal pianissimo al fortissimo, molto calibrato. Grandissimo successo di pubblico. 

Cesare Guzzardella    ce.guzz@tiscali.it  

Tre grandi coreografi del Ventesimo secolo: Balanchine, Kilian e Béjart 

Un “Novecento” importante per la coreografia del Ventesimo secolo  quello visto agli Arcimboldi per la Stagione scaligera 2004-2005, con tre grandi nomi: Balanchine, Kilian e Béjart. Diceva Balanchine che “la danza è un’interpretazione ulteriore della musica costruita su ciò che si ascolta e si sente ”. Ebbene, ascoltando la splendida musica di Cajkovskij, il Tema con variazioni dalla Suite n°3 per orchestra, effettivamente abbiamo sentito qualcosa di più mentre vedevamo la classica e aggraziata coreografia di Balanchine ottimamente interpretata dal corpo di ballo della Scala. Il senso di leggerezza, la simmetria gestuale e un'atmosfera luminosa ed essenziale hanno caratterizzato le 12 variazioni. Suono intenso e vellutato per il primo violino nell’accompagnare  i principali interpreti, Sophie Sarrote e Massimo Garon. Quello che hanno rappresentato Igor Stravinskij e i Balletti Russi per la danza moderna è noto.  La suggestiva coreografia (1978) del ceco  Jirì Kilian è stata  perfettamente costruita sulla  Symphony of Psalms  di Stravinskij ( foto di Marco Brescia). Grande interprete di musicisti ancora più vicini ai nostri tempi - come  Schonberg, Webern e Ives,  Cage, Reich e Luciano Berio  ( ricordiamo le coreografie  sui Folk Songs e la splendida vocalità di Cathy Berberian) - Kilian ha realizzato un balletto  che ruota attorno ad otto coppie di ballerini. Questi  riescono, in modo avvincente, a relazionarsi ed integrarsi  in quell' atmosfera austera e asciutta che è la caratteristica dominante della corale sinfonia stravinskiana. Bravi Lorella Ferraro, Massimo Dalla Mora, Lara Montanaro, Antonino Sutera e tutti gli altri. La serata è terminata con il “classico”  Le sacre du printemps di Stravinskij e le  notissime coreografie di Maurice Béjart  del 1959 . Queste sensuali, suggestive, luminose e   soprattutto intensamente  plastichearmonie motorie dei  ballerini sono state rese in modo esemplare da Béjart. Ottimi Gilda Gelati e Mick Zeni impegnati nella rappresentazione del 21 giugno, ma anche l’intero corpo di ballo di Frédéric Olivieri. Avvincente la direzione orchestrale di Vello Pahn. Successo di pubblico e ultima replica il 24 giugno. 

Cesare Guzzardella               ce.guzz@tiscali.it

 Il Teatro alla Scala torna alla lirica con la Bohème 

La Bohème di G. Puccini, con la regia e le scene di Franco Zeffirelli, è tornata alla Scala sotto la direzione di Rafael Fruhbeck de Burgos (nella foto). La  rappresentazione del 15 giugno è stata preceduta da un minuto di commosso silenzio in ricordo del grande M.tro Carlo Maria Giulini scomparso martedì 13 a 91 anni. Abbiamo rivisto lo splendido allestimento  di Zeffirelli, grande  regista e scenografo che  dal gennaio del 1963 ad oggi ha curato per ben 19 volte, per il Teatro alla Scala,  questo  capolavoro pucciniano. Ottimo il giovane cast  vocale che ha visto in palcoscenico  Roberto Aronica(nella foto) nella parte di Rodolfo, Svetla Vassileva(nella foto) in quella di Mimì, Fabio Capitanucci in Marcello, Daniela Bruera in Musetta, Massimo Cavalletti in Schaunard e Carlo Cigni in Colline. Tutte interessanti le voci ascoltate, ma in particolare  quelle della Vassileva che,  nel quarto quadro, ha messo in mostra le sue ottime qualità recitative oltre all’intensa vocalità, e del Capitanucci che ha dimostrato una forza vocale nitida ed   omogenea in tutti i registri utilizzati. La direzione di R. Fruhbeck de Burgos, direttore molto apprezzato e noto al pubblico milanese per le sue interpretazioni sinfoniche, è stata a volte troppo esuberante nella parte strumentale. I nitidi e intensi colori orchestrali, al limite dell’eccessivo “sinfonismo”, hanno  in qualche occasione coperto le parti vocali che sono così risultate in platea un po’ sbiadite. Sicuramente, nelle prossime repliche, con qualche aggiustamento in termine dinamico, si arriverà a risultati complessivi migliori.  Repliche il 17, 20, 22, 28, 30 giugno e il 2, 5, 7, 9, 13 e 19 luglio.  

Cesare  Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it         

Oleg Caetani dirige l’Otello agli Arcimboldi 

L’Otello è tornato a Milano per la  stagione d’Opera  del Teatro alla Scala nell’edizione del 7 dicembre 2001, con la regia di Graham Vick, le scene di Ezio Frigerio, i costumi di Franca Squarciapino e le luci di Matthew Richardson. Sul podio, in sostituzione di  Muti, troviamo Oleg Caetani, direttore molto apprezzato dal pubblico milanese dell’Auditorium e dell’Orchestra Verdi nelle interpretazioni  del ‘900 russo e soprattutto nelle sinfonie di Sostakovic. Ottima la  direzione di Otello del 31 maggio, opera che, dal punto di vista compositivo, presenta caratteristiche più “sinfoniche” rispetto agli antecedenti  melodrammi verdiani. Suoni marcatamente definiti in tutti i settori orchestrali con colori  più  scuri e tenebrosi che rendono questo  “dramma lirico” musicalmente avvincente. La validità della regia, delle bronzee scene e degli  splendidi costumi, non è stata  accompagnata da una grande “recitazione” dei protagonisti. Domingo, Otello nella stagione 2001-2002, era ben altro in espressività e movenze sceniche. Il cast vocale ha trovato due splendide voci  in Daniela Dessì(nella foto), Desdemona, con momenti di grande spessore lirico soprattutto nel quarto atto, e in Francesco Meli, bellissima giovane voce di Cassio. Leo Nucci, il migliore “attore” in scena, pur avendo quel bel timbro vocale al quale siamo affezionati, non è stato lo Jago del 2001;  Otello, nella più che valida interpretazione di Clifton Forbis, alterna momenti vocali qualitativamente avvincenti ad altri di minor spessore. Brave le altre voci e ottimo il coro di Casoni. Un ultimo elemento critico non mette in causa i protagonisti, ma si riferisce al notevole squilibrio sonoro tra il piano “orchestrale”, complessivamente di maggiore intensità acustica, e quello “vocale”, con voci di bassa intensità musicale. Le voci invece di giungere sempre limpide in platea restano talvolta come confinate sul palcoscenico.  Siamo sicuri della buona acustica degli Arcimboldi per quanto riguarda il melodramma? Ancora tre repliche: il 3, il 6 e l’8 giugno.  

Cesare Guzzardella       ce.guzz@tiscali.it                        

MAGGIO

Un avvincente Beethoven per Gustav Kuhn e la Filarmonica del Conservatorio 

Venerdì 27 maggio è terminata la Stagione  2004-2005 dell’Orchestra Filarmonica del Conservatorio milanese con un concerto sinfonico diretto da G. Kuhn. Nella prima parte della serata abbiamo ascoltato in prima assoluta Chanto per orchestra (2004), del venticinquenne Matteo Franceschini e quindi un lavoro di Bruno Maderna del 1971, la  Juilliard Serenade. In Chanto è interessante il rapporto lirico delle voci soliste all’interno della massa orchestrale caratterizzata da una marcata dimensione ritmico-coloristica che accentua lo stato complessivo  di tensione emotiva. La Jilliard Serenade  presenta invece elementi musicali particolarmente strutturati che richiedono un’attenta e scrupolosa esecuzione, in alternanza a situazioni sonore di tipo aleatorio. Kuhn ha voluto caratterizzare questo elemento “aleatorio”, utilizzando anche il pubblico presente in sala nella  scansione della parola  “ri-pe-t-i-zio-ne”,  con accenti e andamenti differenti. Ma è con l’interpretazione della Settima sinfonia op.92 di L.van Beethoven,  che la giovane Orchestra Filarmonica del Conservatorio ha dimostrato di possedere ottime qualità interpretative. La direzione di Kuhn  è stata avvincente e addirittura esemplare nel gioioso movimento finale. I progressi fatti dall’orchestra in questi ultimi  anni, dovuti soprattutto al rilevante lavoro  del direttore principale Kuhn, la rendono oramai una realtà musicale che dovrebbe uscire dai “confini interpretativi” del Conservatorio. Successo di pubblico. 

Cesare Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it             

Freddy Kempf: un grande talento per le “Serate Musicali” 

Ventottenne, londinese, Freddy Kempf è sicuramente un vero talento pianistico. Il terzo premio al Concorso Ciaikowski di Mosca, nel 1998, portò a decise  proteste di pubblico e di critica per l’ingenerosità dell’attribuzione. Ascoltando Kempf in Sala Verdi, il 23 maggio, nell’impegnativo programma da lui scelto, ci si rende immediatamente conto del valore di questo artista, che unisce  alla raffinata tecnica la più importante unicità della qualità interpretativa. Nella prima parte del concerto ha eseguito la Sonata op. 110  in la bem. magg. di L.van Beethoven e quindi la Ballata n°1 in sol min. op.23 di F. Chopin. Riflessiva, delicata e analitica la Sonata, profondamente espressiva e dinamicamente perfetta la Ballata, ma, quello che conta di più, diversa dalle  interpretazioni dei grandi pianisti oramai entrati  nella storia. Nell’impegnativa  seconda parte del concerto, abbiamo ascoltato Liszt nell’Après une lecture de Dante, e nell’ Isoldes Liebestod dal “Tristano e Isotta” di Wagner,  poi Busoni-Wagner  in   Trauermarsch da “Gotterdammerrung”  e Liszt-Verdi nella più nota Parafrasi sul Rigoletto. Nell’eseguire questi brani,  Kempf ha superato se stesso riducendo  il virtuosismo trascendentale di Liszt e di Busoni a puro semplice materiale da interpretare con   espressività, ponendo l’attenzione soprattutto sulla qualità del  suono-colore: percussivo, leggero e cristallino. Nelle difficili trasposizioni pianistiche dei brani di Wagner ci siamo trovati spesso di fronte ad un vera orchestra. Al termine del programma, dopo lunghi applausi accolti con un sorriso davvero spontaneo,  Kempf, in apparenza per nulla stanco,  ha proposto due meravigliosi bis: l’Allegro finale dall’ “Appassionata” di Beethoven  e uno studio di Chopin. E’ incredibile come in Italia questo eccellente pianista non abbia ancora la grande popolarità che merita.  

Cesare Guzzardella       ce.guzz@tiscali.it 

Un esemplare Semyon Bychkov per l’Elektra agli Arcimboldi 

L’Elektra di Richard Strauss è tornata a Milano per la Stagione d’ Opera 2004-2005 del Teatro alla Scala  con la direzione di Semyon Bychkov e l’allestimento Ronconi-Aulenti-Buzzi del 1994. L’opera in un unico  atto di Strauss con i testi di Hofmannsthal è stata rappresentata per la prima volta nel 1909 e la  si può considerare come una delle massime realizzazioni dell’espressionismo musicale tedesco. In essa Strauss porta ai livelli più alti il cromatismo orchestrale e in più momenti si riscontra anche la tendenza “atonale” che sarà  tipica della Seconda Scuola viennese. Esemplare la direzione di Bychkov nel dare significato ai taglienti colori di questo “poema sinfonico con voci”. Le sconvolgenti sonorità orchestrali - e qui un plauso va sicuramente a tutti gli eccellenti professori d’orchestra - hanno delineato in modo marcato i protagonisti soprattutto femminili di quest’opera. Tra le voci, ha primeggiato Deborah Polaski(nella foto) nella parte di Elettra, con timbro di eccelsa qualità nei toni più alti mentre nei registri medi, a volte, si è riscontrata una carenza di volume sonoro che ha impedito un buon equilibrio con la massa orchestrale. Più che valido il cast delle voci: Mette Ejsing in Clitennestra, Anne Schwanewilms in Crisotemide, Robert Brubaker in Egisto e Alfred Walker in Oreste. Buona, ma non particolarmente avvincente la regia, mentre è accettabile l’essenzialità scenografica dell’Aulenti ( a parte la  pessima cornice dei quarti di bue nel fondo di una  scena) Bene i costumi ma non sono accettabili quei finti seni. Successo di pubblico Repliche fino al 30 maggio 

20 maggio, Cesare Guzzardella        ce.guzz@tiscali.it                

Presentata la Stagione 2005-2006 della Società del Quartetto 

Presso la Società del Giardino, il 17 maggio è stata presentata la nuova Stagione del “Quartetto”. Il nuovo Presidente Francesco Cesarini, da pochi mesi succeduto a Guido Rossi, il Vice-presidente Antonio Magnocavallo, il nuovo direttore artistico Harvey Sachs ,  il Presidente del Conservatorio Francesco Micheli e il filosofo Carlo Sini, sono intervenuti per presentare i concerti e gli artisti in programma e per riflettere sul tema che sarà  il soggetto della nuova stagione musicale: Il tempo. Tra i grandi pianisti presenti dall’ottobre 2005 ricordiamo Zacharias, Brendel, Hewitt, Schiff, Fleisher, Uchida e Biss, oltre  alle numerose formazioni cameristiche e orchestrali. Per maggiori informazioni si può visitare il sito www.quartettomilano.it 

la redazione        ce.guzz@tiscali.it      

La pianista canadese Angela Hewitt  per le Serate Musicali 

La pianista canadese Angela Hewitt  ha suonato nella Sala Verdi del Conservatorio milanese per le Serate Musicali. La Hewitt viene oggi considerata una delle migliori pianiste del repertorio Barocco.  Di Bach ha recentemente terminato l’integrale pianistica. Il 16 maggio ha ottimamente interpretato J.S.Bach eseguendo nella prima  parte del concerto  la Fantasia Cromatica e Fuga  in re min. BWV 903 e quindi l’Ouverture in Stile Francese in si min. BWV 831.  La sbalorditiva padronanza tecnica è stata accompagnata da una grande capacità di riflessione interpretativa con sonorità trasparenti e linee melodico-armoniche ben delineate. Nella seconda parte della serata  abbiamo ascoltato la Sonatina (1905) di Ravel  e quindi la  Sonata in si minore di Liszt. Successo di pubblico. Ricordiamo che la Hewitt trascorre una gran parte dei mesi estivi in Umbria e qui ha fondato il Trasimeno Music Festival. Questa manifestazione  avrà luogo per la prima volta tra il 2 e l’8 luglio al Castello dei Cavalieri di Malta di Magione e  sul palco vedremo  oltre che la nota pianista anche numerosi  ottimi musicisti. Per maggiori informazioni è possibile consultare il sito www.greencenter.it 

Cesare Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it

Un grande Yuri Temirkanov alla Scala per il “Progetto Itaca”

 Grande serata quella del 15 maggio con l’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo diretta da Yuri Temirkanov. Il Concerto Straordinario, riservato all’Associazione di volontari  “Progetto Itaca”( in collaborazione per l’organizzazione della serata, con le “Serate Musicali"), servirà a finanziare l’attività della  prima Clubhouse italiana, il  Club Itaca, che verrà inaugurata alla fine dell’anno a Milano. Scopo dell’attività di volontariato è principalmente quella di individuare e gestire situazioni ad alto rischio di psicosi mentale. Per approfondimenti potete visitare il sito www.progettoitaca.org . Un programma interamente dedicato  alla musica di Cajkovskij, è stato mirabilmente interpretato  dall’Orchestra di San Pietroburgo e dal suo direttore stabile Temirkanov. Nella prima parte della serata abbiamo ascoltato l’atto secondo dallo Schiaccianoci op.71. Colori pastosi e raffinati quelli dell’orchestra nell’eseguire i momenti musicali più celebri di queste notissime musiche: dalla Danza Araba a quella Cinese, dalla Danza delle Fate al Valzer dei fiori. Splendida e  misurata la direzione del grande direttore che nel 1988 successe al glorioso Mravinskij in quella che è  considerata ancora oggi tra le più prestigiose orchestre al mondo. Straordinaria, dopo l’intervallo, l’esecuzione  della Quarta Sinfonia in fa minore  op.36.  Perfetto l’equilibrio dinamico ed espressivo tra i diversi settori orchestrali e i numerosi  solisti. Il grande direttore, già ascoltato recentemente nella Dama di Picche, ha superato se stesso nello scultoreo bis di Prokofiev dal Romeo e Giulietta. Grande successo di pubblico. 

 Cesare Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it 

Inaugurata la mostra Miti Greci e Dramma Antico alla Scala 

Il 12 maggio è stata inaugurata presso il Museo del Teatro alla Scala, alla presenza del Ministero greco degli Affari Esteri, di  Renato Garavaglia, direttore del Museo e di Spyros Mercouris, ideatore e organizzatore dell’evento,  l’interessante mostra “Miti Greci e Dramma Antico alla Scala”. L’idea di questo elegante allestimento è stata di Spyros Mercouris, fratello della grande  Melina, e la mostra nasce sotto gli auspici del Consiglio d’Europa e del Ministero greco della Cultura. Lo scopo dell’iniziativa è quello di testimoniare la ricca relazione avuta nei secoli  tra la lontana Tragedia Greca e il mondo della musica  operistica del  passato e del presente. Una ricca  testimonianze di immagine fotografiche ma soprattutto una numerosa quantità di maschere e di costumi impiegati  nelle rappresentazioni liriche del Teatro alla Scala e dei più importanti teatri greci rendono questa mostra particolarmente rilevante e consigliabile a tutti coloro che hanno interesse in ambito lirico, teatrale e non solo. Molto ben fatta la pubblicazione uscita in occasione della mostra e curata da Spyros Mercouris.

Cesare Guzzardella        ce.guzz@tiscali.it         

Musica contemporanea con i “Sentieri selvaggi” 

Il 9 maggio, al Teatro Dal Verme per la rassegna musicale denominata  Parole, il gruppo di musica contemporanea “Sentieri Selvaggi” diretto da Carlo Boccadoro, ha  eseguito quattro brani di autori contemporanei: Dai calanchi di Sabbiuno di Fabio Vacchi, Different trains di Steve Reich, Wichita Vortex Sutra di Philip Glass e Cinque lettere di Aldo Moro (Prima assoluta) di Filippo Del Corno. Il gruppo di musicisti  “Sentieri Selvaggi” (nella foto) è stato  fondato nel 1997 da Filippo del Corno, Carlo Boccadoro e Angelo Miotto con lo scopo di   diffondere e anche creare musica contemporanea. Nel concerto milanese del Dal Verme sono stati accostati due autori italiani, e tra questi il noto  compositore bolognese Fabio Vacchi, a due statunitensi, il primo dei quali, Reich, nato nel 1935,  si può considerare il fondatore di quella corrente definita “minimalista” che avrà anche in Glass un autore fecondo. Dopo la breve ma intensa versione cameristica del brano di  Vacchi, abbiamo ascoltato  Different trains (1988) di Reich. Interessante l’interpretazione del  quartetto d’archi sulla base registrata di voce ed archi. La voce penetrante di Moni Ovadia ha quindi scandito il brano di Philip Glass nella lettura dei  testi di Allen Ginsberg  e quindi al termine del concerto, di Filippo Del Corno,  in prima esecuzione assoluta, abbiamo ascoltato  Cinque lettere di Aldo Moro, tratte dalla sua opera Non guardate al domani.  Ottima e decisamente valida  l’interpretazione  del baritono Roberto Abbondanza nella lettura delle cinque tra le più importanti lettere che Aldo Moro scrisse ai familiari ed agli amici di partito durante i lunghi giorni di  prigionia. Interessante sottolineare come la realizzazione di questa composizione sia legata ad un’attenta riflessione sulle parole scritte da Aldo Moro, e in questo Filippo Del Corno è stato sicuramente convincente. Per maggiori informazioni sul concerto e sulle composizioni si può consultare il sito www.sentieriselvaggi.org 

Cesare Guzzardella       ce.guzz@tiscali.it

Una giornata da ricordare per l’Orchestra Sinfonica di Milano G.Verdi

 Una giornata da ricordare, quella di venerdì 6 maggio, per il M°tro Chailly e per l’Orchestra Sinfonica di Milano G. Verdi.In mattinata, allo Spazio Auditorium, davanti ad un affollatissimo pubblico di giornalisti, abbonati e amanti della musica, Riccardo Chailly   ha presentato la Stagione 2005-2006 ed ha annunciato che lascerà l’incarico di Direttore Musicale della “Verdi” per i sopraggiunti  impegni derivanti dalla direzione della Gewandhaus di Lipsia. Rimarrà comunque Direttore Onorario, l’incarico che aveva il grande Berio. Il Maestro inaugurerà comunque a fine settembre la nuova  ricca Stagione musicale con la Sesta Sinfonia di Mahler e tornerà almeno una volta ad aprile 2006 per dirigere  la “Verdi” con musiche di Schumann e di Beethoven. Alla sera abbiamo assistito all’ultimo concerto sinfonico della Stagione (domenica, seconda e ultima replica) che ha visto, nella prima parte della serata, la monumentale Sinfonia n°1 in Do min. op.68 di Johannes Brahms, lavoro maturo del grande compositore che trova ispirazione dalla grandiosa Nona Sinfonia di L.v.Beethoven.  Dopo l’intervallo, abbiamo ascoltato la breve ma incisiva Ouverture da “Le Creature di Prometeo” di Beethoven e il ridondante e spettacolare  Poema dell’estasi op.54 di Skrjabin. Splendida direzione quella di Chailly e bravissimi gli orchestrali in tutte le sezioni, sia nella nota Sinfonia brahmsiana che nel poco eseguito, ma molto affascinante, Poema di Skrjabin. Peccato che Chailly, dopo sei anni di assidua direzione musicale, che ha portato alla formazione di un’eccellente orchestra,  debba ora lasciare l’incarico.   

Cesare Guzzardella            ce.guzz@tiscali.it

APRILE

Musica Sacra per Romano Gandolfi e l’Orchestra  e il Coro G. Verdi 

All’Auditorium di L. Mahler il 28 e il 29 aprile (ultima replica domenica, primo maggio) si è tenuto un concerto Sinfonico-corale con musiche di Luciano Chailly, Schonberg, Szymanowski e Mozart.  Alla direzione dell’Orchestra Sinfonica e del Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi, Romano Gandolfi. Di Luciano Chailly (1920-2002), padre di Riccardo, direttore principale e musicale dell’Orchestra Verdi, abbiamo ascoltato il Te Deum, per coro misto a quattro voci e orchestra, opera intensamente religiosa del 2001. In questo recente lavoro, ottimamente diretto da Gandolfi, è interessante notare l’influsso verdiano e l’utilizzo della scala enigmatica ( do, re bem., mi, fa dies., sol dies. , la dies.  si, do e  con il fa naturale discendente) utilizzata per la prima volta  da Adolfo Crescentini alla fine dell’800 e quindi da G.Verdi nell’Ave Maria. Dopo il brevissimo ma straordinario, per efficacia timbrico-corale, Interludio per coro e orchestra  dal Moses und Aron  di Arnold Schonberg, abbiamo ascoltato una  composizione poco nota e raramente eseguita in Italia del polacco Karol Szymanowski (1882-1937), lo Stabat Mater op.53, per soli coro e orchestra . Lo Stabat Mater,  opera molto conosciuta in Polonia e considerato uno dei massimi capolavori del musicista, è costruito su testi attribuiti a Jacopone da Todi. Composizione formalmente impeccabile, particolarmente espressiva, con impasti timbrici orchestrali e corali avvincenti, dimostra  influenze della tradizione tedesca. Nella seconda parte della serata abbiamo ascoltato il  Requiem k.626 di W.A.Mozart. Impeccabile, come sempre, la direzione corale  di Gandolfi e ottima quella orchestrale; bravissime le   voci soliste   tra le quali ricordiamo il soprano Liesl Odenweller, il tenore  Roberto Iuliano e il basso Petri Lindroos. Grande successo di pubblico. 

Cesare Guzzardella     ce.guzz@tiscali.it

Colori a tinte forti per Antonio Marquez 

Antonio Marquez   è al Teatro Nuovo di Milano  dal 26 aprile fino a metà maggio in sue coreografie  nel  “El Sombrero de tres  picos” (Il cappello a tre punte)   di Manuel de Falla e nella ancor più nota composizione di Ravel  Bolero”. La Compagnia di Danza è il nome del corpo di ballo fondato da Marquez nel 1995. La “Prima” del 26 aprile ha avuto un grandissimo successo di pubblico. Nella prima parte della serata le coloratissime e taglienti musiche di De Falla, con le quali si inaugurò la riapertura del Teatro Real di Madrid nel 1997, sono state interpretate da Marquez e dalla sua compagnia in modo avvincente sotto ogni profilo. Le coloratissime coreografie del celebre ballerino di Siviglia sono state perfettamente costruite nelle strutture ritmiche e armoniche del balletto scritto da De Falla nel 1919, tanto da formare un tutt’uno artistico che ha pochi precedenti. Interessanti sia i costumi  di Roger Salas che le parti mimiche  derivanti in modo sostanziale dalla commedia dell’arte francese e italiana. La penetrante carica sensuale del flamenco spagnolo ha caratterizzato in modo indelebile i personaggi del balletto tra i quali oltre che Antonio Marquez anche la splendida ballerina protagonista, senza dimenticare tutti gli altri eccellenti ballerini.. Nella seconda parte della serata il Bolero di Ravel è stato ottimamente    interpretato da Marquez e dalla compagnia in una coreografia più moderna e creativa, anche se con livelli di sinergia musico-coreografica forse minori. Splendido il finale di questo balletto. Eccellenti i momenti extra  di flamenco con le più folcloristiche chitarre e voci.

Cesare Guzzardella                 ce.guzz@tiscali.it

Gustav Kuhn dirige la Filarmonica del Conservatorio milanese per il 60°della Liberazione 

Per ricordare il sessantesimo anniversario della liberazione dalla dittatura nazi-fascista, il Conservatorio di Milano ha organizzato un lungo pomeriggio musicale nel quale l’ Orchestra  Filarmonica del Conservatorio  diretta da Gustav Kuhn ha eseguito composizioni di Ghedini e Beethoven. Prima del concerto il Presidente dell’importante Istituzione musicale, Francesco Micheli(nella foto con Ovadia), e il Direttore Leonardo Taschera, hanno salutato il pubblico presente in sala,  sottolineando l’importanza della commemorazione  e quindi Moni Ovadia ha letto alcuni scritti di Padre Davide Maria Turoldo sulla Resistenza. E’ intervenuto poi il Presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati  e quindi Tino Casali, Presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia che ha   premiato alcuni studenti del  Liceo Carducci per il percorso di studi effettuati sulla  Resistenza.  Il concerto  ha visto nella prima parte l’esecuzione del Concerto funebre per Duccio Galimberti ( medaglia d’oro alla Resistenza, ucciso dai fascisti nel 1944) composto da G.F. Ghedini nel 1948. Ottima la direzione di Kuhn in questa intensa ed emotiva composizione del M.tro piemontese e brave le quattro voci soliste (tra queste ricordiamo almeno il tenore Marco Voleri). Il programma è proseguito con un’ottima esecuzione della Sinfonia n°3 in mib. Magg. op.55 “Eroica” di L.v. Beethoven. La Filarmonica del Conservatorio, che ricordiamo essere composta soprattutto da giovanissimi musicisti, alcuni addirittura neodiplomati, ha dimostrato, sotto la guida del M.tro austriaco Kuhn di fare progressi davvero sorprendenti. Interpretazione avvincente sotto ogni profilo. Grande successo di pubblico.  

Cesare Guzzardella        ce.guzz@tiscali.it

La Royal Chamber Orchestra al Teatro Dal Verme 

E’ arrivata in Italia la Royal Chamber Orchestra di Tokyo diretta da Shunsaku Tsutsumi. In occasione dell’Anno dell’Amicizia tra Unione Europea e Giappone, al Teatro Dal Verme per le “Serate Musicali” abbiamo ascoltato il 22 aprile un concerto che prevedeva l’esecuzione di musiche di Mozart,  Saint-Saens e Beethoven. Dopo l’Ouverture dal Don Giovanni di Mozart, ben diretta da Tsutsumi,  l’ottimo violinista napoletano Fabrizio von Arx (nella foto) ha in modo convincente, interpretato  due classici per violino e orchestra di Camille Saint-Saens: Havanaise op.83 e Introduzione e Rondò capriccioso op.28. Il suono morbido e delicato del violino, con un fraseggio che ricorda molto la scuola vocale e strumentale napoletana, è stato ben accompagnato dalla giovanile  orchestra. Abbiamo notato in questa formazione  fondata da Tsutsumi nel 1993, la maggiore, numericamente, componente femminile. Spesso l’orchestra annovera tra i suoi strumentisti anche alcuni membri della famiglia Imperiale giapponese. Nella seconda parte della serata una buona esecuzione della   Sinfonia n°7 op.92 di L.v. Beethoven.  Successo di pubblico e un ottimo bis di A. Corelli. 

Ccesare Guzzardella       ce.guzz@tiscali.it

Mozartando al Teatro Manzoni 

Si è conclusa giovedì 21 aprile la serie prevista di cinque spettacoli interpretati dagli allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia del Teatro alla Scala, in omaggio alla celebre danzatrice russa Maja Plisetzkaja, oggi ottantenne, che fu prima ballerina del Bolscioi, coreografa e direttrice del balletto dell’Opera di Roma. Chi si aspettava una sorta di “saggio” della scuola di danza è rimasto piacevolmente sorpreso: a parte il primo balletto, La Sbarra, con i ballerini più giovani, su musiche di Mozart, che poteva in effetti esserlo – e comunque è stato davvero un “saggio” di bravura da parte dei piccoli protagonisti – gli allievi si sono impegnati in eccellenti balletti dall’ottima coreografia, che hanno visto l’alternanza di parti solistiche e momenti di gruppo, su arrangiamenti musicali basati soprattutto su Mozart. Suggestivo e originale il mixage musicale di Barbara Cocconi, che ha creato un’atmosfera arabeggiante usando canti popolari magrebini per il balletto “moderno” Giallo ‘700 – Genio, furto e follia. La Suite dal balletto Raymonda, su musica di Glazunov, (1898, San Pietroburgo), che fa parte del repertorio tardo-romantico del coreografo Marius Petipa, ha suscitato numerosi applausi e consensi nel pubblico: gli allievi degli ultimi anni hanno dimostrato sicure doti di ballerini, e di alcuni di loro sentiremo senz’altro parlare nei prossimi anni. Ricordiamo che la Scuola può annoverare tra i suoi ex allievi Carla Fracci, Luciana Savignano, Oriella Dorella, e tra i ballerini contemporanei Sabrina Brazzo, Gilda Gelati, Roberto Bolle, solo per citare qualche nome.  

      A.B.         ce.guzz@tiscali.it

Schiff alle “Serate Musicali” per un tutto Beethoven 

Lunedì 18 aprile,  Andras Schiff è tornato nella Sala Verdi del Conservatorio milanese per eseguire quattro  sonate di L.v.Beethoven, le ultime del primo ciclo e cioè: l’op.26, l’op 27 n°1 “Quasi una fantasia”, l’op. 27 n°2, nota come Al chiaro di luna ed infine l’op. 28 “Pastorale”.  Il  pianista ungherese è intenzionato a portare a termine tutto il ciclo delle sonate beethoveniane. Pianista molto morbido, preciso e aggraziato, Schiff ha dimostrato di dominare  la non facile tecnica pianistica di Beethoven, eseguendo ottimamente, ma non in modo eccelso, le quattro sonate. Quella  grazia e quella morbidezza   non sempre  sono di Beethoven. Il  Maestro tedesco merita, a mio avviso, un approccio pianistico più intensamente conflittuale  e meno manieristico di quello a noi proposto. Sicuramente Schiff, in molti fraseggi e  soprattutto nella Sonata “Pastorale”, ha mostrato indubbie  qualità. Ma troppo pedale e troppa rapidità nelle sublimi prime note del “Chiaro di Luna”. Probabilmente, la sensibilità di Schiff è molto più vicina a Bach, a Scarlatti -dei quali è eccellente interprete- e forse a  Mozart che non a Beethoven.  Sala stracolma e successo di pubblico. Nessun bis. 

Cesare Guzzardella     ce.guzz@tiscali.it

Antonio Ballista alla Badia di Ganna 

Nella suggestiva cornice dell’antica Badia di S.Gemolo a Ganna (Varese), domenica 17 aprile, sono risuonate le note del pianoforte di Antonio Ballista,  spesso ascoltato in coppia con Bruno Canino: per la rassegna “Musica in transito” ha presentato un concerto dal titolo “Scott Joplin e gli altri”. Ballista ha infatti il merito di essere stato uno dei pochi ad introdurre in Italia, negli anni ’80, il ragtime, di cui Joplin può essere considerato il maggior esponente, anche se le sue musiche furono scoperte e divulgate quasi per caso. Il ragtime, termine che allude al particolare tempo sincopato e alla discrasia della mano destra con la sinistra, deve essere suonato così come è scritto sullo spartito, a differenza del jazz, che comporta improvvisazioni: e Ballista ha sottolineato più volte questo aspetto, commentando i pezzi scelti e guidando il pubblico all’ascolto. L’interpretazione dei brani di Joplin è stata avvincente e Ballista ha dimostrato un’eleganza ed una raffinatezza di tocco unica in questo genere musicale da lui – e da pochi altri-  generosamente nobilitato a musica “colta”. Dai più celebri The enterteiner del 1902 e Maple leaf rag del 1899,  a Peacherine Rag (1901), Stop time (1910), Swipesj (1900), Magnetic rag (1914) e Solace (1899).  Quindi  ha eseguito  brani di quelli che si possono considerare gli epigoni di Joplin e cioè  James Scott con  Grace and beauty  (1909), Artie Matthews con l’avvincente  Pastime n°4 (1920) e il grande Jelly Roll Morton con  Grandpa’s spells (1923). Infine  ha sottolineato l’influenza del rag-time  sulla musica colta eseguendo in modo suadente Golliwagg’s cake-walki di C. Debussy,  Piano Rag Music di I. Stravinskij, e Ragtime di  P. Hindemith. Anche alcuni sommi compositori europei  si sono dunque interessati a questa musica che ricorda  i saloon del far-west americano, dove campeggiava il cartello “Non sparate sul pianista”. E’ una musica, ricorda Ballista, solo apparentemente “allegra”: in realtà cela un profondo disagio,  quello dell’uomo a cavallo del secolo, che vede avanzare le macchine, i treni, i veicoli a motore, il progresso, insomma, che muta i suoi tempi e i suoi equilibri e crea angoscia e inquietudine. Il bis, a grande richiesta di un pubblico attento e interessato, è stato  il divertente Un petit voyage de plaisir di Gioacchino Rossini: una sorta di “scherzo” musicale  ispirato ad un suo viaggio in treno. Grandi applausi. Per informazioni sulle manifestazioni culturali dell’Associazione Amici della Badia di San Gemolo in Ganna, tutte ad ingresso libero: www.badiadiganna.it ,   info@badiadiganna.it

    Cesare  Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it

Splendida direzione per un giovane interprete: Vladimir Jurowski 

Il giovane  Vladimir Jurowski ha diretto l’Orchestra Sinfonica di Milano G. Verdi in un programma completamente russo. Nella prima parte della serata abbiamo ascoltato una selezione della Suite dal balletto  da  Le vele scarlatte  di Vladimir Jurowski  sr.(1915 –1972), nonno del direttore  e apprezzato compositore  attivo a  Mosca negli anni ‘40-‘50 ’60, e quindi il Concerto per pianoforte ed archi  di Alfred Schnittke ( 1934- 1998). La seconda parte della serata è stata interamente dedicata ad una delle maggiori  composizioni di Cajkovskij,  la Sinfonia n°6 in si min. op.74 “Patetica”. La Suite dal balletto da Le vele scarlatte è stata una delle composizioni più eseguite al Teatro Bolshoi di Mosca dal 30 dicembre 1942, giorno della sua prima esecuzione. Il successo di pubblico  e di critica fu tale da indurre il compositore alla realizzazione di ben 6 differenti suite orchestrali dello stesso balletto e l’opera rimase in cartellone per oltre 14 anni. I riferimenti stilistici della  ben costruita suite di Jurowski sono molteplici: dal più romantico Cajkovskij    al più neoclassico  Prokof’ev,  ma anche Ravel e Dedussy. Jurowski junior nei  quattro movimenti scelti- marcia, scena, nella grotta e finale -  ha dato un'interpretazione avvincente, all’insegna dell’equilibrio formale. Ottima l’esecuzione pianistica di Boris Petrushansky nel non facile e a volte  volutamente dissonante, Concerto per pianoforte  e archi  di Schnittke. Autore decisamente affermato e molto eseguito nel circuito milanese e in Italia, Schnittke, nell’unico movimento di questa composizione del 1979, dimostra ancora una volta la sua personale e particolare cifra stilistica che spazia dai  semplici ma intensi  lirismi sino ai  forti contrasti politonali e timbrici  drammaticamente  caratterizzanti questo lavoro. Ma è soprattutto nella notissima Patetica di Cajkovskij che Jurowski  dimostrata di possedere splendide qualità direttoriali. Gesti eleganti  e precisi hanno messo in risalto le indubbie qualità di tutte le sezioni orchestrali  della Sinfonica G. Verdi ( eccellenti le morbide sonorità dei violoncelli e molto equilibrata la sezione degli ottoni). Un’interpretazione analitica,  molto intensa e luminosa nelle sonorità, hanno portato ad un entusiastico successo di pubblico. Ultima replica, domenica 17 aprile.

Cesare Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it

GISELLE ALLA SCALA 

Per la stagione dei balletti 2004-2005 è stato portato sul palcoscenico della Scala uno dei capolavori romantici più noti e apprezzati dal pubblico: Giselle. La musica del francese Adolphe Adam, composta nel 1841, ha accompagnato i passi leggeri della sfortunata fanciulla, interpretata – nella rappresentazione pomeridiana del 14 aprile - da una delicata e convincente Gilda Gelati. Il balletto è suddiviso in due parti: la prima, solare, dai colori accesi, è la festa dell’amore, dove Giselle, bella contadina di un villaggio della valle del Reno, s’innamora dell’affascinante principe Albrecht (un ottimo Alessandro Grillo), che si dichiara senza rivelarle la sua identità. E’ il periodo della vendemmia e si intrecciano danze gioiose. Ma la gelosia  del guardacaccia Hilarion (un applauditissimo Francesco Ventriglia) sarà nefasta: riconoscendo il principe, fa in modo che Giselle scopra che Albrecht le ha mentito, nascondendole inoltre di essere promesso sposo della gentile Bathilde (Claudia Collodel), figlia del Duca. Giselle, disperata, impazzisce e cade a terra morta. Nel secondo atto l’atmosfera è notturna, la luce lunare; tutto ricorda la morte: è forse la parte migliore del balletto. Tra gli alberi, ecco la tomba di Giselle, Una leggenda vuole che  le fidanzate morte, le Willi, danzino ogni notte fino all’alba: e la regina delle Willi, Mirtha (Sabina Galasso), accoglie Giselle e la porta a ballare con le altre fanciulle, in un turbinio di veli bianchi,  un’incantevole danza magica. Qui il corpo di ballo dà il meglio di sé. Quando Albrecht, inconsolabile, giunge a chiedere perdono sulla tomba, Mirtha lo condanna a ballare col fantasma di Giselle, fino ad un mortale sfinimento. Ma l’amore di Giselle è più forte di qualunque pena: sostiene Albrecht nella danza e gli dà forza fino all’alba, quando l’incantesimo svanisce. E con la fine della notte, anche gli spiriti inquieti delle Willi tornano nei loro sepolcri. Il binomio amore-morte, tema fondamentale del romanticismo, si fa qui sublime e indimenticabile e ancora in grado di suscitare consenso ed entusiasmo perfino in un pubblico giovanissimo. Suggestiva la scenografia di A.Benois.  Molto applaudita anche l’orchestra, diretta da David Coleman. La coreografia è quella celeberrima, ottocentesca, di Jean Coralli e Jules Pierrot.

(A.B.)

Triology: musica come divertimento 

Ottima la scelta della Società del Quartetto di far suonare in Conservatorio un trio d’archi molto particolare: Triology. La formazione cosmopolita - formata da due violini e un violoncello è sicuramente anti-accademica e la rielaborazione creativa dell’eccentrico gruppo, anticipata dall’inconsueto modo di presentarsi in pubblico, è all’insegna dell’originalità interpretativa. Gli eccellenti solisti sono Aleksey Igudesman, violinista russo di San Pietroburgo, la vivacissima e stravagante Daisy Jopling, violinista londinese  e il violoncellista tedesco   Tristan Schulze,  che oltre ad essere un “artista” dello strumento, è la mente compositiva del gruppo. Il variegato e decisamente inconsueto programma del 12 aprile denominato “Giro del mondo in 77 minuti”, prevedeva una nutrita serie di brani musicali in parte composti da   Igudesman e soprattutto da Schulze, ma anche da Piazzolla, Morricone, J.Strauss e Beethoven.. La caratteristica rielaborazione musicale, che unisce alla classicità anche influenze jazz, folk e pop,  ha mostrato una perfetta intesa del trio all’insegna del puro divertimento musicale, con trasgressioni melodiche, ritmiche ed armoniche che nulla tolgono all’elevata qualità musicale. Il “Giro del mondo..” tra occidente e oriente, si riferisce alle modalità interpretative  che   spaziano nel folklore di mezzo mondo con accenni di elementi nord-africani ma anche di modi musicali mediorientali. Il pubblico della  Sala  Verdi,  purtroppo non numeroso, forse anche a causa del derby calcistico milanese, ha mostrato di apprezzare in modo deciso il simpaticissimo gruppo con grandi applausi. 10, 100, 1000  Triology piuttosto che un modesto  interprete accademico. 

Cesare Guzzardella     ce.guzz@tiscali.it

Non convince Remmereit, ma abbiamo uno splendido Coro 

Il 44enne biondo direttore norvegese Arild Remmereit ha sostituito il M.tro Muti, dopo le rassegnate dimissioni, nei  concerti con la Filarmonica della Scala del 7-8-9- aprile.  Dopo una contestata prima, abbiamo ascoltato in replica un buon  ma non  avvincente concerto, questa volta senza alcuna contestazione pro o contro Muti o l’orchestra. Il programma prevedeva la Quarta Sinfonia  in do min.di Schubert, la Tragica, e l’Oratorio Cristo sul Monte degli Ulivi  op.85  (Christus am Olberge) di L.v. Beethoven. L’esecuzione della sinfonia di Schubert è stata buona ma priva di spessore interpretativo. L’orchestra ha dimostrato ottime sonorità e grandi potenzialità, ma mancava quell’approfondimento  che solo un grande direttore poteva dare.  Remmereit ha fatto forse quel che ha potuto nei pochi giorni avuti a disposizione per la conoscenza e le prove con la Filarmonica. Lo stesso vale per l’Oratorio di Beethoven con le buone,  ma forse poco voluminose voci del tenore Endrik Wottrich e del soprano Luba Orgonasova, e la più interessante voce del basso Robert Holl. Splendido invece il coro del M.tro Bruno Casoni. Successo di pubblico. 

Cesare Guzzardella        ce.guzz@tiscali.it

Un originale Rinaldo  agli Arcimboldi 

Al  Quenn’s Theatre di Londra nel 1711 veniva rappresentato per la prima volta Rinaldo, dramma liberamente tratto da un episodio della Gerusalemme Liberata del Tasso. L’opera   dell’allora venticinquenne  Georg Friedrich Handel su libretto dell’italiano Giacomo Rossi, riscosse un grande successo tanto da venire  replicata per ben quindici volte.  Mercoledì, 6 aprile, agli Arcimboldi si è tenuta la seconda rappresentazione di Rinaldo per la Stagione 2004-2005 del Teatro alla Scala. Le scene, i costumi e la regia sono di Pier Luigi Pizzi e la direzione dell’Orchestra scaligera – in versione quasi cameristica che prevede anche l’intervento di alcuni solisti dell’Accademia Bizantina -  è  di  Ottavio Dantone (nella foto). Originalissima la  scenografia che prevede lo spostamento degli statuari interpreti vocali sistemati  su enormi carrelli mossi da una nutrita serie di persone nascoste in penombra, di fianco e sotto di essi. L’impatto scenografico dalla platea di questi enormi volumi semoventi è stato decisamente avvincente e  spesso spettacolare. Gli enormi cavalli che portano Goffredo, Almirena, Rinaldo, Argante e Armida, tutti in splendidi abiti  in tinte forti con enormi mantelli in aria, rimarranno a lungo nella memoria dello spettatore. Splendida la direzione musicale di Ottavio Dantone che ha ancora una volta dimostrato di essere  un eccellente interprete del repertorio  barocco. Ottimo il cast vocale, prima fra tutti Daniela Barcellona in Rinaldo, ma anche Annick Massis, Almirena - meravigliosa l’aria “Lascia ch’io pianga”, quarta scena del secondo atto-,  Darina Takova, la maga  Armida, Mark Steven Doss, Argante e Tomislav Muzek, Goffredo. Successo calorosissimo. Repliche fino al 17 aprile. 

Cesare Guzzardella  ce.guzz@tiscali.it

MARZO

Tutto Prokofiev per Maazel  e la Filarmonica della Scala

Un programma interamente dedicato a Sergej Prokofiev, quello del 24 marzo (repliche il 25 e il 26), è stato diretto dall’americano Lorin Maazel alla guida della Filarmonica della Scala. In questo particolare momento   della gestione scaligera che auspichiamo, ma non ne siamo certi, si risolva nel migliore dei modi, abbiamo ascoltato  un’eccellente Filarmonica ottimamente diretta da Maazel. La prima parte del concerto sinfonico,  prevedeva una selezione dalle Suite 1 e 2  del balletto Romeo e Giulietta, opera del 1935 del maestro russo, quindi  il Concerto per violino e orchestra n°2 in sol min. op.63  interpretato dalla giovane violinista bavarese  Julia Fischer. Nella seconda parte della serata  la Sinfonia n°5 in si bem. magg. op.100 risalente al 1944. Le scultoree ed intense musiche dal Romea e Giulietta e la Sinfonia°5 , ci sono sembrate nell’interpretazione di Maazel avvincenti sotto ogni profilo. La Filarmonica ha dimostrato di essere a livelli estremamente alti in tutte le sue sezioni orchestrali. Incredibile la capacità di Prokofiev di usare gli strumenti in tutte le gamme sonore, dai struggenti sopracuti degli archi ai  suoni particolarmente gravi dei fiati integrati dai forti ritmi dello schieramento di percussioni. Suoni  scolpiti quindi, in struggenti momenti  spesso particolarmente lirici e quasi cantabili. La giovane Fischer ha eseguito in modo impeccabile il più dolce e disteso concerto per violino  dimostrando di essere una delle migliori violiniste – e non sono molte -  della sua generazione. Eccellente il bis: il Capriccio n°2 di Paganini. Grande successo di pubblico e volantini dal loggione inneggianti ad un cambiamento nell’assetto della direzione scaligera. 

Cesare Guzzardella    ce.guzz@tiscali.it

Stagione variegata per l’Orchestra Verdi all’Auditorium

 La stagione in corso dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi presso l’Auditorium prosegue nel migliore dei modi: il disciplinato e preciso Ulf Schirmer (nella foto) ci ha offerto una lettura del “Don Quixote” di Richard Strauss di grande estro e fantasia ma allo stesso tempo esaltando tutta la straordinaria ricchezza di idee insita nella partitura, inquadrando poi esemplarmente la pagina in un contesto tematico di grande interesse con a precedere il “Don Chisciotte” di Georg Philipp Telemann ed il “Ritratto di Don Chisciotte” di Goffredo Petrassi .Ottime le parti dei solisti affidate al bravo violoncellista Gabriele Zanetti ed alla viola di Andrei Gridchouk . Il giovane e preparatissimo direttore finlandese Pietari Inkinen ha potuto poi valorizzare le proprie altissime capacità (insieme a quelle della giovane e dinamica orchestra milanese) nella pagina visionaria della “Symphonie Fantastique” di Hector Berlioz preceduta da una lettura da manuale de “La valse” e di “Ma mère l’oye” di Maurice Ravel . Christopher Hogwood(nella foto) ha saputo invece trovare la giusta misura e l’eleganza e la grazia necessarie per la suite da “Il borghese gentiluomo” di Richard Strauss facendo precedere il tutto in modo molto intelligente ed originale dalla suite da “L’Arlésienne” di Georges Bizet e dal “Pelléas et Mélisande” di Gabriel Fauré . Il giovane e bravo direttore spagnolo Josep Caballé-Domenech ha invece accompagnato ottimamente la discreta chitarrista americana Sharon Isbin nel “Concerto de Aranjuez” di Joaquin Rodrigo esibendosi poi in una magica “Rapsodie espagnole” di Maurice Ravel grazie alla perfetta complicità con l’orchestra e infine presentando una bellissima esecuzione della Sinfonia n° 1 di Henri Dutilleux , compositore molto sottovalutato (soprattutto oltre i confini francesi) che invece andrebbe più regolarmente ed abitualmente eseguito nelle stagioni sinfoniche . Ideale il legame con il concerto successivo che vedeva il dinamico e precisissimo direttore inglese Paul Daniel esibirsi con grande freschezza ed intelligenza in un programma perfettamente impaginato che andava da “Iberia” di Claude Debussy alle “Valses nobles et sentimentales” di Maurice Ravel (perfettamente analizzate ed esplorate in tutta la loro ricchezza timbrica e sottile magia) nella prima parte mentre nella seconda passava da “Les offrandes oubliées” di Olivier Messiaen ad una spumeggiante ed avvincente lettura di “La mer” di Claude Debussy . Claus Peter Flor ha in seguito accompagnato la violinista giapponese Midori nel concerto in re maggiore di Tchaikovsky facendolo poi seguire dalla Suite dal “Romeo e Giulietta” di Sergej Prokofiev . Infine in periodo prepasquale, con il sostegno di Telecom Italia, è stata eseguita come tradizione la “Matthauspassion” di Johann Sebastian Bach sotto la guida di Ricardo Chailly che questa volta ha optato per una lettura più   aerea      e trascendentale e meno corporea e perentoria del solito potendo disporre dell’apporto fondamentale del Coro Sinfonico di Milano sotto la direzione di Romano Gandolfi e dei bravissimi “I piccoli musici” sotto la direzione di Mario Mora, nonché di un ottimo ed impeccabile cast vocale che andava dal soprano svedese Malin Hartelius e dal mezzosoprano finlandese Monika Groop, all’egregio Evangelista di Werner Guera ed all’ottimo tenore Martin Petzold, dai baritoni Florian Boesch e Thomas Laske sino al basso cileno Christian Senn . Grande successo di pubblico come di consueto.

                       Giacomo Di Vittorio

Europa: un trittico di balletti moderni per la Scala 

Il 17 marzo al Teatro degli Arcimboldi   settima e ultima rappresentazione  di Europa,  trittico di balletti di coreografi europei . La Stravaganza del francese, ma figlio di albanesi, Angelin Preljocaj,  Polyphonia dell’inglese Christopher Wheeldon e Contropotere dell’italiano Jacopo Godani, si sono succeduti sulla scena del teatro nelle diverse formazioni del Corpo di ballo del Teatro alla Scala. La Stravaganza è un balletto in bilico tra classico e moderno con musiche in alternanza di Vivaldi e di autori contemporanei di musica elettronica. La musica ha un ruolo fondamentale nel definire i due gruppi di tre coppie ciascuno che si alternano nei differenti momenti musicali. Molto aggraziata e delicata la coreografia che gioca tutto sul lento avvicinarsi dei gruppi e sull’unione finale dei ballerini, simbolicamente l’unione tra il classico e il moderno.  Polyphonia è un interessante balletto di Wheeldon  costruito su dieci brevi brani pianistici di  Gyorgy Ligeti scritti tra il 1947 e il 1985 e  per l’occasione eseguiti al pianoforte dall’ottimo Roberto Cominati ( un brano a 4 mani con Marcello Spaccarotella). Bravissimo l’étoile scaligero Roberto Bolle e tutti gli altri del corpo di ballo intervenuti in alternanza e poi assieme al cambio dei brani. La serata è terminata con il balletto in prima mondiale di Godani, Contropotere,   probabilmente il più moderno e innovativo della serata. La coreografia impiega  un numeroso gruppo di ballerini, fra i più giovani del corpo di ballo, che riescono a dare, con movimenti a volte aleatori ma all’interno di  una struttura molto razionale e definita, un’idea corporea e interiore molto sensuale e plastica. Per questo balletto, Godani ha scelto le splendide e “taglienti” musiche di  Stravinskij  Les Noces”. Successo di pubblico   

     Cesare Guzzardella

Francesca Dego: una giovane promessa con la Filarmonica del Conservatorio 

Martedì 15 marzo, l’Orchestra Filarmonica  del Conservatorio, diretta dall’ungherese Gyorgy Giorivànyi Rath, ha eseguito un nutrito programma che prevedeva musiche di Beethoven, Brahms, Gardella e Haydn. Dopo una sostenuta e avvincente esecuzione dell’Ouverture Coriolano op.62  di L.v. Beethoven, è entrata in scena la giovanissima  violinista Francesca Dego (nella foto), quindicenne, che ha interpretato il Concerto per violino e orchestra op.77 di J. Brahms. Quando si ascoltano musicisti dal talento così precoce, in genere si tende a valutare la qualità interpretativa in relazione all’età. Per la Dego questa operazione non sembra invece necessaria. Ci pare una violinista, oltre che decisamente matura e personale nel tocco, anche di rilevante  qualità. Le incertezze tecniche a volte riscontrate durante l’esecuzione - ma ricordiamoci che l’op. 77 di Brahms è in genere un impegnativo cavallo di battaglia anche  per violinisti quarantenni -   non fanno testo, giacché numerosi  passaggi  denotano un livello di pensiero musicale sicuramente compiuto. Nel panorama  violinistico non eccelso dei giovani interpreti italiani, Francesca Dego è certamente una grande promessa. Caloroso successo quindi (e un applaudito bis di Bach).La seconda parte della serata si è aperta con una prima esecuzione assoluta del  venticinquenne milanese Federico Gardella, “..stringimi in echi” per violino concertante e orchestra. Al violino l’ottima Daniela Cammarano. Il brano ci è sembrato molto interessante e di un rigore tecnico- stilistico che dimostra l’attuale momento compositivo favorevole delle ultime generazioni. Al termine una valida interpretazione della Sinfonia 88 di F.J. Haydn. Ottimi i Filarmonici e la direzione. Grande consenso di pubblico. 

Cesare Guzzardella    ce.guzz@tiscali.it

Variegato "Recital” di Uto Ughi per le Serate Musicali 

Una costante presenza quella del violinista Uto Ughi alle “Serate Musicali” milanesi. Il celebre virtuoso, accompagnato dall’ottimo pianista Alessandro Specchi, ha intrattenuto il numeroso pubblico della Sala Verdi in Conservatorio lunedì 14 marzo, con un programma molto vario  che comprendeva musiche di Handel, Beethoven, Kreisler, Massenet, Brahms, De Sarasate e Saint-Saens. Più “accademica” la prima parte del concerto con due Sonate: l’op. 1 n°13  in re magg. di G.F. Handel e l’op.30 n°3 in sol magg. di L.v. Beethoven. Un vero e proprio “recital” la seconda parte del concerto, con i rimanenti autori, ai quali si sono aggiunti  Gounod, Paganini e Dvorak nei tre  bis che  hanno concluso la splendida serata musicale. Il Maestro Ughi ha mostrato di essere in piena forma interpretando i diversi autori in modo impeccabile e dando prova di grande virtuosismo musicale, soprattutto nei brani più “zingareschi” quali le due Danze ungheresi, la 17 e la 20, di Dvorak e la  la Zingaresca op.20 n°1 di De Sarasate. Simpatica l’idea di Ughi di fare “scegliere” al pubblico presente in sala il bis su una terna da lui proposta. Grande successo. 

Cesare Guzzardella   ce.guzz@tiscali.it               

“Crescendo in musica” all’Auditorium di l.go Mahler 

 Sabato 12 marzo, due favole in musica per la voce recitante di Ugo Dighero (nella foto) e l’Orchestra Sinfonica di Milano G. Verdi diretta da Fabrizio Dorsi, hanno intrattenuto per oltre un’ora centinaia di bambini con mamme e papà all’Auditorium di Milano. Il progetto “Crescendo in Musica” al sesto anno di vita, è nato per avvicinare i bambini più piccoli – in sala abbiamo notato bimbi di anche tre anni-  al mondo della musica. Una sala gremita ha accolto l’attore Ugo Dighero che prima di iniziare il concerto ha divertito la giovane platea  improvvisando varianti di notissime fiabe come "Cappuccetto rosso". Dopo questa  spiritosa “introduzione” ha ben recitato in Magaria ( in dialetto siciliano significa  magia o incantesimo), fiaba in musica per voce recitante e orchestra su testo di Andrea Camilleri e musica del compositore siciliano Marco Betta e quindi nel  notissimo Pierino e il lupo di Sergej Prokof’ev. Bravi l’attore, il direttore Dorsi e tutta l’Orchestra Verdi. Al termine lunghi applausi.   

    Cesare Guzzardella  ce.guzz@tiscali.it

La splendida viola di Bashmet tra i Solisti Di Mosca in Conservatorio 

Repertorio romantico per le  “Serate Musicali” l’11 marzo in Sala Verdi. Il celebre violista Yuri Basmhet  e il  Quintetto dei Solisti di Mosca si sono esibiti  in un programma che prevedeva dapprima il Quintetto in si min. op.115 di Brahms, trascritto per viola da Bashmet e quindi il Sestetto per archi in re mag. op. 70 “Souvenir de Florence” di Ciaikovskij . L’ interpretazione  della  composizione brahmsiana  del 1891 e quella di Ciaikovskij datata 1892 ci sono apparse splendide. Nel Quintetto,  l’aggiunta viola di Bashmet al posto dell’originale clarinetto ci è sembrata decisamente avvincente. Il suono del grandissimo violista nei momenti più melodici come per esempio l’adagio, era esemplare: dolce, morbido e nello stesso tempo pastoso, con dei legati sublimi, riusciva ad emergere dall’ottimo contesto dei Solisti di Mosca. Interpretazione mirabile anche per il Sestetto d’archi dove tutti i Solisti, per altro molto giovani,  hanno dato prova di grande qualità e raffinatezza musicale( tra questi la prima violino Elena Revich  e il primo violoncello Nikolai Solonovich) . Nel bis di nuovo l’adagio di Brahms dal Quintetto. Grande successo di pubblico. 

  Cesare Guzzardella   ce.guzz@tiscali.it

FEBBRAIO 

Un eccellente Yuri Temirkanov per  la Dama di Picche agli Arcimboldi 

Splendide musiche quelle di Cajkovskij per la Dama di picche ed eccellente direzione quella del russo Yuri Temirkanov (nella foto) alla guida dell’Orchestra della Scala. Abbiamo ascoltato l’anima più russa del compositore, unitamente alla sua passione per Mozart e alla musica  francese alla Bizet.    Anche il giovane  regista Stephen Medcalf, insieme allo scenografo e costumista Jamie Tartan, ed il coreografo Jonathan Lunn hanno fatto un ottimo lavoro,  all’insegna della tradizione, nel rappresentare i sette quadri che formano l’opera di  Petr Il’Ic Cajkovskij. Questo lavoro venne musicato dal maestro russo nel 1890, su libretto del fratello Modest,  il quale  prese  la celebre novella di Puskin  e ne modificò alcune parti, soprattutto il finale, che termina con la morte sia di Liza che di Hermann, i due amanti. L’ambientazione di fine Settecento ha reso possibile una incredibile varietà di costumi d’epoca e di colori che, insieme alla direzione  ed  all’eccellente qualità del coro, sono i punti di forza di questa  rappresentazione. Non sempre all’altezza della situazione  le  voci dei cantanti, fatta eccezione per il baritono  Dmitri Hvorostovski, il principe Eleckij, il baritono Vladimir Vaneev, il conte Tomskij e il mezzosoprano Elena Obratzova, la Contessa. La Obratzova (nella foto) ha dato un’avvincente prova di recitazione teatrale nel quarto quadro del secondo atto, che si conclude con la canzoncina in francese dall’opera “Richard Coeur de Lion“ di Grétry. Comunque valide le voci del tenore Vitaly Taraschencko, Hermann, e di Elena Propina, Liza, che nella seconda rappresentazione del 27 febbraio hanno sostituito Misha Didyk e Dagmar Schellenberger. Successo di pubblico. 

Cesare Guzzardella   ce.guzz@tiscali.it      

 

Salvatore Accardo per la nuova Stagione dell’Orchestra  Filarmonica del Conservatorio di Milano 

Domenica 20 febbraio si è inaugurata la nuova Stagione musicale 2004-2005  della Filarmonica del Conservatorio G.Verdi con un concerto diretto da Gustav Kuhn e con un violinista d’eccezione: Salvatore Accardo. Nella prima parte della lunga serata  i giovani orchestrali, soprattutto insegnanti del Conservatorio e neodiplomati, hanno eseguito un  brano per l’occasione composto da Kuhn, dal titolo Milano 2005. Questo  divertimento musicale scritto per violino, due soprani, strumenti a fiato - distribuiti nelle parti laterali della sala - archi,  arpa e percussioni   prevedeva anche la partecipazione del pubblico che in alcuni momenti doveva emettere suoni labiali e sospiri. La composizione del maestro austriaco ci è apparsa piuttosto interessante con momenti di intensa melodia, ma frammentaria e complessivamente un po’ priva di unità compositiva. Brano essenzialmente tonale  alternava riferimenti a Maderna, a Berio e alla  tradizione settecentesca. Ottime le voci, soprattutto quella del soprano coreano Park Ji-Hyun. A seguire una buona esecuzione dell’Ottava Sinfonia di L.van Beethoven. La seconda parte della serata ha visto un deciso salto qualitativo con un’eccellente interpretazione del  notissimo Concerto per violino e orchestra  in Re magg. op. 61 di L.v.Beethoven. Accardo ha mostrato di possedere tutte quelle qualità che solo pochi virtuosi del violino hanno. Ottima anche la direzione e bravissima l’Orchestra Filarmonica. Grande successo di pubblico e un bis splendido di Accardo con le variazioni di Paganini. 

  Cesare Guzzardella  ce.guzz@tiscali.it                 

Martha  Argerich e l’ORT  per le Serate Musicali 

Siamo  abituati a vedere la Sala Verdi del Conservatorio stracolma quando viene a trovarci, e fortunatamente spesso, la  maggiore pianista vivente, l’argentina Martha Argerich. Il Concerto Straordinario del 18 febbraio, per la rassegna “Il genio è donna”, ha visto sul podio il direttore, pianista e compositore Alexandre Rabinovitch prima impegnato al clavinova in un suo brano: Jiao,  per 11 archi, clavinova, celesta e vibrafono.(2004). L’impressione, al primo ascolto di questa interminabile musica d’atmosfera,  non è entusiasmante. Dice Rabinovitch nel programma di sala: “Jiao  è un rito essenziale del taoismo cinese che esprime l’attaccamento al culto degli antenati…”. Più che di  musica orientale si tratta di un continuo ripetersi di effetti cromatico-ambientali forse  adatti ad una cinematografia fantastica alla  H.Potter. Il secondo brano proposto dall’Orchestra della Toscana   è stato la   Sinfonia n° 1 in do min. op.11 del quindicenne Felix Mendelssohn-Bartholdy. Questa giovanile,  fresca e lirica composizione l’avevamo recentemente ascoltata alla Scala  e  anche in questa più energica e spedita interpretazione ci è apparsa avvincente: ottima la direzione di Rabinovitch.  La grande Martha è arrivata in Sala Verdi per eseguire due classiche meraviglie del pianismo con orchestra: il Concerto in re mag. Hob XVIII/11 di F.J Haydn e il Concerto n°20 in re min. K.466 di W.A.Mozart. A parte la non felice accordatura del pianoforte di sala, soprattutto nei registri centrali, la Argerich ha dimostrato ancora una volta le sue immense qualità interpretative: quelle mani ci hanno fatto vedere e sentire una forza fisica e di carattere che ha pochi rivali, un controllo della dinamica perfetto e un fraseggio intenso e profondo. Perfetta la sintonia nella direzione di  Rabinovitch. Grandissimo successo e  bis con una splendida ripetizione del Finale di Haydn.

Cesare Guzzardella    ce.guzz@tiscali.it

Il cinese Yundi Li per la "Società del Quartetto "

Martedì 15 febbraio, il ventitreenne cinese  Yundi  Li, vincitore nel 2000 del prestigioso Concorso Internazionale Fryderyk Chopin (da 15 anni non veniva assegnato il primo premio) , ha suonato in Conservatorio per la “Società del Quartetto”. Il programma  prevedeva  l’esecuzione dei  Quattro Scherzi di F. Chopin e quindi  della Sonata in Si Minore di F. Liszt . Sicuramente un ottimo pianista, specie in Chopin.  Tecnica stupefacente ed esecuzione molto rapida, fluida e priva di  qualunque incertezza. Purtroppo manca la poesia:  abbiamo percepito  l’anima poetica di Chopin solo nei fraseggi più lenti, dove Yundi Li ha dimostrato una maggiore capacità espressiva e di riflessione, non nelle parti più virtuosistiche. La Sonata in si minore, capolavoro di  Liszt,  ci è sembrata poi poco unitaria. Successo di pubblico, ma non vivissimo. Splendido invece il bis di un autore orientale. 

Cesare Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it

Mozart, Shlomo Mintz e la English Chamber Orchestra 

Programma interamente mozartiano per il grande violinista  in Conservatorio. Il “Concerto Straordinario” organizzato dalle “Serate Musicali” prevedeva in Sala Verdi, l’English Chamber Orchestra diretta dall’israeliano, ma di origine moscovita,  Shlomo Mintz. Il prestigioso virtuoso, molto presente nelle sale milanesi e italiane e  alle prese con uno Stradivari del 1719 ricco di sonorità ma nello stesso tempo particolarmente  dolce e intenso, ha interpretato i concerti K218 e K219 di W.A.Mozart. Stupisce la compostezza e la calma  virtuosistica di Mintz   durante l’esecuzione dei  “galanti” concerti mozartiani. Nell’interpretazione del violinista, gli andamenti particolarmente moderati dei movimenti hanno messo in luce tutta la vocalità di questi concerti  e soprattutto la splendida voce del violino. Nel bis, un bellissimo  Paganini suonato con  sorprendente facilità. Nella seconda parte della serata,  ottima l’interpretazione della  sinfonia  “Jupiter”. Grandissimo successo di pubblico.      

 Cesare Guzzardella     ce.guzz@tiscali.it

 Grande successo per il Tannhauser di Tate e Curran  agli Arcimboldi 

Un Tannhauser con eccellenti  voci  quello ascoltato nella prima replica dell’8 febbraio agli Arcimboldi, per la stagione del Teatro alla Scala 2004-2005. L’opera di  Richard Wagner , compositore  troppo poco rappresentato in Italia, nella versione mista di Dresda e Parigi è stata ottimamente diretta, in modo garbato  e particolarmente rispettoso della vocalità, dall’inglese Jeffrey Tate per la regia di Paul Curran. Come anticipato, il punto di forza di questa rappresentazione è nell’eccezionalità delle voci: Robert Gambill nella parte di Tannhauser, Petra Lang in Venus (nelle foto di Marco Brescia), Peter Mattei in Wolfram, Adrianne Pieczonka in Elisabeth, Franz-Josef Selig in Hermann Langravio di Turingia e gli altri, hanno dimostrato di possedere una vocalità  straordinaria. Forse ancora più degli altri  Mattei (Wolfram) ha una bellezza timbrica unica – meraviglioso il canto  con accompagnamento di arpa del terzo atto, O tu, mia dolce stella della sera. Eccellenti anche  i numerosi interventi corali e, in questo caso, il plauso va soprattutto  al Maestro Casoni. Più che valida la regia, con qualche trovata scenica particolarmente rilevante come la discesa dal cielo di Venus alata, nel primo atto, e la breve ricomparsa della medesima nel terzo atto con uno spettacolare effetto di luce rossa. L’unica pecca di questo più che convincente allestimento è data dal Baccanale che segue l’Ouverture iniziale: il gruppo di ballerini mostra atteggiamenti e modi  per nulla sensuali e a volte solo volgari . La meravigliosa musica di Wagner avrebbe  preteso ben altro. Grande successo di pubblico. 

Cesare Guzzardella      ce.guzz@tiscali.it

Gidon Kremer e la giovane “Kremerata Baltica” per le Serate Musicali 

Venerdì 4 febbraio nella Sala Grande del Conservatorio, il celebre violinista lettone Gidon Kremer e la giovanissima “Kremerata Baltica”, da lui fondata (1997) e diretta, hanno tenuto uno splendido concerto con musiche di Mozart, Schnittke e Raskatov.  La Suite in stile Antico per orchestra da camera op.51 di Alfred Schnittke ha dato inizio al concerto. Questo lavoro del musicista russo scomparso nel 1998, è un omaggio alla musica del Settecento ed è scritto con uno stile d’epoca  galante, raffinato e molto equilibrato, lontano dalla ricerca timbrica, tonale e armonica che lo caratterizzerà in tutto il suo percorso compositivo. Quindi abbiamo ascoltato il Concerto per violino e orchestra in si b. magg. K207 di W.A.Mozart . La  seconda parte della serata è iniziata con un breve omaggio a Mozart del compositore russo Alexander Raskatov (nato nel 1953) dal titolo 5 Minutes from Life of W.A.M. per violino e orchestra da camera. L’interessante, breve ma intensa parafrasi musicale su melodie mozartiane gioca tutto su un accompagnamento orchestrale di note alte, sopracuti e note gravi. A seguire il Concerto per violino e orchestra in la magg. K 219 di W.A. Mozart, ultimo dei 5 concerti del musicista salisburghese (tutti del 1775). Impeccabile l’interpretazione dei due concerti di Mozart. Il virtuoso ma garbato  Kremer,  ha mostrato una perfezione tecnica contestualizzata con modalità interpretative all’insegna del rigore e dell’equilibrio formale, moderato ma profondo. Eccellente la sonorità dell’orchestra baltica, perfetta in ogni settore. Successo di pubblico e due bis. Un equilibratissimo Scherzo per orchestra d’archi di F. Mendelssohn e una strepitosa Fuga per violino, vibrafono e orchestra di Astor Piazzolla. In questo caso pubblico quasi in delirio.   

Cesare Guzzardella  ce.guzz@tiscali.it        

GENNAIO 

Tre Don Chisciotte per l’Orchestra Verdi all’Auditorium 

Particolare il concerto sinfonico diretto il 27 gennaio (repliche il 28 e il 30) dal tedesco Ulf Schirmer(nella foto). Il romanzo di Miguel Cervantes Savadra, Don Chisciotte, scritto tra il 1605 e il 1615, ha ispirato moltissimi musicisti tra i quali anche G.P.Telemann, G.Petrassi e R. Strauss. Nella prima parte della serata abbiamo infatti ascoltato la suite in 8 parti dal Don Quichotte der Lowenritter  di Telemann, scritta nel 1735 e quindi il balletto in un atto Ritratto di Don Chisciotte  di Goffredo Petrassi, opera del 1945. La breve suite di Telemann per archi e continuo, di carattere narrativo ed evocativo nel tipico stile settecentesco, molto aggraziata e priva di  contrasti drammatici, è stata ottimamente diretta da Schirmer. Più interessante il lavoro di Petrassi che fonde in modo convincente  l’esperienza neoclassica di qualche decennio prima, con i modi compositivi della Seconda Scuola viennese in un linguaggio tipicamente petrassiano che ha nella fluidità, nel rigore geometrico e nella ricchezza timbrica, le maggiori peculiarità. Nella seconda parte della serata abbiamo ascoltato il Don Quixote, variazioni fantastiche su  un tema cavalleresco, op. 35 di Richard Strauss. Settimo dei Poemi sinfonici di Strauss e composizione del 1897, il Don Quixote rappresenta la summa delle capacità di orchestrazione ed efettistiche del grande compositore tedesco e pur nel contesto tardoromantico, anticipa soluzioni compositive più moderne. I solisti principali, il violoncello e la viola – Don Chisciotte e Sancho Panza- erano rispettivamente Gabriele Zanetti e Andrei Gridchuk. Ottimi i loro interventi solistici e convincente l’interpretazione del Maestro Schirmer e della Sinfonica G.Verdi. Grande successo di pubblico. 

Cesare Guzzardella  ce.guzz@tiscali.it             

 

Uno strepitoso Lucchesini per la "Società del Quartetto" 

 Martedì 25 gennaio, nella Sala Verdi del Conservatorio, il pianista Andrea Lucchesini ha tenuto un bellissimo concerto con un programma particolarmente innovativo. Nella prima parte della serata abbiamo assistito all’esecuzione di brani di Luciano Berio e di Domenico Scarlatti. Del compositore di Oneglia, da meno di due anni scomparso, in programma quasi l’intera produzione pianistica e cioè  Rounds, del 1969 e i Sei Encores scritti tra il 1965 e il 1990 e, del napoletano Scarlatti, cinque tra le migliori Sonate (K491, K454, K239, K342, K146). Ma la novità   è rappresentata dalla felice e riuscitissima idea di Lucchesini d'intervallare i brani di Berio con le Sonate scarlattiane in modo da ottenere una “quasi suite” pianistica: le splendide sonorità e le innovazioni settecentesche di Scarlatti sono risultate in perfetta armonia e assolutamente vicine al pianismo raffinato e colto di Luciano Berio. Lucchesini ha interpretato i due grandi musicisti con una profondità di pensiero, con una brillantezza di tocco ed una esemplarità nella resa  dinamica, unica o perlomeno degna dei massimi interpreti pianistici. La seconda parte del concerto ha visto l’esecuzione dei 24 Preludi di F.Chopin. Ottima l’interpretazione. Tre bis: uno splendido Improvviso di Schubert, una grandiosa  Campanella” di Paganini-Liszt e per finire, una pacata e morbida Bagatella di Beethoven. Grandissimo successo di pubblico. 

Cesare Guzzardella  ce.guzz@tiscali.it 

Un brano di Fabio Vacchi ai Pomeriggi Musicali 

L'ungherese Gabor Hollerung  ha diretto l’orchestra  de "I Pomeriggi Musicali" in brani di Vacchi, Mozart e Haydn. Il brano del prolifico compositore bolognese, ma milanese d’adozione, Fabio Vacchi(nella foto), è Dai calanchi di Sabbiuno, per orchestra da camera. Questa composizione è stata scritta nel 1995 in occasione del cinquantenario della Liberazione. Originariamente per gruppo  cameristico di soli cinque strumenti , il lavoro è stata poi ritrascritto   per media e grande orchestra. Nel concerto del 22 gennaio abbiamo ascoltato la versione per media formazione. I timbri sui registri medi dell’orchestra hanno ricreato una suggestiva atmosfera che ben si addice all’occasione commemorativa. Opera particolarmente intensa e rigorosamente strutturata,  evidenzia una predilezione per Vacchi per la Seconda Scuola di Vienna e per Bartok e  dimostra, ancora una volta, l’impegno sociale del compositore che riesce ad essere particolarmente convincente al primo ascolto. Il secondo brano, di W.A.Mozart era il Concerto per pianoforte e orchestra K. 467: al pianoforte Benedetto Lupo. Ottima la sua  delicata e applauditissima interpretazione, anche se con qualche piccola sbavatura e bis con un brano di Schumann. Nella seconda parte del programma abbiamo ascoltato la Sinfonia in Sol magg. “La sorpresa” di F. J. Haydn. Ottima la direzione di Hollerung. Successo di pubblico. 

Cesare Guzzardella   ce.guzz@tiscali.it      

All'Auditorium un Novecento molto "Americano" per il direttore Franklin

 Musiche del Novecento per  il bel concerto del 20 gennaio all’Auditorium di l.go Mahler (repliche il 21 e il 23). Una serata con un comune denominatore: l’America. Nella  prima parte  abbiamo ascoltato un  recente brano del giovane inglese  Thomas Adés, America-A  Prophecy  (1999). A seguire  una  “icona” del repertorio statunitense, Rhapsody in Blue (1924) di George Gershwin e nella seconda parte del concerto un precursore dei cambiamenti musicali del secolo scorso, Charles Ives e la  Sinfonia n°2. ( 1909). Alla direzione, il giovanissimo ma capacissimo  statunitense Christopher Franklin; al pianoforte, nella rapsodia, Stefano Bollani e solista, nel brano di Adés, il mezzosoprano Alda Caiello. L’interessante  brano  America- A Prophecy, commissionato dalla New York Philharmonic Orchestra dell’allora direttore Kurt Masur,   è caratterizzato da un continuo alternarsi e intrecciarsi di vocalità (molto pregnante e suggestiva la Caiello)  con l' eterogenea e a volte aleatoria massa orchestrale. Il risultato è convincente e sono palpabili l’influenze sia della musica jazz – con i richiami all’improvvisazione - che alla scuola novecentesca inglese ( Britten, Tippet, ecc.).   Il pianista  jazz Stefano Bollani  ha dato quindi un’ottima interpretazione della  Rhapsody in Blue con un taglio particolarmente jazzistico nei momenti  cadenzati. Al termine abbiamo ascoltato una misurata e attenta interpretazione della Sinfonia  n°2 di Ives. Il brano unisce modi di comporre brahmsiani  e spunti del folclore americano, momenti di sovrapposizioni tematiche tipiche di Ives.   Ottima la direzione. Grande successo di pubblico. 

Cesare Guzzardella   ce.guzz@tiscali.it             

Un inatteso Tortelier dirige la Filarmonica della Scala 

Il direttore francese Yan-Pascal Tortelier ha sostituito l’inglese Jeffrey Tate, infortunatosi ad una spalla, nei concerti della Filarmonica del 17, 18 e 19 gennaio. In programma la poco nota Sinfonia n°1 op.11 di F. Mendelssohn e, al posto di Elgar, la celebre Sinfonia in re minore di César-Auguste Franck. La sinfonia op.11 in do min. è un’opera giovanile di Mendelssohn. Scritta nel 1824, quando il compositore aveva solo quindici anni, rivela già delle peculiarità compositive che saranno poi del Mendelssohn adulto. Innanzitutto la freschezza dell’inventiva, riscontrabile già nel primo movimento, rende rilevante questo lavoro da sempre poco considerato. Davvero convincente l’esecuzione di Tortelier. Nella seconda parte della serata del 18 gennaio, abbiamo ascoltato l’ultima composizione orchestrale  e l’unica sinfonia di Franck. Scritta nel 1888, rappresenta sicuramente un traguardo nel panorama sinfonico del periodo ed è  il lavoro più importante del Maestro francese. Costruita in tre movimenti collegati tra di loro da un leit-motiv, appare  piena di slancio, di inventiva e spesso di forte drammaticità. Yan-Pascal Tortelier – figlio del grande violoncellista Paul- ha  interpretato con grande sensibilità  questa non facile composizione, che rimane uno dei brani più affascinanti della produzione sinfonica di fine Ottocento. Successo di pubblico. 

 Cesare Guzzardella   ce.guzz@tiscali.it

   

Jean-Jacques Kantorow al  Teatro Dal Verme con Beethoven

 Il violinista e direttore francese Kantorow nell’ultima replica di sabato 15 gennaio per I Pomeriggi Musicali, ha eseguito nell'affollata sala del Teatro Dal Verme un programma interamente beethoveniano. Nella prima parte del concerto si è ascoltato il celebre Concerto per violino e orchestra in Re mag. op.61 (1806), cavallo di battaglia dei più grandi violinisti e nella seconda parte il poco eseguito Le Creature di Prometeo, balletto eroico e allegorico op.43 (1801).   L’ex  bambino prodigio, vincitore di numerosi concorsi internazionali tra cui il prestigiosissimo Paganini di Genova, ha mostrato una sorprendente musicalità nella personale interpretazione del  concerto  di  Beethoven, dirigendo l’ottima orchestra dei Pomeriggi e nello stesso tempo eseguendo in modo morbido, delicato e quasi cameristico la parte solistica. Ottima l’interpretazione priva di grandi slanci e contrasti ma molto raffinata e luminosa; di particolare rilievo il Rondo-allegro finale nel quale Kantorow ha mostrato tutte le sue qualità  interpretative con una riduzione al “semplice” del virtuosismo violinistico. Le Creature di Prometeo, balletto in due atti scritto da Beethoven  per il ballerino-coreografo napoletano Salvatore Viganò, ebbe la prima esecuzione  a Vienna il 26 marzo 1801, a questa seguirono ben 28 repliche. La lunga composizione in sedici parti con Ouverture e Introduzione, ha come riferimento Haydn e Mozart. Interessanti i numerosi spunti concertanti con gli interventi di numerosi solisti: il violoncello, l’arpa, il corno di bassetto e l’oboe. Celebre il Finale con l’idea tematica che verrà in seguito  ripresa nella  terza Sinfonia “Eroica”. Ottima l’interpretazione, l’orchestra e i solisti.  Successo di pubblico. 

Cesare Guzzardella     ce.guzz@tiscali.it          

 

TILL FELLNER  PER LE  SERATE MUSICALI

  Lunedì 10 gennaio il poco più che trentenne pianista viennese Till Fellner ha interpretato Beethoven e Moussorgski nella Sala Verdi del Conservatorio milanese. Il vincitore del Concorso "Clara Haskil International Competition" nel 1993, ha dimostrato di possedere indubbie qualità interpretative. Con un tocco delicato, morbido e spesso raffinato  (ha avuto come maestri di perfezionamento anche A. Brendel) anche se a volte debole nei  contrasti dinamici, Fellner ha proposto  due sonate di Beethoven: l’op. 2 n°1in fa minore,  prima delle  32 sonate del maestro di Bonn  composta nel 1795  e la più nota sonata n° 15 in re maggiore op. 28 “Pastorale” del 1802. La seconda parte della serata è stata dedicata ai Quadri di un’esposizione di Modest P. Moussorgski.  In un clima musicale in netto contrasto col precedente,  Fellner ha mostrato di possedere  scioltezza  nel risolvere i problemi tecnici e interpretativi nei  dieci momenti musicali di cui il brano del 1874 è composto,  anche se non è emersa in modo profondo “l’anima” del compositore russo. Buon successo di pubblico. 

       Cesare Guzzardella     ce.guzz@tiscali.it

 GEORGES PRETRE A MILANO PER LA FILARMONICA DELLA SCALA 

Sabato 8 gennaio, presso il Four Seasons Hotel di Milano, il Maestro Georges Pretre  ha incontrato la stampa, in occasione del concerto sinfonico   che si terrà al Teatro alla Scala  il 10 gennaio, per celebrare il suo ottantesimo compleanno e i 39 anni di attività con il teatro milanese.Nel lungo incontro il celebre direttore francese, nato a Douai nel nord della Francia,  ha ricordato le tappe importanti della sua carriera musicale. Dagli inizi, con la passione per il jazz  - ha suonato la tromba in un’orchestra jazz -  e la musica leggera (grande appassionato dell’operetta), al periodo dell’Opéra Comique e dell’Opéra de Paris tra il 1956 e il1963,  alle stagioni americane del Metropolitan di New York fino alla lunga stagione scaligera con la direzione di una sterminata quantità di opere, come il Faust, Turandot,  Walkiria, Romeo e Giulietta, Sansone e Dalila, Carmen, Pelléas e Mélisande, la Bohème, Madame Butterfly ecc.  e i numerosi concerti sinfonici di questi ultimi venti anni. Il  raffinato Maestro ha mostrato una particolare gioia, cordialità e quasi giocosità nel raccontare la sua brillante carriera artistica; ha ricordato anche il suo amichevole rapporto con Maria Callas, da lui considerata ideale compagna di viaggio nel mondo musicale, citando in particolare Medea e Tosca.. Pretre ha poi parlato del programma del concerto, che prevede una scelta strumentale (ouverture, intermezzi, danze, marce ecc.)  fra gli  autori da lui interpretati negli anni scaligeri, dalla Carmen di Bizet alla Manon Lescaut di Puccini, da Die Walkure di Wagner a La Dannation de Faust di Berlioz, dalla Suite del Der Rosenkavalier di R. Strauss al celebre  Boléro di Ravel.

  Cesare Guzzardella    ce.guzz@tiscali.it

 GALA DES ETOILES ALLA SCALA 

Il 30 e 31 dicembre scorsi anche il Corpo di Ballo della Scala, sotto la direzione di Frédéric Olivieri, è tornato trionfalmente nella sede storica del Piermarini con un “Gala des Etoiles” da tempo atteso che non ha affatto deluso le alte aspettative . Molto ricchi e vari il programma e gli ospiti, con in primo piano, nella prima parte dello spettacolo,  la giovane ed affiatata coppia composta da Alina Somova e Leonid Sarafanov nel pas de deux del “Corsaro” di Riccardo Drigo (coreografia di Marius Petipa). Luciana Savignano, assieme a Gheorghe Iancu coreografo ed interprete, ha danzato in una intensa “Salome” basata sulla danza dei sette veli della celebre opera di Richard Strass. Bellissimi i costumi di Luisa Spinatelli in cui dominava il rosso. Quindi una struggente morte del cigno di Camille  Saint-Saens offertaci da Ul’jana Lopatkina con il perfetto accompagnamento di  Massimo Polidori al violoncello e Olga Mazzia all’arpa. Nella seconda parte la tanto attesa coppia Sylvie Guillem  - Massimo Murru nel “Marguerite and Armand” del coreografo Frederick Aston, che nel 1963 lanciò la coppia Margot Fonteyn – Rudolf Nureyev all’interno del Royal Ballet di Londra. La sua coreografia è ispirata   alla “Dame aux camélias” di Alexandre Dumas, con le bellissime scene e i costumi di Cecil Beaton e le luci di John B. Read, in perfetta sintonia con l’atmosfera lugubre e decadente della Sonata in si minore di Franz Liszt, nell’arrangiamento per pianoforte ed orchestra di Dudley Simpson . Inutile dire che la grande Sylvie Guillem ha espresso  tutta la sua grazia ed il suo splendore, offrendoci come al solito anche una grande lezione di tecnica e di stile. La terza ed ultima parte della ricca e lunga festa prevedeva brani celebri del repertorio quali “Le spectre de la rose” di Fokin-Weber (con Gilda Gelati e Maximiliano Guerra), il Grand Pas de deux dal “Don Chisciotte” di Nureyev-Minkus, con la presenza di due grandi stelle in perfetta forma quali Tamara Rojo e José Manuel Carreno, ed il trionfale finale dell’apoteosi dell”Excelsior” di Romualdo Marenco con la bellissima coreografia di Ugo Dall’Ara. Ma il vero trionfo è in realtà meritatamente spettato al gioiello più nascosto e di maggior valore, ovvero la “Petite Mort” del grande coreografo ceco Jiri Kylian, su uno struggente adagio mozartiano per pianoforte ed orchestra. Splendida e tecnicamente perfetta la prestazione dell’americana Greta Hodgkinson e del nostro Roberto Bolle, salutati da calorosissimi applausi da parte di un pubblico partecipe e preparatissimo, con cui ci congratuliamo condividendo l’entusiasmo e la speranza di rivedere al più presto sul palcoscenico scaligero altri lavori del grande coreografo praghese. David Garforth, espertissimo esecutore del repertorio, ha fatto del suo meglio nella fossa dell’orchestra restando sempre al servizio degli interpreti sul palcoscenico e non cadendo mai nella routine.Dunque una grande performance che chiudeva l’anno passato e lasciava presagire il meglio per l’avvenire .

                         Giacomo Di Vittorio

ARTICOLI  CORRIEREBIT- ARTE E DESIGN    2005

GIANANTI / MARCHESI:  TRA L'INFORMALE E L'ONIRICO

IL 15 Dicembre 150 persone hanno partecipato all’inaugurazione della mostra di pittura di Giananti / Marchesi dal titolo "Tra l'informale e l'onirico..."  cui è seguita la presentazione del libro libro "PER L'INDIA PER L'ANIMA”. La mostra di pittura continua sino al  30 Gennaio 2006 ed è visitabile tutti i giorni dalle 15 alle 20.Per quanto riguarda il libro "PER L'INDIA PER L'ANIMA" , le  150 persone presenti sono state  piacevolmente affascinate dalla spontanea digressione felice dell'Autore e dalle affabulazioni dei poeti Giuseppe Cordoni e Marco Saya e con la partecipazione di Paolo Brunelli e di Cicorivolta Edizioni. A partire dal 19 dicembre 2005 e sino al gennaio 2006, è stata allestita, presso il Wine-Bar "Luca & Andrea" in Alzaia Naviglio Grande, n. 34, una Mostra di fotografie e disegni tratti dalla pubblicazione: "Per l'India per l'anima" di Renato Giananti.
Presso lo stesso locale sarà inoltre possibile acquistare il libro che costa 15 euro e che, in soli 10 giorni, è arrivato a 550 copie vendute, dal cui ricavato è stato già versato il contributo destinato alle Associazioni ONLUS sotto elencate, alle quali anche è dedicata la stessa iniziativa editoriale:

Associazione per l'assistenza ai figli dei lebbrosi di Calcutta, fondata da Dominique Lapierre.

Progetto Calcutta, iniziato dal dottor Sujit Mandal, per la cura di bambini e madri bisognose.

Maggiori informazioni su l'editore e sui pittori si possono ricavare rispettivamente dai siti:  www.cicorivoltaedizioni.com www.cicorivoltaedizioni.com, www.gianart.it, ww.luigimarchesi.com.  

GIANANTI / MARCHESI:  TRA L'INFORMALE E L'ONIRICO

Giovedì 15 Dicembre ORE 19 presso il Circolo De Amicis di via De Amicis 17 a MIlano verrà inaugurata la mostra di Giananti e Marchesi dal titolo "Tra l'informale e l'onirico...". Nella mostra ci sarà una sessione dedicata alla presentazione del libro "PER L'INDIA PER L'ANIMA" Fotografia, colori, illustrazioni e poesia di un autore eclettico, appassionato della vita e della libertà di espressione alla quale partecipa come in una sorta di multiforme danza perenne... L'Autore ha speso buona parte della propria vita lavorativa a Milano, dove ha ricoperto ruoli di manager internazionale e ha sviluppato la passione per la fotografia, la pittura e le filosofie orientali. Ha effettuato diversi viaggi in India, dove ha soggiornato presso ashram molto noti per il rigore dell'insegnamento yoga e l'impegno caritatevole, da cui ha tratto l'ispirazione per questo magico libro. "C'è un' India poetica, di grandi letterati, magica, religiosa, spirituale, dove la morte passa leggera, dove tutto è possibile e i confini tra il sogno e la realtà si confondono: questa è l'India che porto con me. Un'indicibile bellezza dentro e fuori di noi." (dalla Prefazione del testo). Maggiori informazioni su l'editore e sui pittori si possono ricavare rispettivamente dai siti:  www.cicorivoltaedizioni.com www.cicorivoltaedizioni.com, www.gianart.it, ww.luigimarchesi.com.

FABER-CASTELL:  CASTELL 9000  COMPIE 100 ANNI

Dal 22 al 26 novembre  è possibile visitare la mostra “Castel 9000, la matita di Faber-Castell che ha raccontato 100 anni di storia”. E’ possibile ripercorrere la storia della classica matita  verde regimental, centenaria ma sempre attuale.  La prima matita moderna nacque nel 1761 dalle mani di Kaspar Faber. La matita verde con la scritta dorata fu creata  nel1905 dal conte Alexander von Faber-Castell, che decise di dare alla matita l’attuale forma esagonale, per impedire che, rotolando scivolasse sul tavolo , e la colorò di verde che è diventato il colore simbolo dell’azienda. Oggi Castell 9000 è una collezione di prodotti legati al mondo della scrittura e del disegno.  La classica matita verde è disponibile in 16 diverse gradazioni di durezza (dalla 6H alla 8B). Per saperne si può visitare il sito: http://www.faber-castell.it/ . La mostra , presso lo show-room de Padova di corso Venezia 14, ospita alcune sculture realizzate con le matite Castell 9000, dell’artista tedesca Kerstin Schulz. Si tratta di  vere opere d’arte che rappresentano oggetti di arredo, (un tavolo,una sedia,una valigia una lampada).

Milano - show-room De Padova -   21 novembre 2005         ago  

QUADRI  DI HARTUNG A MILANO

Ricchezza segnica e gestuale nelle atmosfere create dal tedesco Hans Hartung morto ad Antibes nel 1989. Questo é leggibile nelle opere esposte a Milano fino al 10 gennaio 2006 alla galleria CafisoArte in quel di Brera. La mostra mette in evidenza l’attività dell’artista (senza dubbio uno dei capiscuola dell’informale europeo, dalla personalità accostabile a quella di Wols o a quella di Lucio Fontana) compresa tra gli anni ’60 e gli anni ’80 e le soluzioni tecniche adottate: grattage e gestualità (modalità d’intervento che escludono la progettazione della forma) ottenuta con l’uso di pennelli opportunamente modificati e anche con rulli, scope e altri oggetti atti a graffiare, spruzzare colore allo stato puro per ottenere delle atmosfere che non hanno precedenti nelle esperienze astratte di quegli anni. Una mostra da vedere corredata da un bel catalogo che soprattutto mette in evidenza la libertà espressiva e tecnica dell’artista che influenzerà notevolmente i "modi del fare" nel contemporaneo.

Milano – 4 novembre 2005            achille guzzardella

AL MUSEO DIOCESANO DI MILANO I BORROMEO FINO AL 7  MAGGIO 2006

Inaugurata al Museo Diocesano di Milano la mostra su San Carlo e Federico Borromeo. Un’ottantina di opere che fanno rivivere il periodo compreso tra l’episcopato di San Carlo (1564-1584) e quello di Federico Borromeo (1595-1631) dominato dalle figure dei due arcivescovi di Milano. Il percorso espositivo si articola su tre sezioni: l’età di San Carlo, l’età di Federico e il Naturalismo con esempi di opere lombarde e di opere caravaggesche. La mostra presenta innumerevoli pale d’altare e oggetti di arredo liturgico provenienti da chiese e collezioni private. Occasione per il visitatore di analizzare e capire quegli anni caratterizzati da una forte crescita economica, dalla dominazione spagnola e dalla riforma cattolica e funestati dalla carestia e dalla peste; un periodo di forti contrasti e cambiamenti che la pittura mette in evidenza e interpreta. Fra le opere esposte esempi significativi  “La Croceffisione” di Gaudenzio Ferrari , “San Carlo comunica gli appestati” di Tanzio Da Varallo, "Cristo in passione e l'Angelo" di Alessandro Bonvicino detto Il Moretto, le due splendide ante dell'organo della chiesa di San Nazaro raffiguranti una "San Celso e conversione di Saulo" e l'altra  "Caduta di Simon Mago" tutte e due olii su tela di 432x225 cm. splendide opere di Giovanni Da Monte. La "Crocefissione" di Giulio Campi, il "San Carlo porta in crocefissione il santo chiodo" di Tanzio Da Varallo, la bellissima "Cena di Emmaus" di Giovanni Serodine, le "Esequie di San Tommaso" di Giuseppe Vermilio, "Carlo Borromeo adora il Cristo morto di Varallo"  del Cerano e di particolare impatto visivo è la sala con la serie dei vari San Carlo in gloria quello del Morazzone, quello di Giulio Cesare Procaccini  e i due del Cerano. Di gran effetto è anche "l'andata al calvario" di Daniele Crespi ed è presente in esposizione il quadro di Francesco Cairo "Erodiade con la testa del Battista". sono anche presentiledue teledi Carlo Francesco Nuvolone "santa Chiara" e " Madonna con bambino". Tutte opere che fanno scaturire un senso di raccoglimento spirituale.

Milano -  4 novembre 2005 -     achille guzzardella

BUCCI  ALL’ACCADEMIA   

E’ visibile fino al 6 novembre la mostra di belle incisioni di Anselmo Bucci inaugurata  alla biblioteca dell’Accademia di Brera di Milano il 21 settembre 2005. Sono le incisioni realizzate dall’artista nato  nel 1887 e morto a Monza nel1955 nel soggiorno parigino  tra il 1909 e il 1914. Lavori apprezzati da Apollinaire e da Salmon. Bucci descrive nelle sue punte secche le passeggiate domenicali delle operaie, i selciatori rechini al lavoro, l’animazione  di rue Lepic, il ballo all’aperto al Moulin. L'artista riesce a darci una immagine della città  con un segno vibrante e veloce valorizzando le diversità degli ambienti e delle persone. Ricchezza di analisi psicologica nell’allora giovane pittore che frequentò gli ambienti di Montmartre e conobbe Modigliani, Severini, Picasso e in seguito Boccioni, Balla e Santelia e fondò con Sironi, Funi, Dudreville, Malerba e Marussig  il gruppo del “Novecento”.

Milano – 3 novembre 2005 -    achille guzzardella   

TRE MOSTRE INTERESSANTI A MILANO

Tre mostre a Milano inaugurate a fine ottobre. La prima: “Mario Sironi, Constant Permeke – I luoghi e l’anima” a Palazzo Reale dal 28 ottobre al 1 gennaio 2006 dove si mettono a confronto i due importanti artisti del ’900 italiano ed europeo. L’espressionismo fiammingo di Permeke caratterizzato da maestosi paesaggi densi di atmosfera ed il percorso originale di Sironi, artista italiano carico di calde costruzioni formali simili a vibranti architetture dove anche la figura acquista essenzialità e forza compositiva. La seconda esposizione alla Fondazione Mazzotta dal 27 ottobre al 12 marzo  2006 “La motocicletta italiana”. Mostra che ripercorre le originali linee e intuizioni di varie case costruttrici mettendo in evidenza anche l’illustrazione pubblicitaria del settore e alcuni quadri richiamanti il grande mezzo di locomozione sportiva del ‘900 italiano. In mostra quadri e disegni di De Pero, Mario Sironi, Achille Funi, Giacomo Balla, Antonio Ligabue e sculture di Mino Rosso e del recente scomparso Arman. La terza rassegna dal 28 ottobre a fine novembre curata da Gillo Dorfles, Luciano Caramel e dal caro amico Carlo Castellaneta , ritratto da chi scrive nel 2003, alla galleria Vismara Arte, in occasione dei quarant’anni di attività della nota sala espositiva milanese di via San Marco. Un omaggio di ventotto artisti, tra i quali il sottoscritto, alla brava, simpatica e sempre attiva Zita Vismara. In mostra opere di 40 cm. X 40 cm.: pannelli scultorei, olii su tela, tecniche miste, polimaterici. Per l’occasione è stato redatto un ricco catalogo che illustra le opere e gli avvenimenti con ricordi fotografici e testimonianze scritte riguardanti l’attività della galleria dal 1965 al 2005.         

Milano – 27 ottobre 2005 -      achille guzzardella

SCULTURA LIGNEA A MILANO

L’esposizione inaugurata il 20 ottobre a Milano al Castello Sforzesco e che titola: “I Maestri della scultura  in legno nel ducato degli Sforza” è senza ombra di dubbio una delle mostre più belle di questi ultimi anni. Una delle poche mostre del suo genere allestite a Milano, al contrario delle ricorrenti mostre sulla scultura policroma  lignea dei maestri umbri e toscani, senesi e pisani, allestite nell’Italia Centrale. Finalmente la scultura dei lombardi é esposta al pubblico.  La mostra ci permette di renderci conto  dell’altezza di pensiero di quel periodo e del gran lavoro delle botteghe tardo gotiche rinascimentali di artisti  come i De Majno e i De Donati che hanno dato vita a figure sacre come quelle dell’altare di Santa Maria del Monte sopra Varese e di autori anonimi come “ Il Compianto” opera del 1420- 1430 circa del Duomo di Lodi. La mostra equilibrata, sobria, elegante nel suo allestimento con circa ottanta lavori esposti consente al visitatore i tempi giusti di raccoglimento  per un’analisi attenta degli equilibri formali e coloristici del periodo e per poter apprezzare quella tecnica eccellente delle dorature a bolo armenico. Una maestosità di forme che consentono d’individuare i moti del pensiero e la grazia delle espressioni. Esempio toccante è la Madonna con bambino proveniente dall’altare maggiore della Chiesa di San Tomaso di via Broletto a Milano. Opera splendida che considero per grazia  dei volti ed  espressioni sublimi un’icona del trascendente. Colpiscono per realtà espressiva molte teste, una per tutte quella di “Nicodemo”, opera di Giovanni Angelo del Majno, figura lignea custodita nelle Civiche Raccolte d’Arte del Castello Sforzesco. La ricchezza espressiva dei molti volti e la ricchezza delle forme in tutte le grandi “Pietà” esposte coinvolgono il visitatore appassionato e sono opere provenienti anche dall’estero, da luoghi sacri e da collezioni private e in certi casi mai esposte in pubblico. Una grande occasione per i milanesi di poter avvicinare lo spirito artistico degli scultori del ducato degli Sforza dove essenzialità di forme, policromia tonale e stati d’animo di intenti sanno comunicare i valori dello spirito.

Milano 21 ottobre 2005             achille guzzardella

ATTENTI AL CANE

Questo é il titolo curioso  della piccola mostra presente al Museo Archeologico di Milano e visibile fino al 31 maggio 2006. Ricca di immagini fotografiche e con pochi reperti sotto teca, l'esposizione vuole essere un' indicazione storica sugli esordi delle immagini pittoriche, scultoree e decorative del più fedele amico dell' uomo. Immagini ricorrenti nella pittura vascolare arcaica  e classica e nelle lucerne e nelle monete più antiche. La mostra é corredata da un bel catalogo dove sono documentate le razze dei cani più antichi; dal famoso Pastore Afgano del quale l'origine risale a 4000 A.C.,  al cane da combattimento inglese Mastiff del 2300 A.C., fino ad arrivare al segugio della Gallia risalante al 100 A.C. Emerge tra i bronzetti esposti la figura di Molosso da guardia di produzione romana del secondo secolo dopo Cristo e appartenente alla collezione Trivulzio.

Milano - 18 ottobre 2005 -  achille guzzardella

 CARAVAGGIO E L’EUROPA  A PALAZZO REALE

Venerdì 14 ottobre all’inaugurazione della mostra a Palazzo Reale di Milano: ”Caravaggio e l’Europa” non sono rimasto molto colpito della lunga  esposizione secentesca. Molti i quadri manierati. Alcuni sembravano disturbare il Caravaggio, unico eterno colosso del suo genere. Forse il più vicino al Grande Maestro per carattere e forza espressiva , diverso per alcuni versi e addirittura più forte per segno in certe tele è Jusepe De Ribeira. Dei suoi quadri esposti colpisce il suo San Paolo ( Trionfante), tutto d'un pezzo come una scultura. Con una espressione consapevole di se e della sua missione divina. Dell’artista spagnolo e napoletano d’adozione manca il San Gerolomo di Sgarbi, di mirabile fattura, come ho ricordato al critico politico, curatore della rassegna. Comunque la mostra è interessante e importante per la panoramica di pittori italiani e stranieri che hanno fatto seguito al Grande Merisi. Cito per passione: Orazio Gentileschi e Artemisia,Tanzio Da Varallo, il Vermigliio con la bellissima tela: “Incredulità di San Tommaso” e Mattia Preti. Sono rimasto perplesso nel visitare il proseguo della rassegna con la mostra dedicata agli anonimi. Spesso i quadri esposti disturbano i Grandi Maestri precedenti. Non so se Roberto Longhi, curatore della storica mostra  sul ‘600 tenuta nello stesso Palazzo nel 1951 avrebbe approvato il ricco percorso o  operato una selezionato con maggior fermezza e dato al Sommo Lombardo una cornice più scorrevole e appagante. Longhi allora riuscì a portare in mostra quasi  cinquanta “ Caravaggio”.

Milano – 17 ottobre 2005 –            achille guzzardella 

ALIK CAVALIERE A PALAZZO FORTI

Ho rivisto i lavori di Alik all’inaugurazione della mostra antologica a Palazzo Forti di Verona. Alik, ritratto dal sottoscritto nel 1993, è tornato. I suoi lavori, sapienti composizioni scenografiche dove elemento primario è l’ironia,  sanno suscitare nel visitatore stupore e curiosità. Ho rivisto con piacere Adriana Cavaliere, infaticabile sostenitrice dell’amato consorte. Ho rivisto Arturo Schwarz, ritratto in bronzo dal sottoscritto quest’anno. Ho conosciuto Giorgio Cortenova, direttore del Museo d’Arte Moderna veronese e artefice della complessa mostra. Mostra che si sviluppa in un ampio percorso  dei periodi artistici più significativi e intriganti del nostro  scultore installatore. Cito un’opera per tutte “La famiglia del Signor GB”, bronzo del1961, scultura melanconica che conserva ancora un calore narrativo. La mostra  si può visitare fino al 29 gennaio 2006.               Milano – 17 ottobre 2005 –   achille guzzardella

DOVA  da  CAFISO  

Ho rivisto con piacere, questa estate, i quadri di Gianni Dova tuttora esposti alla Galleria Cafiso  in via Solferino a Milano. Ben cento tele, più o meno della stessa misura, grandi quadri. Parlare di Dova mi è caro per il ricordo che ho della sua presenza. Lo vidi dipingere nel suo studio, lo andai a trovare più volte dopo avergli fatto il ritratto in creta e fuso in bronzo nel 1986. Lui scrisse di me poco tempo prima  di passare a miglior vita  nel 1992. Io ebbi modo di scrivere di Lui in varie occasioni. Gianni Dova era un uomo particolare, amava la vita e come tutti gli artisti era in perenne ricerca del suo io , di quell’io nascosto: aveva quell’ansietà del fare che ci accomuna e che tiene accesa la fiamma della creatività. Rivedere i suoi quadri è stato in un certo senso ritrovarlo. Quadri magici che si scoprono piano piano e vogliono comunicare il mistero della vita fatti di pennellate vibranti e turchine con colori chiari e scuri, freddi e caldi. Quadri che celano sempre un animale, un uccello, una forma, una dimensione segreta, un pensiero, un mistero. Ecco l’io di Dova. 

Milano – 29 settembre 2005 -   achille guzzardella   

TREMEND’ART  2005

Il Cortile d’Onore di Palazzo Marino (piazza Scala, Milano) ospita  la terza edizione di Tremend’Art.  Opere di artisti del ’900 come Giovanni Fattori, Giuseppe Motti, Nino Caffè e Pietro Annigoni  e contemporanei sono oggetto della della mostra d’arte e solidarietà promossa dalla Fondazione Exodus di Don Mazzi e patrocinata dalla Presidenza del Consiglio comunale di Milano.Don Mazzi, intervenuto all’inaugurazione ha dichiarato: “ Se è vero il detto che non c’è due senza tre,non potevamo non proporre la terza edizione di Tremend’Art, soprattutto dopo il successo di pubblico  e di critica ottenuto nelle due edizioni precedenti. E quest’anno, in particolare, la mostra assumerà maggiore prestigio grazie alla tenacia dell’amico Vincenzo Giudice che ci ha permesso di poter usufruire di una location d’eccezione”.  Nata tre anni fa da un’idea  di un gruppo di artisti amici di Don Mazzi, Tremend’Art diventato un evento fisso del calendario di appuntamenti della città di Milano. Dal 30 settembre al 2 ottobre. 

Milano – 29 settembre 2005 -     ago

ROTELLA  da  FARSETTIARTE

L’altro giorno l’amico Osvaldo Patani, mi ha passato brevi mano all’inaugurazione della mostra “Marilyn, un mito rivisitato – Opere di Mimmo Rotella”  il catalogo della mostra. Oggi 28 settembre sono tornato nella nota Galleria milanese di via Manzoni “Farsettiarte”. E, solo nella Galleria, lontano dai chiassi inaugurali, ho passato in rassegna i décollage del pittore calabrese ottantasettenne, ritratto in scultura dal sottoscritto nel 1995. Effettivamente l’esposizione bella e coerente avvince lo spettatore sia per le prorompenti immagini sognanti e intriganti della bella Marilyn, sia per le scelte acute e gli strappi sapienti dell’artista in questione. Rotella compie un’operazione di natura psicologica ed è tra i primi ad individuare nella diva americana l’icona destinata ad entrare nella mitologia del presente e del futuro. Il primo décollage su Marilyn è del 1962; in mostra e in catalogo 30 soggetti, ben 30 Marilyn. Vale la pena passarle in rassegna.

Milano – 28 settembre 2005 –  achille guzzardella

THE KEITH HARING SHOW

Dopo il grande successo ottenuto con “The Andy Warhol Show”, la Triennale di Milano  e Chysler tornano a presentare una grande mostra di arte contemporanea. Quest’anno l’appuntamento si rinnova con “The Keith Haring Show”. Curata da Gianni Mercurio e Julia Gruen, la mostra si qualifica come una delle più grandi esposizioni retrospettive al mondo, sinora dedicata al grande artista americano e comprendente circa cento dipinti, quaranta disegni, numerose sculture e opere su carta di grande formato. Una vasta documentazione fotografica,circa 600 immagini, documenta il contesto in cui è nata e sviluppata la sua arte. Artista tra i più popolari dei nostri tempi, protagonista della vita newyorkese degli anni ’80, l’attività artistica di Haring si é manifestata nell’arco di un decennio (1980-1990). Con la sua vastissima opera, Keith Haring ha dato vita a un vero e proprio fenomeno sociale e mass-medialogico. L’esposizione milanese offre un quadro esaustivo della sua complessività del suo lavoro. Una mostra assolutamente da non perdere.             La Tiennale di Milano, dal 28 settembre al 29 gennaio ’06, tutti i giorni dalle 10.30 all2 20.30 Intero 8 euro, informazioni: 02.724341, biglietteria: 02.7243208

Milano -  La Triennale – 27 settembre 2005 -  ago

ANDREA DE VITIS:   N-U-DE EXHBITION     

Singolare  esposizione dell’artista Andrea de Vitis, all’interno della Fiera, in occasione della settimana della moda. Come dice lo stesso artista:”Le stampe rappresentano l’esclusiva nell’immagine di un tessuto per una griffe e personalizzano i nostri oggetti. Il processo che porta alla scelta degli argomenti è legato aduna ricerca di movimenti culturali ed artistici e parte dall’ispirazione ad un quadro o un’immagine o semplicemente ad uno spirito. Gli artisti che mi hanno ispirato per le stampe esposte sono: Yves Klein, Alexander Calder, Carlo Zinelli, Henry Darger, Emmanuel Deriennic. Ho continuato il processo adattando con il mio gesto e l’interpretazione personale, che mi ha portato spesso a rivedere fiori e ricami presenti nei vecchi bauli di corredi delle nonne o mamme ed al confronto con il gusto più contemporaneo per le immagini digitali.”  

Milano - Fiera Milano -      ago                                            

PETRONILLA:  VIZI PUBBLICI E PRIVATE VIRTU’

Ironica e carica di colore la mostra dell’austriaca Nelly Buhzie-Anwander in arte Petronilla (titolo anche dell’esposizione). Inaugurata in questi giorni alla Galleria ab-Origena di corso Monforte 34 a Milano. Pur risentendo delle opere della scultrice Niki de Saint Phalle e dei fumetti di Klaus Pobitzer, le figure di Petronilla si collocano sulla scia della Pop Art e godono di coerenza formale e vogliono rappresentare la giocosa ironia dell’autrice.Una mostra da vedere dove il visitatore non mancherà di sorridere e uscire dalla galleria con un po più di allegria.            Milano – 17 settembre 2005 -       achille guzzardella

AL MACEF 2005 LE NUOVE TENDENZE DELL’ABITARE 

In Fiera Milano dal 2 al 5 settembre è di scena il Macef, manifestazione dedicata ai produttori e compratori dei prodotti per la casa. I 2.516 espositori di cui 1.996 italiani hanno a disposizione 112.000 mq per esporre articoli che vanno dagli oggetti per la cucina e la tavola alle decorazioni per la casa e il bagno, dai prodotti etnici e da regalo alla bigiotteria e ai preziosi.                                             Tra le varie manifestazioni di Macef 2005 segnaliamo il progetto Tendenze del Living, esposizione organizzata in collaborazione con Future Concept Lab che raccoglie i prodotti più interessanti di questa manifestazione in termini di innovazione e tendenza. Sara’ cosi’ possibile conoscere, nell’area situata nel centro fieristico tra i padiglioni 10 e 23, le tendenze dell’abitare e visionare le novità delle aziende.Tendenze del Living è articolato in quattro aree. Di queste sottolineamo Hyperceptive, area dedicata alla ricerca dell’armonia con il proprio ambiente domestico e dell’edonismo e Storytelling dove si cerca il ricordo vitale del passato e la voglia di recuperare oggetti e memorie d’epoca.   

Milano – 4 settembre 2005 -  corrierebit.com

LLADRO’:  REGALI D’AFFARI

Azienda ai vertici per la creazione di opere d’arte in porcellana, ha estrapolato tra le sue collezioni le opere più in linea per affrontare il regalo d’impresa. Llardò ha deciso di impegnarsi  nel settore business con una sezione dedicata. Il vastissimo catalogo ha permesso di scegliere i regali in porcellana più appropriati e importanti anche in un settore come quello del regalo d’affari, sempre in cerca di nuove idee e stimoli. Tra le molte proposte segnaliamo la collezione Pantere (Valore, Potere, Audacia), Humanitas ( Fraternità, Curiosità,Vita e Natura) e Knock On Wood (animali che simboleggiano la buona sorte). Per ulteriori informazioni: http://www.lladro.com/     

Mostra sui materiali alla Permanente 

E’ visibile fino al 3 luglio 2005 la mostra che porta l’originale titolo :”Filoluce” alla Permanente di Milano,inaugurata l’ 11 maggio scorso.Un excursus di ottanta lavori di artisti che si sono cimentati con materiali alternativi: stoffe, ricami, installazioni di luce, ecc.  Le opere di maggior importanza dal punto di vista storico e di linguaggio sono quelle di Balla,De Pero,Tinguely,Burri e Fontana,Rauschemerg ,Beuys e Morris, Munari e Veronesi, Piero Manzoni e Remo Bianco. In mostra anche installazioni più discutibili che hanno l’aspetto della trovata e della ricerca fine a se stessa. Preferisco non citare gli artisti in questione . Senza dubbio una mostra da vedere ,che incuriosisce,ben allestita malgrado la difficoltà dovuta alla particolarità delle opere e la varietà dei materiali e dei percorsi .Varie sono le opere che si potrebbero menzionare,molti i lavori stucchevoli e inutili che certamente non rimarranno nel tempo.Voglio qui sottolineare l’inutilità della installazione,e che come modo di fare arte quest’ultima abbia fatto il suo tempo e sia cosa già morta e finita.E’ tempo di tornare ai giusti modi “del fare “, è tempo che l’uomo si riappropi della giusta logica ,del buon senso, del gusto , del bello, di un’arte che comunichi sensazioni positive e che porti in se i giusti valori dell’animo.Queste poche parole conclusive sperando nell’attenzione dei giovani che  intraprendono studi artistici,e dell’attenzione anche della “giovane critica”.L’esposizione è corredata da un ben  catalogo,graficamente riuscito. 

Milano 28 Maggio 2005                                  achille guzzardella

Angelo Del Bon torna in mostra a Saronno

L'altro giorno ho rivisto alcuni quadri del pittore  Angelo del Bon a Saronno al Centro Studi sul Chiarismo "Francesco de Rocchi". La figlia di quest'ultimo mi ha gentilmente invitato alla mostra.Esposizione ben curata e presentata dalla esaustiva Elena Pontiggia. Del Bon, morto a soli 54 anni. é forse da considerarsi il  pittore più rappresentativo di quel chiarismo lombardo che tanto ha detto negli anni '30 e '40. Ispirato dalla grande lezione impressionista francese dal punto di vista dei toni; anche se la costruzione delle figure di del Bon e l'espressione dei volti recano con sé isegreti della pittura espressionista pur essendo intrisi di poesia esistenzialista come del resto la pittura dei compagni chiaristi: De Rocchi, Spilimbergo, De Amicis. La mostra sapientemente ordinata assume l'aspetto di piccola antologica. Del Bon pittore delicato ed incisivo fa ridestare nello spettatore sentimenti di grazia pur trasmettendo una velata inquetudine esistenziale come già detto. Una mostra che consiglio agli appassionati della bella pittura.La mostra inaugurata il 21 maggio,terminerà il 26 giugno in Villa Gianneti, via Roma 20 a Saronno.

Milano   24 maggio 2005                        achille guzzardella  

  

Picasso:  La seduzione del classico (19 marzo-17 Luglio) 

Nella splendida cornice di Villa Olmo sono in mostra centoventi opere, tra dipinti, disegni, arazzi, incisioni, linogravure, sculture e ceramiche, indagano l’esperienza giovanile figurativa del maestro spagnolo. Concesso un eccezionale prestito proveniente dal Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Les Abattoirs” di Toulouse: il monumentale sipario (13x8m) La deposizione del Minotauro in costume da Arlecchino. Dopo il grande successo di Mirò alchimista del segno il Comune di Como si misura con il genio indiscusso dell’arte mondiale del Novecento. L’esposizione dedicata a Picasso è stata organizzata dal Comune di Como in collaborazione con la Fondazione Cariplo, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, col patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, del Ministero per l’Innovazione e la Tecnologia, della Regione Lombardia, della Provincia di Como, e col contributo della Camera di Commercio di Como e di Como Servizi Urbani. La rassegna è stata curata da  Maria Lluïsa Borràs, Massimo Bignardi e Luigi Fioretta. L’importanza del progetto è testimoniata dal fatto che, dopo la tappa comasca, l’esposizione si trasferirà, in agosto, a Valencia e, in settembre, a Malaga, città natale di Picasso.Le opere testimoniano la straordinaria creatività di Picasso sin dagli esordi giovanili e la sua capacità di interpretare i materiali, dando loro una dimensione artistica di grande rilievo,come è possibile ammirare nella deposizione del Minotauro in costume da Arlecchino, eccezionalmente prestato dal Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Les Abattoirs” di Toulouse, la cui visione è consentita al pubblico solo sei mesi all’anno. Questo capolavoro venne realizzato dal maestro spagnolo nel 1936 per l’opera teatrale Quatorze-juillet di Romain Rolland, rappresentata al Théatre du Peuple il 14 luglio di quello stesso anno.                   Per informazioni 031/25 24 02 e 031/25 20 54

                                                               Giuliana De Antonellis

LA VOCE SILENZIOSA DELLE STELLE

Palazzo Doria, a Loano, ospita dal 26 marzo al 16 giugno 2005, le opere di uno dei più significativi rappresentanti dell'astrattismo italiano contemporaneo.  “La voce silenziosa delle stelle” è il titolo della mostra antologica curata da Claudio Cerritelli e Gian Pietro Menzani nell’ambito della quarta edizione del progetto Arte a Palazzo Doria, promosso dall’Assessorato al Turismo e alla Cultura del Comune di Loano. La mostra propone i grandi cicli di opere che si concentrano sulla rappresentazione dello spazio-tempo. Cielo, racconti celesti, percorsi stellari e traiettorie che conducono alle forze cosmiche. Il tutto affidato alla sintesi assoluta delle forme geometriche tracciate con segni grafici, con chiodi, corde e tessuti applicati al truciolato.“La mostra, spiega il critico d’arte Claudio Cerritelli, “permette di collegare in un unico percorso espositivo opere lontane nel tempo, immagini scelte nell’arco degli ultimi decenni (1984-2004), segni solari e notturni che agiscono nella dialettica avvincente del bianco e del nero, con alcune magiche escursioni nella luce preziosa dell’oro e dell’argento. Nella coscienza creativa di Valentini non è mai venuta meno la convinzione che anche con la geometria si può fare poesia, e ciò si ritrova nei cicli di opere che hanno costellato la ricerca di universi possibili, di misure del cielo e della mente, di luoghi terrestri e di sconfinamenti cosmici.
Il viaggio nella geometria è un continuo esperimento della visione totale a cui Valentini guarda come sintesi dello spazio e del tempo, categorie del pensiero puro della pittura, misure simboliche di visioni concrete che accompagnano l’evento dell’opera, dal progetto alla sua realizzazione.  La mostra “La voce silenziosa delle stelle” è accompagnata da una monografia, curata da Claudio Cerritelli e Gian Pietro Menzani, che attraverso i testi critici di Lucia Stranile Gioia, Victor De Circasia, Alberto Veca e una antologia di riflessioni di Guido Ballo, Gillo Dorfles, Armando Ginesi e Sandro Parmiggiani suggerisce un indirizzo di lettura dell’opera pittorica dell’artista.             

    dal comunicato stampa                                    Giuliana de Antonellis

 

 OTTANTA OPERE DI OTTANTA ARTISTI PER RAFFAELE DE GRADA

Ottanta  opere  di ottanta artisti italiani  esposte allo spazio Hajech del liceo artistico di Brera  dal 4 Marzo al 19 Aprile 2005 nella mostra dal titolo ”Un percorso tra arte e storia: Raffaele De Grada”. Questo è l’omaggio che hanno voluto fare  alcuni ex allievi del famoso critico italiano quasi novantenne.  Personalmente ricordo con vivo piacere le belle lezioni di Storia Dell’ Arte che Raffaele De Grada teneva  all’Accademia quando io ero suo allievo, conservo ancora una quindicina di registrazioni di sue lezioni. Il suo grande interesse, oltre al periodo di “Corrente”del secolo passato, è stato per la pittura dell’Ottocento con particolare dedizione e amore per quella italiana. Questo traspariva dalle sue lezioni cariche di vita e certe volte di commozione. Si, De Grada  si beava e si  commuoveva parlando di molti artisti, anche di minori, si fa per dire, come il Sabatelli o il grande decoratore e stuccatore Giocondo Albertolli. Mi fa piacere menzionare l’aula gremita di studenti, Raffaele, Raffaellino per gli addetti, sapeva entusiasmare . Ma torniamo alla mostra, importante anche per gli artisti. E’ una vera occasione per vedere opere di sicuro livello. Opere di Maestri  consolidati nella Storia dell’Arte,di artisti che ho avuto la fortuna di conoscere e a volte ritrarre in bronzo o in disegno come Peppino Migneco, Ernesto Treccani, Bruno Cassinari, Piero Gauli, Pino Ponti, Gabriele Mucchi, Aligi Sassu, Renato Guttuso,Gianni Dova,e opere di artisti ritratti più giovani dei precedenti : Giansisto Gasparini , Floriano Bodini e Giancarlo Cazzaniga e altri che ho  solo conosciuto come Ennio Morlotti, Giacomo Manzu’, Sandro Cherchi, Domenico Purificato e Giò Pomodoro; e  opere di esecuzione più recente di amici e colleghi  come quella dello  scomparso Carlo Filosa,  o i disegni di Dimitri e Pietro Plescan o la scultura di Giovanni Conservo ,o il dipinto di Piero Leddi . Mi piace menzionare l’olio di Renato Birolli “Le due rive” del 1938, l’olio di Attilio Alfieri “La violinista” del 1934, l’olio di Aldo Carpi “Il nonno che balla  con Anna” del 1950 e il bronzo di Genni Mucchi Wiegmann “Busto di ragazza” del 1947 e artisti come Motti e Platnner. Una curiosità: chi scrive espone ”Il Dubbio” un bronzo del 1980  mai in mostra prima di questa occasione . Alla qualificata mostra  dove oltre  agli artisti di un tempo, sono presenti artisti di oggi che meriterebbero una maggior attenzione da parte della critica,  in un mercato italiano quasi inesistente e assente del panorama internazionale, fa cornice un bel catalogo sponsorizzato dalla Provincia di Milano e curato da Francesca Pensa, Renato Galbusera e dallo  stesso Raffaele De Grada.                                           

Milano 2 Aprile 2005                                achille guzzardella

 

William  Congdon al Diocesano

La prima mostra personale di arte contemporanea al Museo Diocesano di Milano si è inaugurata oggi  2 Marzo 2005 con le opere dell’americano William Congdon.Una scelta espositiva forse azzardata, trampolino di lancio per l’arte d’oggi al Diocesano,la scelta fatta con Congdon è stata positiva. Una mostra di sicuro impatto emotivo per un museo religioso di recente nascita ma, che cela lo spirito conservatore della Milano più esclusiva. La mostra di William Congdon (1912-1998)  esponente del cosiddetto espressionismo astratto si adatta benissimo essendo i  dipinti in esposizione a carattere religioso.La capacità emozionale coloristica e segnica di Congdon di descrivere ambienti, atmosfere, città,uomini con pennellate e spatolate di colore talvolta graffiato mette in luce il legame tra arte e spiritualità.Congdon ha percorso infatti un singolare cammino di conversione che, lo ha portato nel 1959 a battezzarsi ad Assisi.Nella mostra, la spiritualità dell’artista in questione è ben leggibile, dai quadri riguardanti le città italiane a quelle delle città  estere, ai temi religiosi più espliciti come:”Pentecoste 4,1962” a “Immacolata,1964”(dei musei Vaticani),alla serie delle Crocifissioni degli anni sessanta e settanta fino alla “Trinità”del 1998 e “Tre alberi” del 1998.Tutti i novantuno quadri esposti e ben illustrati nel catalogo mostrano le caratteristiche abili e essenziali e coinvolgenti di William Congdon ma,voglio menzionare i dipinti  che ho maggiormente apprezzato:”Venice 1950” proveniente da Santa Barbara in California, “Roma-Colosseum 2”,”Guatemala 6”del 1957 e “Guatemala 7” sempre del 1957,”Il Sepolcro” del 1974. Una mostra molto ben fatta nella sua semplicità  di percorso che,desterà certamente vivo interesse e saprà stupire i visitatori attenti.Un plauso per la scelta fatta al Presidente della fondazione Sant’Ambrogio e del Museo Monsignor Crivelli , al Direttore Biscottini, ai curatori e a tutte le maestranze che si sono adoperate.La mostra visibile fino al 29 maggio 2005 è corredata anche da uno splendido video fatto all’artista poco prima della sua morte avvenuta il giorno del suo ottantaseiesimo compleanno.

Milano 2-3-2005                         achille guzzardella

Annicinquanta  a  Palazzo Reale 

Sono affezionato agli anni Cinquanta, il decennio in cui sono nato.Visitare la mostra annicinquanta oggi 3 marzo 2005 a Palazzo Reale di Milano, mi ha fatto tornare alla mente cose  lontane. Mi ha fatto piacere rivedere alcune immagini degli albori della TV Italiana, ricordo il 1958 e il 1959,  Mario Riva, ed i tanti film di allora, il grande Vittorio De Sica e Marcello Mastroianni, quest’ultimo conosciuto nei camerini del Carcano, negli anni ottanta.Per non parlare della produzione del design degli architetti, uno per tutti il Prof.Carlo De Carli che ricordo docente alla facoltà di Architettura di Milano; le sculture e le pitture di quel tempo, Marino, Mirko, Fazzini e Manzù, quest’ultimo conosciuto nel 1988 a Palazzo Reale e del grande scultore conservo i suoi auguri, ed un filmato della Rai mentre ci incamminavamo verso il Museo del Duomo. Della pittura informale, cito Gianni Dova del quale feci il ritratto nel 1986 e con il quale ebbi larghi scambi di vedute; Dova è forse il pittore del periodo informale a me più caro, sia per amicizia personale, sia per esempio di artista.Ma veniamo alla Mostra, nel suo complesso interessante e  ricca di spunti. Senza dubbio gli anni cinquanta sono stati molto più ricchi di quello che si vede nell’esposizione, ma come è possibile documentare tanti anni! Le opere in mostra: dalla bicicletta Bianchi del 1954 al modello in scala del transatlantico Andrea Doria per esempio, offrono momenti di riflessione e di ricordo. L’Italia era agli albori del boom economico. Le immagini di quel periodo che guardo con un tantino di invidia fanno trasparire una società senza dubbio più seria, più semplice forse molto più creativa dell’attuale. Un mostra desiderata anni fa da Guido Aghina, il primo Assessore alla cultura che conobbi negli anni ottanta, una mostra di cui consiglio la visita . I Milanesi proveranno certamente vivi ricordi e passione per un mondo che non c’è più.

Milano, 03/03/2005                          achille  guzzardella

Cerano a Palazzo Reale 

L’appassionato d’arte uscirà dalla mostra inaugurata a Palazzo Reale di Milano il 23 febbraio 2005 sicuramente emozionato e maggiormente arricchito e  più consapevole della grandezza del Cerano (Giovan BattistaCrespi-1573-1632). Senza dubbio  “il maggiore e più emblematico maestro Lombardo dell’ età di Federico Borromeo”,come lo definì Giovanni Testori. Cerano segnò l’inizio del Seicento Lombardo e fu capofila per gli artisti che tra Manierismo e Barocco furono artefici della pittura della Milano del Borromeo.Non a caso sembra suggerire questo concetto il grandioso dipinto: ”Martirio delle Sante Rufina e Seconda”custodito a Brera;opera dipinta a tre mani in successione dal Cerano, dal Morazzone e dal Procaccini e unica del  suo genere.La mostra è nella sua globalità tranne che per il dipinto sopra menzionato a carattere monografico.  Il bel catalogo  che illustra i molti dipinti e disegni esposti dell’artista di Romagnano Sesia  morto a Milano è anche la sua più completa documentazione storiografica.Alla mostra sono esposti dai primi quadri commissionati da Renato Borromeo (del quale è esposto il ritratto)e di questi menziono  la tela dipinta nel 1592 “Visione di Cristo nell’orto”dipinta dal Cerano a 19 anni, ai quadroni per il Duomo di Milano su San Carlo collocati  in uno dei saloni  più grandi  del percorso espositivo dove troneggia la grande tela :”San Carlo in Gloria”proveniente dalla chiesa milanese di San Gottardo in Corte, e il suo bozzetto, per modo di dire , al contrario, raffinatissimo dipinto nei minimi particolari  di collocazione permanente al Museo Diocesano di Milano,fino ad arrivare allo splendido”Messa al Sepolcro”tela firmata del 1610 e ancora al “San Francesco consolato dalla musica angelica”.Seguono poi tutti i dipinti forse più mistici, le grandi tele con Cristo e i Santi,molti dei quali con San Francesco e di queste sono di grande impatto visivo “Cristo crocifisso fra San Giacomo  minore,San Francesco e San Filippo”del 1615 e “Resurrezione con Santa Scolastica ,San Paolo,Sant’Ambrogio,San Benedetto, San Dalmazio e San Vittore”del 1626 e il bel”Cristo morto e la Maddalena”del 1626 circa, dai toni più cupi e al limite del monocromo, dove lo sguardo della Maddalena è intriso di Pietas .Si rimane impressionati nella visita della mostra anche dai disegni .del Cerano,dalla sua perizia ,dal suo realismo nel descrivere uomini, Santi,oggetti quasi animati nella loro perfezione e l’amore e la grazia per gli animali come testimoniano le tele pure “Putto con cane, pernice e gallo”della collezione Gregori di Firenze,e”Natura morta con tartaruga,testa di capro e gallo spennato”di provenienza milanese.Una completezza di stati d’animo,di volti,di colori,di.scene come nei quadri(facenti parte un tempo della stessa composizione) “Miracolo di Clementina Crivelli Arese” frammento del 1610 e “La Carità”frammento ovviamente del 1610 che fanno forse di Giovan Battista Crespi il maggior pittore, Caravaggio a parte, del seicento Lombardo.La mostra visibile a Palazzo Reale di Milano fino al 5 Giugno 2005 è in memoria di Gian Alberto Dell’Acqua. 

Milano 25 febbraio 2005                         achille guzzardella

Schifano da Marconi

Ho rivisto alcune opere di Mario Schifano degli anni '60 e pi precisamente quelle che si collocano all'interno della corrente artistica rispetto ad "una nuova oggettività" legata alla città  al suo rapporto di superficie con l'uomo, con gli oggetti e le cose attraverso la mediazione dei mas media (film, fumetti, pubblicità,ecc.). Schifano in quegli anni capisce più di altri che l'artista può legarsi anche a questi strumenti e accettarli criticamente. Strumenti che saranno l'emblema della Pop Art degli U.S.A.. Lo studio Marconi ha riaperto i battenti delle sue "personali" il 9 febbraio con queste opere, scelte e selezionate in maniera accurata. I quadri ben 164 sono visibili fino al 26 marzo.Tutti dei  primi anni '60; dai "monocromo" a quelli riguardanti la strada" e al nuovo paesaggio che fa parte del "pop". Di notevole interesse sono le grandi tele con tecniche a smalto come : "Central Park East, 1964", oppure "Incidente, 1963" o ancora "Con anima, 1963" o "Tutta Propaganda, 1963" o "Grande particolare di paesaggio italiano a colori, 1963" ecc.. Una mostra da vedere. Certamente la realtà della pittura di Mario Schifano pi interessante e pi avvincente.

Milano, 10 febbraio 2005    achille guzzardella 

NOTE SULLA MOSTRA: MILANO ANNI '30 ALLO SPAZIO OBERDAN

Ho rivisto con piacere molti quadri e sculture degli artisti del '900 e di Corrente allo Spazio Oberdan di Milano. Ripercorrendo la mostra pi volte dalla sala centrale dove troneggiano le sculture di Messina, Martini e Marini, alle salette dei chiaristi Lilloni, De Rocchi e Del Bon e degli astrattisti, tra i quali Fontana e Melotti, Veronesi e Munari, fino ad arrivare ai figurativi Broggini e Manzu' a Birolli e al suo movimento di opposizione, e facendo i debiti confronti  tra le opere Sironiane, di Carra', di De Grada e degli altri novecentisti con artisti conosciuti e ritratti da chi scrive quali Sassu,Treccani, Cassinari, Migneco, Gauli e Paganin e prescindendo dai due movimenti fondamentali del percorso artistico italiano del secolo scorso, e dalle loro motivazioni politiche diverse, quello che mi ha maggiormente colpito della mostra l'aspetto estetico, coloristico, pittorico di alcune tele. Devo dire che proprio alcune opere di "Corrente" sono quelle che mi hanno destato pi interesse in questa occasione. Badodi, Migneco e Gauli in maggior misura sembrano godere e trasmettere una voglia di ricerca e forza  emozionale e sanno essere precursori dei vari movimenti europei come ad esempio quello dei Cobra preludendo alla libert pittorica di Appel e di Jorn. Traspare molto bene nei quadri di "Corrente" in Birolli, Badodi e Gauli soprattutto la lezione dell'ambiente culturale espressionista nordico e la pittura di Ensor in modo particolare. Raffinata e felice la piccola scultura di Giovanni Paganin che con la sua movenza in avanti sembra simboleggiare il passaggio da '900 a "Corrente".

Milano, 7 febbraio 2005,       achille guzzardella 

GENNAIO 2005

GUTTUSO A MILANO 2005 

Rivedere i quadri di Guttuso all’inaugurazione della mostra delle opere della Fondazione F. Pellin alla galleria di Mazzotta in Foro Bonaparte a Milano mi ha riportato alla mente i due incontri avuti con il Maestro Siciliano. Il primo nel 1983  alla sua mostra da Bergami in via San Damiano, in quell'occasione abbiamo avuto un breve scambio di parole,(ne conservo una fotografia). Il secondo incontro, alla sua antologica di Palazzo Reale dove parlammo di un ritratto da farsi a Roma, ritratto tra l’altro mai realizzato. Conservo uno schizzo del noto pittore che feci di profilo e un suo biglietto di auguri. Nella mostra di ieri ho apprezzato la vivacità coloristica dei dipinti guttusiani, mi sono soffermato più a lungo davanti ai primi quadri ben costruiti con una pittura tonale figlia dei maestri del '900 e vicina a quelli di vari artisti che ho ritratto neglia nni '80 e '90 quali Gabriele Mucchi e Pino Ponti e molti di Corrente come: Sassu, Migneco, Cassinari e Treccani Gauli e Lanaro con i quali l'artista siciliano ha diviso gli anni giovanili. Mi sono trattenuto a lungo anche davanti ai quadri del secondo periodo della vita di Guttuso, "il secondo Guttuso", il Guttuso famoso dove la pittura diventa vivace, più libera, scenografica e di grandi tele dove la modella "ricca e famosa" è sempre presente  con grandi sederoni in primo piano. In questa stagione artistica la pittura di Guttuso per libertà segnica e coloristica subisce qualche scivolamento compositivo al limite dell’illustrazione. Senza  dubbio il primo Guttuso, pittoricamente impegnato nella ricerca della sua natura  attraverso lo studio di cose e oggetti comuni e pure quello dei primi quadri di motivazione politico militante, é il Guttuso più interessante. Possiamo dire però che molte tele del secondo periodo sono un inno alla vita, ai suoi piaceri e alle sue licenziosità, e sanno incuriosire e dare carica vitale. Colpisce vedere gli ultimi quadri del grande colorista, quelli delle sciare di fuoco, dei paesaggi siciliani ai piedi dell’Etna. Il suo saluto alla vita è nei quadri dove si ritrae di spalle mentre si allontana per un viottolo della sua campagna di Bagheria. Sembra l'artista volersi  immergersi nel destino dell’uomo, ritornare alla natura ai sacri valori della vita. La mostra è quindi assai completa offrendo al visitatore le varie realtà della pittura dell'artista che ha saputo vivere il suo tempo. Le opere saranno visibile fino al 6 marzo.

Milano 28 gennaio 2005   achille guzzardella 

I “Paesaggi umani” di De Crescenzo

 Alla Galleria Battaglia di via Ciovasso, a Milano, si è inaugurata ieri, 13 gennaio, una personale del pittore Alberto De Crescenzo. Poco più che quarantenne, milanese, De Crescenzo espone una quindicina di opere dipinte su tele trattate a gesso  e acrilico, in modo che la pittura risulti di aspetto quasi “zigrinato”, tale da sfumare i contorni dei soggetti pur rendendoli compiutamente percettibili. De Crescenzo dipinge passanti, persone in attesa del metrò, giovani che si incontrano in un angolo della città, immersi in un paesaggio grigio di muri e marciapiedi di cui essi stessi fanno parte, pur emergendo nella loro unicità. Colte in una staticità fotografica, le “istantanee” di De Crescenzo rivelano tuttavia un dinamismo interiore: i passanti, le giovani donne che camminano, l’uomo che aspetta, sono in realtà figure pensose, e si intuisce che questa pensosità è la stessa dell’Autore, che riflette sugli sconosciuti che vede e incontra ogni giorno nel paesaggio metropolitano. Paesaggi umani, quindi, da cogliere, indagare, scoprire.    (A.B.)

ARTICOLI  CORRIEREBIT-TEATRO   2005

TEATRO NUOVO: “MAMBO Y SALSA…LA VOGLIA DI BALLARE” (dal 6 al 18 dic.)

E’ la storia di Norman ed Isabel un amore che finisce a causa dell’improvvisa passione per il ballo che sconvolge Isabel, che partirà e si trasferirà a Portorico attratta da questa isola tropicale, dalla sua musica e dal ritmo dei suoi abitanti. L’orchestra dal vivo, le voci di Michel Altieri e Mara Mazzei e le travolgenti salse con coreografie di Frassica e Alessandra Ferri garantiscono uno spettacolo da non perdere.    

TEATRO PARENTI:   LA MARIA ZANELLA 

Solo fino a domenica 11 sarà possibile ascoltare il monologo che Sergio Pierattini, autore teatrale  nato a  Sondrio nel ‘58, ha scritto per Maria Paiato, ex ragioniera di Rovigo, attrice quasi per caso: e quale attrice! Già segnalata e premiata dalla critica per alcune sue interpretazioni sia teatrali che cinematografiche, la Paiato riesce in un’ora a commuovere, a divertire, a impietosire, a far credere al pubblico di essere lei, sì, proprio lei, la Maria Zanella, che si dispera perché la sorella Luciana, dopo la morte della madre, l’ha convinta a vendere la casa del paese dove abitava da sempre. E lei non vuole tornare nell’istituto psichiatrico dove è stata ricoverata in passato, vuole andare in una stanza in affitto, vuole decidere della sua vita, lei che non ha mai potuto farlo, da quando, bambina di un anno, l’acqua nera del Po durante l’alluvione del ‘51 l’ha inghiottita e si è salvata per miracolo…Ma il Po l’ha segnata per sempre, come la riga nera sul muro della casa, che la sorella non riesce a scorgere  e che  lei invece vede benissimo. E sarà proprio sull’argine del Po che la sua storia infelice avrà una svolta tragica e senza ritorno. L’eccellente interpretazione di Maria Paiato è stata applaudita calorosamente nella sala del Franco Parenti, in via Cadolini. (A.B.)

TEATRO CARCANO:    FEDRA   con Ida Di Benedetto   (dal 12 al 22 dicembre)

L’amore impossibile per il giovane Ippolito, il figlio di suo marito Teseo, si alimenta e cresce nel petto di Fedra. Le brucia dentro. Come il fuoco che trabocca dal cratere dell’Etna, effonde in un incontenibile angoscioso delirio. Seneca, con parole potenti, crudelmente, lucidamente, analizza questa dolcissima e spietata follia d’amore. Studia il “mostro” che è custodito dentro di noi e che si impossessa di noi e ci imbestia, se non impariamo, con la sapienza, a ricondurlo nella giusta sede della sua custodia, nel cieco labirinto del non detto, nel luogo dove il “mistero”, religiosamente, è conservato e mai svelato. Edoardo Sanguineti, con fedeltà creativa, “cita” il testo classico in uno spazio concreto che è qui, oggi, in un tempo immediato, in voci, in corpi attuali. La sua versione è un’opera autonoma di poesia contemporanea e conferisce a questa anatomia di una passione, l’asciutta modernità di un ragionare serrato eppure incandescente. Il furore di Fedra è anche furioso bisogno di conoscenza. L’irrazionale parossismo della follia è anche atto conoscitivo e razionale. Ida Di Benedetto, già trascinante protagonista di una Medea e di una Clitennestra non dimenticate, affronta il personaggio di Fedra con gli strumenti possenti e affilatissimi della sua indomita passione di interprete, limpida e consapevole nell’analisi, ma disposta a lasciarsi possedere dal personaggio senza filtri ulteriori. Lorenzo Salveti punta tutto sulla teatralità spoglia, assoluta, di questo implacabile dibattito di idee, che si nutre solo della parola e dell’energia che la sottende rendendola necessaria, indispensabile. Un allestimento moderno per questa “tragedia nuda” che affascinò gli elisabettiani e che ha attraversato i secoli contenendo in nuce l’idea tragica del teatro moderno. http://www.teatrocarcano.com/

TEATRO CARCANO:    IL LAGO DEI CIGNI     (31 dic. -  1 genn.)

Dopo il grande successo ottenuto lo scorso anno con lo Schiaccianoci, torna al Carcano il Balletto di Mosca-La Classique con uno dei balletti più celebri ed amati. La compagnia, fondata da Alik Melikov nel 1990, è composta da 48 elementi e annovera tra le sue file danzatori di superba tecnica classico-accademica provenienti dai maggiori teatri russi, tra i quali il Bolshoi di Mosca e il Kirov di San Pietroburgo, da Kiev, Odessa e altre città. In repertorio i più famosi titoli della tradizione tra i quali Giselle, Don Chisciotte, La Bella addormentata, Cenerentola, applauditi in Italia e all’estero nel corso di lunghe tournée internazionali. Una prima versione ridotta del Lago era stata data al Bolshoi nel 1875 senza riscuotere successo. Nel 1893 il coreografo Marius Petipa riprese in mano il balletto, il secondo atto del quale venne dato nel 1894 al Marinski in una serata in memoria di Ciaikovskij, scomparso l’anno precedente. L’anno successivo si ebbe finalmente la versione completa e definitiva. In un favoloso castello si festeggiano i ventun anni del principe Sigfrido che il giorno dopo dovrà scegliere, nel corso di un ballo, la fidanzata.  Il principe e i suoi compagni decidono una battuta di caccia. In riva a un lago Sigfrido mira a un gruppo di cigni che improvvisamente si trasforma in fanciulle, fra le quali emerge la principessa Odette. Vittima di un sortilegio del mago Rothbart, la giovane si trasforma ogni giorno in cigno per poi riprendere le sue vere sembianze al calar della notte e solo l’uomo che la amerà in eterna fedeltà potrà spezzare l’incantesimo. Il principe, conquistato, le giura eterno amore. Nella sala del castello la regina madre e Sigfrido accolgono le fanciulle candidate alla mano del principe, il quale danza con loro ma ormai ha nel cuore Odette. La festa è interrotta dall’arrivo del Cavaliere del Cigno Nero con la figlia, copia “in negativo” di Odette. Ammaliato dalla seducente fanciulla, Sigfrido la sceglie fra tutte come consorte, ma appena le giura eterno amore l’inganno è svelato: il cavaliere non è altri che Rothbart con la figlia Odile e il destino della povera Odette è segnato. Sulle rive del lago Odette è disperata. Sigfrido, sconvolto dal dolore, la raggiunge implorando il suo perdono e sconfigge il malefico Rothbart. L’incantesimo è spezzato: le fanciulle-cigno sono libere e l’amore trionfa. 

Musica di Petr I. Cajkovskij,  Coreografia di Marius Petipa e Lev Ivanov

Primi ballerini: Vera Sharipova, Andrei Yapin, Eugenia Novikova, Anna Kostina

TEATRO VENTAGLIO NAZIONALE: " NOGRAVITY "  di Pellisari (dal 6 al 18 nov.) 

In anteprima mondiale debutta "NOGRAVITY" il nuovo, sorprendente, spettacolo-evento dedicato a tutti coloro che non soffrono di vertigini. Una novità assoluta. Tutto il fascino della magia in un show sospeso dove, grazie ad una sofisticata macchina teatrale, verranno stravolte le leggi della fisica. Il corpo umano sarà il protagonista di una nuova dimensione "verticale" dove i ballerini, all' interno di una grande scena cubica, si muoveranno tra effetti sorprendenti e dalla forza dirompente, accompagnando lo spettatore in una dimensione "senza gravità" dove la magia del volo diventa realtà. Nato dalla creatività di Emiliano Pellisari con le coreografie di Brian Sanders e il coordinamento musicale di Marco Iannelli, scritto da Raul Santiago  NOGRAVITY è uno spettacolo da non perdere.  

Milano - 30 novembre 2005 -      agostino guzzardella    

TEATRO SAN BABILA:  "NON TI PAGO"  di Eduardo De Filippo   (dal 29 nov. al 8 gen.)

“Non ti pago” è una delle più divertenti e riuscite commedie di Eduardo De Filippo. Non molto rappresentata è andata in scena per la prima volta nel ’40 a Roma e fu interpretata dai due fratelli Eduardo e Peppino. Ottenne subito un gran successo.  Oggi ad interpretare la figura di Ferdinando Quagliano, gestore di una ricevitoria del Lotto, è il figlio di Peppino, Luigi De Filippo, che porta avanti da oltre sessanta anni la tradizione di famiglia. Come asserisce il Direttore del Teatro San Babila, Gennaro D’Avanzo: “Don Ferdinando Quagliuolo è un personaggio ambiguo sempre sul limite incerto tra passione e ragione, fra buona fede e opportunismo, tra sogno e realtà. Uno fra i  personaggi più paradossali ed originali del Teatro di Eduardo”. Il divertimento è assicurato.

Milano- 29 novembre 2005 -    agostino guzzardella   

TEATRO NUOVO:  SMEMORANDO  con Gianrico Tedeschi

Filo conduttore della commedia è il tema della Memoria vista come entità superiore che ci accompagna, ci guida, ci aiuta e ci rende in qualche modo unici. Tedeschi recita poesie, canta, ricorda la sua detenzione al campo di concentramento tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale. Un viaggio nel teatro del ‘900 e dentro se stessi, una riflessione sulla Memoria come identità, come storia, ma anche documenti e memoriali di guerra, testi ironici, umoristici e canzoni. Uno spettacolo da non perdere, in programma  fino al 4 dicembre.

TEATRO MANZONI:   " CIO' CHE VIDE IL MAGGIORDOMO "  

 La comicità è protagonista al Teatro Manzoni con Zuzzurro e Gaspare, in scena dal 29 novembre all’8 gennaio con lo spettacolo ‘Ciò che vide il maggiordomo’ di Joe Orton. Di questa nuova avventura teatrale ci parla Andrea Brambilla, alias Zuzzurro, che della commedia è anche il regista.

Come è nata l’idea di realizzare questo spettacolo?

“Quando scelgo le commedie da mettere in scena la prima cosa che cerco è l’originalità del testo. ‘Ciò che vide il maggiordomo’ è stata scritta 40 anni fa e nonostante sia passato del tempo, conserva parte dello smalto e della causticità degli esordi. Ci sono testi teatrali che superano brillantemente l’esame degli anni che passano, come le commedie di Neil Simon e di Orton. Mi appassiono poi allo studio del personaggi: questa volta interpreto il direttore di una clinica psichiatrica che per una serie di circostanze si comporta da pazzo, ma non lo è affatto. Nino Formicola (alias Gaspare) interpreta un personaggio più realistico ma ugualmente esilarante”. ‘Ciò che vide il maggiordomo’ è una commedia dalla comicità irresistibile, caratterizzata da intrecci imprevedibili e personaggi fortemente dotati di autoironia. Joe Orton ambienta la vicenda nello studio psichiatrico del dottor Prentice dove si susseguono situazioni imbarazzanti, tentativi di seduzione, scambi di identità e aggressioni. In questa folle corsa – fatta di litigi,diagnosi affrettate e nascondimenti – oltre al protagonista, troviamo un’apprendista segretaria un po’ troppo ingenua, la moglie nevrotica e ninfomane del primario, un allucinante e irreprensibile ispettore sanitario, un giovane e maldestro fattorino d’albergo, un poliziotto con dubbie capacità investigative. Lo spettacolo è un meccanismo ad orologeria che fa saltare qualunque certezza e stravolge tutte le logiche con humor tipicamente inglese.

Quali sono i progetti futuri di Andrea Brambilla?

 “A teatro porterò in scena il monologo di John Fante ‘Il mio cane stupido’. Per il Comune di Premeno (Verbania) ho organizzato e sto coordinando, insieme a mia moglie Pamela Aicardi, la prima edizione del concorso ‘Leo Wachter’ per giovani scrittori teatrali. I partecipanti dovranno presentare una commedia, quella che risulterà vincitrice sarà rappresentata a Verbania e nella prossima stagione al Teatro Filodrammatici di Milano, che ha collaborato a questa iniziativa”.

Rivedremo dunque ancora la formidabile coppia Zuzzurro e Gaspare al Teatro Manzoni insieme agli attori Orsetta De Rossi, Elena D’Urso, Renato Marchetti, Matteo Micheli nell’ennesima prova di estro e creatività.

  Milano - 22 novembre 2005 -                     Valeria Guidotti

TEATRO PARENTI:  IL TEATRANTE  (Der Theatermacher ) di Thomas Bernhard

Con quest’opera di poco più di vent’anni fa Paolo Graziosi conclude il suo “trittico” del teatro del Novecento per la stagione del Franco Parenti. Dal teatro dell’assurdo degli anni ’40-’50 dell’irlandese Beckett e del franco-rumeno Ionesco all’assurdo del teatro, si potrebbe dire, dell’austriaco Bernhard. L’autore – già rappresentato al Parenti lo scorso anno con Der Weltverbesserer, “Il riformatore del mondo”, grazie ad un eccellente Gianrico Tedeschi -  pubblicò i suoi lavori teatrali più graffianti e impietosi negli anni ’70-’80, morendo nel 1989, a soli cinquantotto anni, di una grave cardiopatia.. Voce potente contro la politica austriaca del governo socialista di Bruno Kreisky, contro l’antisemitismo strisciante di una nazione che diede i natali ad Hitler, venne più volte accusato di diffamare il Paese con i sui lavori e dovette affrontare numerose querele e contestazioni: disgustato, giunse alla decisione di non accettare più premi letterari e non volle più, negli ultimi anni, che l’Austria partecipasse con le sue opere a festival culturali europei. Ne “Il teatrante”, in scena per la prima volta nel 1983, la denuncia è spietata. In un paesino austriaco, Utzbach, giunge una compagnia teatrale per rappresentare un lavoro dal titolo pretenzioso (“La ruota della storia”). L’attore protagonista-autore dell’opera è un megalomane, tale Bruscon, capocomico di un gruppo raffazzonato di attori incapaci (la moglie tossicchiante e due figli imbecilli). Apprestandosi a preparare il palcoscenico per la serata, in uno squallido locale tra polvere, ragnatele e un ritratto di Hitler ancora appeso al muro, Bruscon si lamenta continuamente con l’oste della locanda annessa e chiede insistentemente il permesso di spegnere le luci d’emergenza, ad un certo punto dello spettacolo (in riferimento a Der Ignorant und der Wahnsinnige, “L’ignorante e il pazzo”, opera che fu sospesa al Festival di Salisburgo del 1971 per una controversia proprio su tale questione). Il lavoro che si vuole rappresentare è in realtà vuoto di significato, pullulante di personaggi famosi, da Napoleone a Metternich, da Hitler a Churchill, che recitano in una trama folle e priva di senso, come priva di senso è proprio la storia stessa. E intorno vi è il disfacimento, la stupidità, l’odore nauseabondo dei maiali  (e il porcile non è altro che la platea). Infine, quando il sipario sta per aprirsi, i fulmini di un fragoroso temporale fanno saltare la luce: la sala piomba nel buio, spettatori ed attori fuggono, tutto finisce prima di cominciare. In un’Austria conservatrice, dai rigurgiti nazisti - ma forse l’accusa si estende all’Europa intera - il teatro è dunque diventato decrepito, sudicio, ormai in sfacelo, perché non ha nulla da dire ad una massa di porci grufolanti: offrire cultura è come porgere margaritas ante porcos. La luce della ragione si è spenta. Il ”teatro nel teatro” porta il pubblico ad una sorta di dimensione schizofrenica: a quale spettacolo si sta in realtà assistendo? Si è in grado di cogliere la metafora di Bernhard oppure no? E sono proprio queste le domande che ci si deve porre oppure sono altre? Un plauso a Graziosi e al teatro Parenti che coraggiosamente portano in scena testi importanti del panorama culturale europeo della seconda metà del Novecento. Ottima la scelta di ambientare il lavoro nella sala del primo piano del capannone di via Tertulliano: Claus Peymann, regista “storico” di Bernhard, avrebbe certamente approvato.         ( A.B.)             

TEATRO CARCANO:  IL MALATO IMMAGINARIO  con Massimo Dapporto

regia di Guglielmo Ferro   con Massimo Dapporto    da martedi' 22 novembre

Ne Il malato immaginario ho sempre avuto la sensazione che Molière non fosse più interessato, come nelle precedenti commedie, tanto alla coerenza e alla perfezione del teatro quanto alla assoluta ricerca di libertà. Sganciare la scrittura dalle rigide convenzioni della logica teatrale per seguire la fantasia e il cuore. L’incanto del Malato sta proprio nella sua ricercata imperfezione, nella sua inesattezza; i personaggi appaiono fugacemente in scena per uscirne senza lasciare traccia come fossero inghiottiti nel nulla, accompagnati dalla meravigliosa libertà di essere solo un momento, senza causa né effetto.Su tutti la figura indecifrabile di Argante, uomo senza passato e senza futuro, condannato a rimanere prigioniero del suo psicotico rifugio, circondato da figure che forse lui stesso immagina o crea, nel bisogno assoluto di dissimulare la paura reale.  Non ci è dato sapere se tutto quello che vediamo sia vero o sognato, e proprio in questo sta l’immaginazione del Malato, che assume in sé le paure e le fobie di tutti noi, lo sgomento che ci provoca l’ignoto, ovvero la vita.                               Guglielmo Ferro                                                 

UNA STAGIONE DEL BALLETTO ALLA SCALA  MOLTO ARTICOLATA

Dal dicembre 2005 al novembre 2006 lo spettacolo del Balletto alla Scala sarà articolato e ricco di belle scenografie e molti saranno debutti . Una interessante stagione per gli appassionati di quest’arte animata da vive sculture in movimento. I balletti in successine: “La Sjlphide” di Filippo Tagliolini; “The Cage” dall’omonimo di Federio Fellini e musiche di Nino Rota, “ Cenerentola” con coreografie di Ruolf Nureyev, “La Baiadére” di Patipa con coreografie di Natalia  Makazova, “La serata Mozart” con diversi allestimenti, “Il pipistrello” di Roland Petit, e “La bella addormentata nel bosco” di Petipa e “I.A.Vsevolozkjj” e coreografie di R. Nureyev.

Milano – 8 novembre 2005 -        achille guzzardella

TEATRO CARCANO:   ENRICO IV             ( dal 9 al 20 nov.) 

Enrico IV può essere definito, per la mirabile unità tematica nella complessità della struttura, per l’ampiezza della vicenda storica rievocata e la molteplicità dei personaggi, per la straordinaria, virtuosistica ricchezza del linguaggio nell’alternarsi di prosa e poesia, il capolavoro di Shakespeare nell’ambito delle storie inglesi. Mai come in Enrico IV Shakespeare ha saputo fondere la multiforme ricchezza cromatica del chronicle play con la forza dinamica del dramma “marlowiano”, creando una realtà teatrale a un tempo molteplice e unitaria in cui un unico tema – l’allegoria morale dell’ascesa e caduta dei potenti – viene ripreso e modulato in chiavi diverse e messo a contrasto con il tema opposto e parallelo della caduta e del riscatto nei tre grandi protagonisti del dramma: re Enrico, Falstaff, l’immortale “prediletto della luna”, e l’amletico e istrionico principe di Galles, autentico elemento portante e centro focale dell’opera. La prima parte di Enrico IV inizia con la ribellione dei Percy e dei loro alleati e termina con la vittoria del re e di suo figlio Hal (futuro Enrico V) a Shresbury, nel 1403. In questa parte il principe Hal viene descritto come un giovane poco interessato alle cose dello Stato e dedito a una vita scapestrata e alla frequentazione di cattive compagnie: tra i suoi compagni emerge la figura di Falstaff, complice in imprese ladresche e truffaldine di ogni tipo. La seconda parte vede ancora le imprese di Falstaff, Pistol, Poins e di tutto il gruppo che, insieme al principe Hal, si riunisce nella taverna di madama Quickly. Falstaff, chiamato a reprimere la ribellione di Mowbray, Hastings e dell’arcivescovo Scroop, si rende colpevole di estorsione nei confronti del giudice Shallow. Quando il principe Hal, alla morte del padre, sale al trono, Falstaff pensa di ottenere grandi vantaggi ma il giovane re, totalmente trasformato dal nuovo ruolo, lo allontana da sé e lo fa imprigionare.         

TEATRO PARENTI: LA LEZIONE DI IONESCO 

Un metronomo scandisce il tempo in modo ossessivo, in una stanza il cui arredo dà già la dimensione del “teatro dell’assurdo”: un tavolo e due sedie a misura di bambino, porte e finestre con tende che sembrano il cielo. In questa scenografia essenziale si svolge, al teatro “Franco Parenti”, il dramma comico, come lo definì lo stesso Ionesco, “La lezione”, scritto nel 1951. Un professore impartisce una lezione surreale ad una bella e vivace studentessa che vuole prepararsi all’esame di “dottorato totale”. Già le prime domande poste dall’insegnante per sondare le sue conoscenze sono incredibili: quali sono le quattro stagioni? (e la ragazza stenta a ricordare l’autunno!), di quale Stato è capitale Parigi? (e la risposta arriva, un po’ incerta, suscitando comunque l’entusiasmo del professore). Si parte con l’aritmetica: le prime addizioni sono corrette, ma sul concetto di sottrazione (quanto fa 4-1?) la giovane si blocca. E da questo momento tutto diventa assurdamente esilarante, con il professore che escogita svariate strategie didattiche che portano a risposte sempre più insensate. La ragazza dimostra tuttavia di saper calcolare subito risultati di moltiplicazioni folli, e dichiara di aver imparato a memoria i risultati di tutti i prodotti possibili: “Ma sono infiniti!” obietta l’uomo, e lei gorgheggia trionfante “Ma io ci sono riuscita!”. Neanche la trattazione della filologia linguistica, che ha come tema le lingue neospagnole, porta l’allieva a risultati confortanti, anzi, la ragazza perde via via la sua iniziale baldanza, mentre il professore comincia ad “usarla” come oggetto sessuale. E neppure il mal di denti da lei lamentato continuamente lo ferma, così come non era riuscita a dissuaderlo la governante Maria, la quale gli aveva preannunciato che l’aritmetica l’avrebbe irritato e la filologia l’avrebbe portato alla perdizione. Infatti il professore, in un crescendo di follia parossistica, arriverà ad uccidere l’allieva: e sarà la quarantesima vittima, ma probabilmente non l’ultima. Eugène Jonescu (Ionesco), rumeno di nascita e francese di adozione, morto nel 1994, debuttò come commediografo a quasi quarant’anni, nel 1950, affiancandosi a chi – come Beckett – criticava la società borghese dell’epoca, denunciandone la vuotezza intellettuale, l’ipocrisia, le false relazioni, il disagio esistenziale. Chiari sono i riferimenti all’analisi freudiana, all’idea della schizofrenia latente in ognuno di noi, al conflitto tra conscio e inconscio, al simbolismo dei numeri.

Bravissimo, come sempre, il “professore” Paolo Graziosi, che ha curato anche la regia. Elisabetta Arosio è la perfetta allieva svampita, mentre Rino Marino riesce bene a calarsi nella parte dell’ambigua governante. Si replica fino al 13 novembre.                 (A.B.)

TEATRO PARENTI: “PRIMO AMORE”  

In un programma dalla dedica accattivante  (Per Milano, per amore) s’inserisce bene uno spettacolo dal titolo apparentemente in sintonia: in realtà il lavoro di Samuel Beckett, scritto nel 1946 in sole due settimane e poi rimasto inedito per un quarto di secolo, non è affatto un inno ai sentimenti. Si tratta di un testo feroce, che ironizza spietatamente sulla morte, sull’amore, sulla vita stessa. Un monologo cinico, disincantato, folle e al contempo lucidissimo, di un vecchio ubriacone che rievoca il passato e il suo incontro, da giovane, con una donna, Lulù, anche lei ai margini della società.  Vagabondo da anni perché cacciato di casa dai parenti, dopo la morte del padre, aveva trovato rifugio su una panchina, che in questo caso non simboleggia l’Attesa, vana (come in Aspettando Godot), bensì la Solitudine dell’uomo, il microcosmo in cui in realtà ognuno di noi finisce per vivere, appartato, protetto da un muro e da due alberi rinsecchiti, davanti ad un fiume che scorre, che è il fiume del tempo. E su questa panchina aveva finito per sedersi anche Lulù, disturbando il suo sonno e la sua quiete, tanto da costringerlo a trasferirsi in una stalla abbandonata, tra lo sterco secco delle vacche. E’ su questo nauseabondo letame che il giovane randagio  traccia il nome della donna, accorgendosi di essersi – forse -   innamorato di lei, suo malgrado. L’aspetta dunque di nuovo sulla panchina, lei torna e gli propone di vivere a casa sua, dove riceve i clienti: Lulù (che ad un certo punto il vecchio chiama Anna) non è altro che una prostituta. Lo spettatore viene calato brutalmente nelle scene, descritte da un linguaggio crudo, impietoso, dissacrante. L’immagine di “escremento” viene più volte ripresa, e pare che se ne diffonda perfino l’odore sgradevole. La vita ha aspetti disgustosi, l’amore non è altro che fetido mercimonio, la gente è ipocrita e indifferente. Quando la donna gli comunica di essere incinta, l’uomo le chiede di abortire e se ne va:  neppure la nascita è simbolo di speranza.  Paolo Graziosi è il magnifico interprete del monologo. (A.B.)

TEATRO VENTAGLIO NAZIONALE:   "CUORE DI CANE"    (dal 13 al 23 ottobre)

    Tratto dal celebre racconto di Michael Bulgakov "Cuore di cane" scritto nel1926, lo spettacolo debutta in prima assoluta al Ventaglio Teatro Nazionale. L'opera é conosciuta in tutto il mondo come capolavoro della letteratura. Fu sequestrata dalla polizia sovietica perché giudicata pericola. Solamente nel1987 fu pubblicata sulla rivista Znamja. La storia narra di un esperimento scientifico fantastico che vede un celebre scienziato, nella Mosca post rivoluzionaria, trasformare un cane in un essere umano mediante trapianto di ghiandola. Oltre alla feroce critica della società sovietica del tempo,il racconto contiene una riflessione di grande attualità: la responsabilità della scienza nei confronti della vita. Il Musical "Cuore di cane" é un libero adattamento dal racconto di Michael Bulgakov in collaborazione con l'Accademia d'Arti e Mestieri dello Spettacolo - Teatro alla Scala e M.T.S. Musicali - the School. La regia é di Bruno Fornasari, le musiche di Roberto Negri, le coreografie sono di Stefano Bontempi, l'orchestra dal vivo é diretta da Andrès Villani.               Milano - 10 ottobre 2005 -          agostino guzzardella

TEATRO MANZONI:  LA VISITA DELLA VECCHIA SIGNORA 

 di Friedrich Durrenmatt ,  con: Isa Danieli,   regia di  Armando Pugliesi

La storia che si racconta potrà sembrare triste ma non è così poiché continue situazioni grottesche ottenute dalla mescolanza della commedia e della tragedia danno allo spettatore la sensazione di entrare in un grande gioco; le canzoni del coro e la musica hanno un ruolo importante e fanno da contorno a tutte le azioni.

L'opera è il ritratto di una vecchia ricchissima (Claire) che offre una cifra da capogiro a chi ucciderà l'uomo (Alfredo III) che l'aveva sedotta all'età di diciassette anni e, successivamente, abbandonata. Si presenta, prima dell'ora prevista, alla stazione ferroviaria dove l'intero paese, saputo del suo arrivo, era pronto ad accoglierla con striscioni, banda e cori e le personalità più in vista del paese, quali il borgomastro, il parroco, il preside, il pittore, ecc…, avevano preparato grandi discorsi di benvenuto.

Al paese, ridotto oramai in miseria, la vecchia signora si presenta con un abbigliamento di un gusto impossibile e sfarzoso, piena di collari di perle, enormi bracciali, vistosissimi gioielli; porta con sé un nutrito seguito composto dal maggiordomo Boby (forse ottantenne), il settimo marito, alto, snello, baffi neri ed in perfetta tenuta da pesca e poi ancora Koby e Loby due uomini piccoli, grassi, vecchi eunuchi ciechi, Toby e Roby due energumeni che masticano gomme ed ex-gangster di Manhattan condannati alla sedia elettrica a Sing-Sing, graziati su intercessione della vecchia signora la quale dirà in una sua battuta «mi sono costati un milione di dollari per ogni intercessione».

Con il caos generale creatosi ha inizio la vendetta di Claire nei confronti di Alfredo III, il suo primo amore. Il danaro è alla base di tutte le azioni; nell'evolversi della storia, il sarcasmo si sostituisce alla serietà, la prepotenza alla gentilezza, l'opportunismo alla lealtà, la ricchezza alla povertà, la violenza alla persuasione, la vigliaccheria ai valori, la pusillanimità al coraggio, tutto questo per giungere ad un unico scopo ovvero la morte di Alfredo III che si lascia uccidere dai suoi compaesani convinto di non poter sfuggire al suo proprio destino di vittima sacrificale degli egoismi degli stessi. La vecchia signora paga il suo debito ai cittadini e riparte per Capri.Ed ecco che il benessere cresce nel paese discreto, non invadente ma sensibile. Tutti migliorano, non esistono più quartieri poveri ora è una cittadina moderna, economicamente prosperosa; il grigiore e lo squallore che prima avvolgevano il paese inoperoso si trasformano in un lieto fine ovvero nello splendore della tecnica e della ricchezza. Ed i cittadini felici si godono la felicità regalata dalla vecchia signora.  

TEATRO SAN BABILA:  " DUE SCAPOLI E UNA BIONDA "   di Neil Simon               

Il commediografo statunitense, autore di numerosi copioni ebbe, dopo il 1960, un grande successo sui palcoscenici di Broadway, evento senza precedenti per la quantità e la continuità delle sue opere. Centinaia furono le repliche a New York, molte commedie diventarono film e, tradotte, furono rappresentate anche in Europa.Simon sa divertire, e sa anche far trasparire quel senso di fragilità e solitudine dell’uomo contemporaneo, ma soprattutto è capace, con il suo “lieto fine”, di prendere per mano lo spettatore invitandolo a guardare al futuro con una punta  di ottimismo. E battute di sicuro effetto comico le troviamo anche in questo lavoro teatrale dove l’ormai consolidata formazione attorale Oppini-Salerno-Terrinoni ci coinvolgerà nella brillante e avvincente favola che racconta di due amici progressisti, due scapoli che dividono lo stesso tetto collaborando entrambi ad una rivista indipendente: l’introverso Andy (Nini Salerno) e il vulcanico Norman (Franco Oppini). Irrompe nella loro vita, sconvolgendola politicamente e sentimentalmente, la bionda Sophie (Barbara Terrinoni), una ragazza americana molto carina ma dalla mentalità molto conservatrice. Da qui alle discussioni, alle gelosie sentimentali e… alle riappacificazioni finali il passo è breve! Gli ingredienti ci sono tutti per sorridere, gli episodi spassosi ritmati da battute esilaranti e accompagnati dalle puntuali e originali musiche di Patrizio Fariselli sottolineano ancora una volta l’elegante e umoristico stile di Neil Simon, assecondato dall’attento e divertito regista Benvenuti